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Nessuno ritorna a Baghdad

baldacciElena Loewenthal è molto nota come traduttrice di Amos Oz, di Yoram Kaniuk e di altri scrittori israeliani. È anche scrittrice e poetessa e, quando è necessario, energica polemista (Contro il giorno della memoria, Add, Torino 2014).
Il suo romanzo più recente (Nessuno torna a Baghdad, Bompiani, Milano 2019) si presta a più chiavi di lettura. Il primo è quello dell’allontanamento, della cacciata degli ebrei dai paesi arabi. E’ un argomento di cui si è a lungo taciuto – nella letteratura come nella pubblicistica italiana e non solo – e, nonostante che sul piano storiografico già nel 1991 fosse stata tradotta l’opera fondamentale di Bernard Lewis (Gli ebrei nel mondo islamico, Sansoni, Firenze 1991), solo di recente il tema è stato riproposto con forza con la traduzione del lavoro di Georges Bensoussan (Gli ebrei del mondo arabo, Giuntina, Firenze 2018) e le sue conferenze in varie città italiane. Sono stati pubblicati nel tempo vari libri di ricordi di ebrei che avevano dovuto abbandonare il Nordafrica, in particolare la Libia, ma, salvo qualche eccezione, si è trattato di scritti che sono circolati solo nella cerchia di chi aveva subito lo stesso destino. C’è anche da notare che di solito si è parlato della vicenda degli ebrei del Nordafrica, mentre ben poca attenzione è stata prestata a quella degli ebrei orientali, i Mizrahi.
L’altra chiave di lettura – quella più profonda, più autentica, che viene riproposta in tutto il libro e che trova espressione proprio nel titolo – è la convinzione di tutti i protagonisti – in particolare di quelli dotati di una più forte personalità, come Norma e Ameer, – che “bisogna guardare avanti, il passato non esiste”, che fa tutt’uno con il rifiuto della nostalgia del Paese, della città d’origine. Un rifiuto voluto testardamente, imposto a se stessi e agli altri, contro qualunque tentativo di riandare, sia pure con la memoria, a quel mondo perduto per sempre.
Si può parlare di cosmopolitismo ebraico, ma in realtà un concetto non esprime compiutamente quella che è un’esperienza di vita, anzi la costruzione di una vita che prescinde, vuol prescindere, da ogni riferimento spaziale e perfino temporale. Come dice una delle maggiori protagoniste del romanzo, la matriarca Norma, “tornare, non si torna mai. Si parte, ma non si torna. Un posto vale l’altro. Il mondo è un albergo, non importa dove sei… E’ la vita che conta, la gente. Nessuno ritorna a Baghdad”.
Ma, soprattutto, quella di Elena Loewenthal non è un’opera storiografica, è un’opera di fantasia, anche se, come scrive nell’incipit, “la fantasia attinge a ricordi, sentimenti, gesti e pensieri che sono la materia di cui è fatta la vita vera”. E come in ogni opera di fantasia, fondamentale è la costruzione dei personaggi; di personaggi che sono destinati a imprimersi nella mente e nel cuore di chi legge, i personaggi che compongono questa straordinaria famiglia ultra-allargata, che si disperde in tutti gli angoli del pianeta – da New York a Madrid, da Milano a Philadelphia, da Londra a Reykjavik, dall’Australia alla California– pur restando sempre legata nel corso di un secolo da fili a volte invisibili ma sempre saldissimi. Personaggi caratterizzati – quasi tutti – da una personalità fortissima, dalla centenaria Norma, che rifiuta pervicacemente di avere un’età perché vive nell’immortalità, ad Ameer, punto di riferimento non solo economico, che impone a tutti la sua spietata volontà di vivere e di affermarsi, passando per Flora, Violette, Regina – soprattutto figure femminili – nelle quali la volontà di vivere, l’affermazione della propria personalità, prevale su qualsiasi ragionamento razionale. Personaggi, molti dei quali – tirati dagli stessi fili invisibili che li hanno in qualche modo tenuti uniti – finiscono – nonostante il loro cosmopolitismo – per concludere il loro ciclo a Safed, a Petach Tiqwa, a Ramat Gan, a Tel Aviv. In Israele, insomma.

Valentino Baldacci