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Pisa ebraica, tempo di visite

sara valentina di palmaNegli anni capita di tornare per disparati motivi in rinomate mete turistiche, abbastanza vicine da pensare che prima o poi le visiteremo, ma poi solo frettolosamente sfiorate – un concorso, una passeggiata nel centro prima di un convegno, un saluto alla piazza più famosa d’Italia in attesa di una visita medica, una gita veloce in occasione di una mostra.
Così, soprattutto negli ultimi anni in cui si è fatta più vicina, a Pisa siamo capitati con una certa frequenza, ma mai abbastanza a lungo da salire sulla celeberrima torre decantata da quella canzoncina giunta di riflesso alcuni anni or sono da una scuola materna (ero a Pisa, salivo sulla torre, il bruco mi rincorre, il bruco mi rincorre…- una di quelle filastrocche di cui esistono diverse versioni; nella nostra alla fine il bruco scappa via da una funivia di montagna e possiamo dormire sonni tranquilli).
Neppure con abbastanza tempo a disposizione per passeggiare sulle mura cittadine, il cui percorso turistico aperto un anno fa attrae migliaia di visitatori che godono di una prospettiva insolita sulle strade del centro e soprattutto su piazza del Duomo, con un inedito affaccio sul cimitero ebraico. Situato appena fuori dell’antica Porta del Leone, con le sue sepolture risalenti alla seconda metà del Seicento è uno dei più antichi luoghi di inumazione ebraica in Italia, preceduto da almeno tre altri cimiteri collocati nella stessa zona esterna alle mura occidentali.
Pochi i fortunati che riescono ad entrarvi, i più curiosi stuzzicati anche dalle epigrafi duecentesche (collocate all’esterno delle mura a destra della Porta Nuova e perlopiù purtroppo nascoste dalle bancarelle di venditori ambulanti che deturpano l’arrivo a piazza dei Miracoli), rimaste a testimoniare le più antiche sepolture di cui vi sia traccia.
Così la gran parte dei veloci turisti che raccontano di aver visitato Pisa si limita un po’ insoddisfatta a constatare che il cimitero ebraico è perlopiù chiuso, e così il Bet HaKneseth cittadino risalente a metà Seicento, riaperto al pubblico cinque anni or sono dopo un importante restauro e già completamente rinnovato nella seconda metà dell’Ottocento dall’architetto Marco Treves cui dobbiamo i più straordinari esempi di eclettismo in ambito ebraico italiano – il progetto della sinagoga della sua città natale, Vercelli, e soprattutto il Tempio monumentale di Firenze.
Adesso sta invece solo a noi non rimandare la conoscenza dei luoghi ebraici pisani, aperti regolarmente al turismo con visite guidate dalla prossima settimana. Andiamo, avrebbe detto il poeta vate, è tempo di visitare.

Sara Valentina Di Palma