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Yosef, l’allievo di Galileo

220px-DelmedigoIl 12 marzo del 1610 Galileo Galilei pubblicò a Venezia nel Sidereus Nuncius le prime osservazioni celesti effettuate con il cannocchiale che lui stesso aveva “inventato dopo aver ricevuto l’illuminazione della grazia divina”, ossia dopo aver saputo che “era stato costruito da un certo Fiammingo un occhiale, per mezzo del quale gli oggetti visibili, pur distanti assai dall’occhio di chi guarda, si vedevan distintamente come fossero vicini”. Grazie a queste notizie arrivate dall’Olanda, Galileo si era ingegnato per “giungere all’invenzione di un simile strumento”, basandosi sulla dottrina delle rifrazioni. Nel giro di pochi mesi il cannocchiale avrebbe consentito a Galileo di trovare prove, a ritmo quasi travolgente, a favore del sistema copernicano (eliocentrico), contrapposto a quello tolemaico-aristotelico (geocentrico). Galileo fece osservazioni astronomiche della Luna (che si rivelò non essere liscia e perfetta come si pensava), di Venere, di Marte, della Via Lattea, delle nebulose e, in particolare, di “quattro pianeti detti Astri Medicei non mai finora veduti”, ossia i satelliti di Giove.
A quell’epoca, fin dal 1592, Galileo insegnava all’Università di Padova. Fra i suoi allievi si annoverava rabbi Yosef Shelomò Del Medigo (o Delmedigo; 1591-1655), noto come lo Yashar di Candia. Del Medigo era nato nell’isola di Creta, allora sotto il dominio veneziano, e dopo gli studi tradizionali ebraici aveva frequentato, fra il 1606 e il 1613, la facoltà di medicina all’Università di Padova, con Galileo fra i suoi insegnanti. La più nota fra le sue numerose opere è il Sefer Elim, un testo che tratta di matematica, astronomia e meccanica, scritto in ebraico e stampato ad Amsterdam nel 1629 con le approvazioni dei rabbini Leon (da) Modena e Simcha (Simone) Luzzatto. In quest’opera Del Medigo, fra l’altro, mette a confronto le teorie di Tolomeo e di Copernico (“i due grandi luminari”), cita le misurazioni di Tycho Brahe (“lo straordinario astronomo”) e quelle di Keplero (“grande negli studi”). Ma soprattutto riporta le osservazioni eseguite con il cannocchiale di “Rabbi Galileo”, come lo chiamava. Così scrive: “Chiesi a lui (Galileo) di poter guardare attraverso lo strumento di vetro” e in diverse occasioni Del Medigo cita Galileo e il suo “tubo di vetro”. In un notevole passaggio scrive che “non bisogna meravigliarsi a causa della presenza di montagne sulla Luna, perché i sensi testimoniano che non è una sfera perfetta ed eguale come la sfera usata per gli studi, e il tubo di vetro inventato ai nostri giorni ci mostra canali, valli e rocce tanto che quasi se ne potrebbe fare una selenografia analoga alla geografia”. L’imperfezione della Luna andava chiaramente contro la concezione aristotelica e, rivolgendosi al lettore, Del Medigo afferma: “Perciò devi credere che Aristotele è un uomo e non Dio e non appoggiarti su di lui in tutte le sue parole senza averle prima indagate”. Sicuramente Del Medigo aveva visto i dettagliati disegni della Luna fatti da Galileo e pubblicati nel Sidereus Nuncius.
All’obiezione degli oppositori della teoria eliocentrica secondo cui i pianeti vicino al Sole dovrebbero presentare fasi come la Luna, Del Medigo risponde che “dopo che fu conosciuto il tubo di vetro col quale si vede a distanza, si fece chiaro e manifesto che Venere cresce e diminuisce e forma corna del tutto come la Luna”.
Yosef Del Medigo, dopo aver conseguito la laurea in medicina a Padova, girò per diversi paesi d’Oriente e d’Europa, dall’Egitto alla Turchia, dalla Lituania alla Germania, recandosi poi ad Amsterdam, a Francoforte e infine a Praga, dove morì nel 1655. È sepolto nel cimitero ebraico di Praga, vicino alle tombe del grande studioso Maharal e di David Gans, un altro astronomo-rabbino, allievo di Tycho Brahe e collega di Keplero.

Gianfranco Di Segni, Collegio rabbinico italiano

(Per approfondire vedi: D.G. Di Segni, Da “Rabbi” Galileo” a Copernico “primogenito del Satan”: le diverse reazioni del mondo ebraico alla rivoluzione astronomica, in La Rassegna Mensile di Israel LXXVII, 3, 2010, pp. 146-176)