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Acqua dall’aria

kasam“Tu batterai sulla roccia. Ne uscirà acqua e il popola berrà”. Mi viene in mente questo versetto dell’Esodo quando penso al miracolo che gli israeliani hanno realizzato facendo fiorire il deserto. Pionieri dell’agricoltura idroponica, della irrigazione goccia a goccia (ora in grado di distribuire anche fertilizzanti e concimi in modo capillare e meno inquinante), della desalinizzazione (la più innovativa, economica ed efficiente è quella a osmosi inversa), della ingegnerizzazione di semi adatti ai climi desertici… E oggi forse in procinto di risolvere il drammatico problema della scarsità di acqua potabile nel mondo.
Così almeno fa sperare il progetto di Watergen (gen da genesi?) una compagnia che letteralmente trasforma l’aria in acqua, riuscendo, grazie a una tecnologia brevettata, a estrarre l’umidità atmosferica e a purificarla con apparecchi di piccole dimensioni che si collegano semplicemente a una spina (il costo è di circa 1300/1500 dollari per apparecchio). Spiega Yehuda Kaplan, presidente di Watergen USA, la succursale americana che ha sta aprendo le prime fabbriche in South Carolina: “Raccogliamo l’umidità atmosferica, la purifichiamo (è molto più facile purificare l’aria che non il terreno) e la rendiamo potabile”.
Sembra l’uovo di Colombo: il sistema è simile a quello utilizzato per i deumidificatori. “In effetti, spiega Kaplan, i nostri apparecchi serviranno anche come deumidificatori, facendo risparmiare sui costi dell’aria condizionata.”
La produzione è già cominciata e presto l’estrattore sarà disponibile sul mercato americano. Kaplan prevede che con un apparecchio grande poco più di una macchina elettrica per il caffè si potranno ottenere trenta litri di acqua al giorno, al costo di un paio di centesimi di dollaro al litro. Una manna liquida, per i Paesi che soffrono di siccità e di scarsezza di acqua. E non è necessario, sostiene Kaplan, un alto tasso di umidità nell’aria: basta il 30%, una percentuale da climi secchi. Ho assistito a una presentazione televisiva, ed è stupefacente vedere l’acqua materializzarsi dal nulla… sembra un trucco da mentalista…
Watergen è già presente con piccoli camion mobili per contribuire a risolvere le emergenze nelle località dove ci sono stati uragani o problemi di inquinamento delle falde acquifere.
E l’inquinamento atmosferico? Non è un problema, spiegano i produttori. Sono già disponibili sul mercato filtri potenti per purificare l’acqua, basterà sostituirli più spesso e l’aria di New Dehli o Pechino potrebbe produrre acqua altrettanto limpida che quella delle Montagne Rocciose.
Per il momento gli apparecchi sono troppo costosi per un utilizzo capillare, ma potrebbe risultare più economico per i governi dotare tutte le case di un apparecchio per produrre l’acqua, piuttosto che distribuirla con i camion o con le bettoline, come avviene ancor oggi in parecchie isole e paesi dove non ci sono falde acquifere utilizzabili.
L’altra innovazione israeliana che potrebbe aprire interessanti prospettive è la trasformazione delle acque nere in acque potabili. “È una tecnologia ben sperimentata e sicura” sostiene Eilon Adar, direttore dello Zuckerberg Institute for Water Reasearch presso la Ben Gurion University. “Il problema è psicologico: i consumatori non l’accettano”. Ne è una prova lo stallo del progetto Omniprocessor lanciato nel 2012 da Bill e Melinda Gates a Dakar, in Senegal. Presentato come la soluzione dei problemi dell’acqua potabile in Africa, il gigantesco processore in grado di trasformare in pochi minuti le acque nere in acque potabili è stato interpretato dalla popolazione locale come l’ennesimo tentativo di colonizzazione spregiudicata da parte dell’Occidente. “Vogliono darci da bere la cacca” titolavano i giornali, nonostante la campagna mediatica dello stesso Bill Gates, che si fece riprendere mentre beveva con gusto un bicchier d’acqua prodotto dagli scarichi delle toilettes. Oggi l’impianto serve a produrre acqua per irrigazione.
Certamente Israele è il Paese all’avanguardia al mondo per la gestione dell’acqua, come spiega l’illuminante libro Let there be water. Scritto da Seth Siegel nel 2015, ma ancora di attualità. Quasi il 90% delle acque reflue domestiche viene trattato e riciclato per esigenze agricole, e ciò rappresenta circa il 55% del totale dell’ acqua utilizzata per l’agricoltura. La Spagna arriva seconda con il riciclaggio del circa 17%, mentre gli Stati Uniti riciclano solo l’1% delle acque reflue.
Il miracolo nasce da una attenta pianificazione e incentivazione tecnologica (già Theodor Herzl aveva previsto che gli ingegneri idrici sarebbero stati gli eroi dello Stato Ebraico) e grazie alla centralizzazione della gestione dell’acqua, consideratala priorità strategica per il Paese, attraverso l’agenzia governativa Mekorot. E se cinquant’anni fa si pensava che l’acqua sarebbe stata sufficiente per 2 milioni di persone, ora non solo la produzione supplisce al fabbisogno di 8 milioni e mezzo di israeliani, ma crea un surplus che viene distribuito a Gaza e in Cisgiordania.
Ovvero: il problema mondiale dell’acqua potrebbe essere risolto se si prendesse a esempio Israele. Make water, not war, non sarebbe un bel motto per il XXI secolo?

Viviana Kasam

(11 febbraio 2019)