moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

L’intervista a David Kertzer
“Pio XII, trasparenza positiva”

DSC01562

“Beh, su una cosa potete star sicuri: il 2 marzo, quando quella porta si aprirà, ci sarò senz’altro”.
Accademico e storico di fama internazionale, vincitore tra gli altri del Premio Pulitzer, David Kertzer ha dedicato gran parte dei suoi studi all’intricato e molte volte drammatico rapporto tra gerarchia ecclesiastica ed ebrei italiani. Un lavoro che l’ha portato ad affrontare diverse questioni spinose, dalla simbolica vicenda del piccolo Edgardo Mortara sottratto con la forza ai suoi cari nella Bologna papalina di metà Ottocento (l’anno prossimo il libro di Kerzer dovrebbe diventare la base di un film diretto da Steven Spielberg di cui molto si è già parlato, anche su queste pagine) all’atteggiamento di Pio XI nei confronti del fascismo e della stretta antisemita del regime. Anche per questo l’apertura dell’archivio segreto vaticano relativo al pontificato di Eugenio Pacelli recentemente annunciata da Bergoglio lo vedrà in prima fila assieme ai tanti storici che si presume accorreranno a Roma in quella circostanza.

Una svolta epocale per far luce su una figura controversa come Pio XII?
Si tratta senz’altro di un fatto significativo. Ma la mia impressione è che le novità più importanti non riguarderanno tanto gli anni del nazifascismo, quanto l’immediato dopoguerra e il periodo a seguire. Sarà interessante, ad esempio, valutare con maggior efficacia il suo ruolo nelle vicende che portarono alla Guerra Fredda. Gli spunti non mancheranno.

La grande attesa che sta crescendo sul papa e la Shoah, con la speranza di far luce su alcuni nodi irrisolti, rischia quindi di rivelarsi esagerata?
Conosciamo già molto dell’atteggiamento della Santa Sede e del papa durante il secondo conflitto mondiale. Qualcosa di nuovo emergerà sicuramente, ma in linea di massima i contorni di questa vicenda sono noti. Quello che è stato fatto e quello che non è stato fatto. Ma ciò non toglie interesse a questa storica apertura. Più che altro a preoccuparmi non saranno tanto i contenuti, quanto le modalità di accesso alla documentazione conservata.

E perché?
Purtroppo, come già sperimentato sulla mia pelle, le procedure di consultazione sono in genere delle non più incoraggianti. Pochi documenti fruibili in contemporanea, pratiche molto lente da sbrigare. Non proprio lo scenario ideale quando si avranno di fronte milioni di pezzi di carta come nel caso dell’archivio su Pio XII. Sarà una consultazione faticosa. E qualcuno, per forza di cose, rischia di rimaner tagliato fuori.

Schermata 2019-04-09 alle 10.47.51Chi era Pacelli? Che idea si è fatto sul papa dei silenzi?
È un tema che sto approfondendo per una nuova pubblicazione: oltre a quel che è già stato reso noto, sto consultando migliaia di documenti digitalizzati che registrano in particolare i rapporti tra la Santa Sede e i singoli governi rappresentati in Vaticano da un loro ambasciatore. Credo, ormai, di sapere molto su Eugenio Pacelli. L’idea che mi sono fatto è che fosse molto intelligente e cauto e che il suo obiettivo prima di ogni altro fosse quello di proteggere la posizione di potere della Chiesa in un’epoca di grandi e destabilizzanti cambiamenti. Era consapevole del massacro degli ebrei d’Europa in corso, e non ne era certamente contento. Anche perché vedeva i nazisti come dei pagani, come dei nemici della Chiesa e della sua autorità. Quindi definirlo “Il papa di Hitler” come talvolta sento dire non ha alcun senso.

Poteva fare di più? 
Senz’altro, anche se qualcosa a onor del vero ha fatto. Ciò detto, l’apertura dell’archivio segreto offrirà comunque almeno una possibilità da non perdere per la Chiesa: quella di interrogarsi sulle premesse della Shoah, sul frutto avvelenato dell’antisemitismo che ne fu alla base. In quel senso le responsabilità storiche sono enormi e sotto gli occhi di tutti. E un percorso di elaborazione non potrà che far bene, anche per correggere alcune recenti storture. Come nel caso del documento “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah” prodotto nel 1998 dalla Commissione vaticana per i rapporti con l’ebraismo presieduta dal cardinale E. I. Cassidy. Un testo decisamente autoassolutorio da parte della Chiesa in quanto gerarchia e gruppo di potere che per secoli ha esercitato una determinata funzione. In ogni caso il Vaticano ha fatto passi importanti in questi ultimi decenni. A partire naturalmente dalla dichiarazione Nostra Aetate, che ha avuto un impatto concreto in questa relazione non semplice.

