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Sylva Sabbadini (1928-2019)

a-tradate-sylva-sabbadini-deportata-di-auschwitz-588343.610x431Cordoglio per la scomparsa nelle scorse ore a Milano di Sylva Sabbadini, deportata all’età di 13 anni nei Lager nazifascisti e sopravvissuta ad Auschwitz e alle torture del medico nazista Mengele. “Abitavamo a Padova, dove mio padre faceva l’ingegnere. Io sono una di quelle ragazze che quando nel 1938 entrarono in vigore le leggi razziali venne espulsa da scuola. Mio padre, che era un funzionario del ministero dell’Agricoltura, perse il lavoro. Un giorno il questore di Padova arrivò a casa nostra e disse a mio padre che era venuto il momento di tagliare la corda e così scappammo in campagna ospiti di una famiglia di contadini”, aveva raccontato Sabbadini in un’intervista al portale varesenews. Una delazione porterà all’arresto di tutta la famiglia, tradotta prima alla Risiera di San Sabba (Trieste) e poi deportata l’anno successivo ad Auschwitz, mentre il padre e lo zio saranno portati a Dachau e assassinati. “Quando arrivai ad Auschwitz – la sua testimonianza – avevo tredici anni e mezzo e mi salvai dalla camera a gas perché ero già formata, sembravo una donna adulta, quindi potevo lavorare. Una ragazza della mia età, alta e secca, che viaggiava con me, venne spedita subito a morire. Rimasi sempre con mia madre, lei parlava lo yiddish, la lingua della sua famiglia, e quindi capiva bene anche il tedesco, aspetto molto importante per sopravvivere. Un pomeriggio arrivò nella nostra baracca il dottor Mengele e mi scelse insieme ad altre due ragazze per delle sperimentazioni mediche. Ci trasferirono nell’infermeria. Eravamo sedute e aspettavamo di essere chiamate, intuendo quello che ci aspettava”. Dopo la liberazione di Auschwitz, Sabbadini e la madre rimasero per altri tre mesi nel campo: “L’odore dei cadaveri che bruciavano era insopportabile, volevamo andarcene a tutti i costi. Mia madre conobbe un ufficiale rumeno che ci portò a Bucarest. Una volta lì contattammo il console italiano. Ci venne incontro un uomo elegante che ci portò in un appartamento molto bello dove c’erano altri italiani. Mia madre vide un pianoforte e lo fissò a lungo, senza parlare. Non mi meravigliai, dopo tutto lei era una concertista e come quasi tutti i componenti della sua famiglia suonava il pianoforte e il violino. Erano emigrati agli inizi del ‘900 da Odessa, quando era ancora Russia, a Trieste. A un certo punto si avvicinò a quel grande pianoforte a coda, si aggiustò il seggiolino, iniziò a premere sui tasti. Fu così che ricominciammo a vivere”. Una testimonianza da ricordare.
Il funerale di di Sylva Sabbadini si è tenuto nelle scorse ore al cimitero ebraico di Milano.
Sia la sua memoria di benedizione.