Il Concilio Vaticano II ha rappresentato una svolta netta?
Sì, assolutamente, è stato un cambio radicale rispetto al passato e ha permesso di chiudere con un certo tipo di linea in vigore fino agli Anni Sessanta del secolo scorso. Ancora oggi un gruppo interno alla Chiesa si oppone al Concilio e ai valori che vi furono affermati, ma è largamente minoritario. L’antisemitismo contemporaneo ha senz’altro una diversa origine e matrice.

La sua è l’attenzione tutta particolare di uno studioso che da sempre guarda con interesse alle vicende di una istituzione così antica e centrale nella storia dell’umanità. Ma è anche lo sguardo del figlio di un rabbino, Morris Kertzer, che al Dialogo interreligioso e alla reciproca comprensione dedicò le migliori energie e che nelle ore più emozionanti della storia recente di Roma, quelle della cacciata dei nazifascisti, fu chiamato a guidare la prima funzione nella sinagoga appena liberata dai sigilli davanti a migliaia di persone…
Certamente sì. Prima ancora del Concilio Vaticano II, in quanto rappresentante dell’American Jewish Committee, papà ha lavorato a stretto contatto con preti cattolici e pastori protestanti per avviare un Dialogo sincero tra le fedi. Un lavoro che è stato fondato anche sulla Shoah, che allora era una ferita molto fresca, e sulle radici religiose di un certo tipo di odio. Uno slancio che nasce anche dall’esperienza di rabbino cappellano, sbarcato ad Anzio con le truppe che hanno liberato la Capitale. In questa veste officiò tra le altre una emozionante funzione di Pesach, la Pasqua ebraica, e seppellì alcuni soldati nel cimitero di Nettuno. In mezzo a migliaia di croci, ci sono diverse Stelle di Davide a ricordare questo tributo di sangue. Ci sono stato, l’ho visitato con profonda commozione. Anche per ritrovare un segno della presenza di mio padre.

E poi, nel giugno di quel 1944 che sancì la fine dell’incubo, la prima storica funzione al Tempio maggiore…
Furono lui e il rabbino capo ad officiarla. Una serata carica di significati, impossibile da dimenticare e ancora viva nell’immaginario di tanti ebrei romani. Sono cresciuto con questi racconti, che naturalmente hanno inciso nella mia vita e nella mia consapevolezza.

La spinta, l’attrazione fatale verso l’Italia nasce anche da qui?
Sicuramente sì. Non a caso ho iniziato i miei studi a Bologna, con un lavoro dedicato al rapporto tra politica e religione in un quartiere popolare. Un avvio decisamente stimolante.

Bologna, la città in cui nacque e da cui fu rapito Edgardo Mortara…
Esatto. È stato proprio allora che mi sono imbattuto in questa storia, che io non conoscevo e che gli storici che si occupavano di quel periodo sembravano aver dimenticato. Eppure, rileggendola oggi, sappiamo che ebbe un impatto determinante nelle vicende risorgimentali. Da allora non ho smesso di occuparmi dei rapporti tra Chiesa ed ebrei.

Uno dei protagonisti di quella vicenda, Pio IX, è l’oggetto del suo nuovo libro in uscita in autunno in Italia con Garzanti.
Sì, anche se per una volta le vicende ebraiche saranno meno centrali rispetto ad altri miei lavori. In questo caso ho scelto di dedicare le mie ricerche alla Repubblica romana, a mio modo di vedere l’esperienza chiave per capire chi fosse, cosa pensasse e come agisse Pio IX. Quell’esperienza condizionerà le sue scelte successive, fino alle estreme conseguenze di Porta Pia e dell’annessione di Roma all’Italia unita.

Adam Smulevich, Pagine Ebraiche aprile 2019

(9 aprile 2019)