Processi virtuosi

Lotoro officialDal compositore ebreo ceco Karel Berman, che a Birkenau si salvò perché disse a Mengele di essere operaio ai musicisti ebrei Coco Schumann, Eric T. Vogel e Martin Roman che improvvisarono del jazz dinanzi a Mengele e si salvarono, dal violinista ebreo tedesco Henry W. [Heinz] Meyer riconosciuto e salvato a Birkenau da un deportato medico ebreo che lo aveva ascoltato durante un concerto a Breslau (il medico scambiò la sua cartella clinica con quella di un cadavere) sino alla pianista ebrea tedesca Ester Loewy Bejarano che si salvò imparando a suonare in tre minuti la fisarmonica dinanzi alla Kapo; il gioco e l’intreccio della musica con la vita e la morte è paradossale.
Versatilità e genio giocarono un ruolo importante, vita e morte dei musicisti erano inesorabilmente sottomessi alla più totale casualità nonché al capriccio di chi in quei giorni decideva del loro destino.
Lex van WerenPresso le miniere di carbone della Janinagrube (subcampo di Auschwitz) il trombettista ebreo olandese Lex van Weren (nella foto) suonò Stille Nacht, heilige Nacht e per questo fu messo a guisa di derisione nell’orchestra femminile; trasferito a Dachau, van Weren ebbe l’onore di suonare con la sua tromba Yankee Doodle per omaggiare le truppe statunitensi appena arrivate a liberare il Lager, i soldati rimasero profondamente colpiti e scoppiarono in lacrime.
Le donne musiciste combattenti della Resistenza olandese Gisela Söhnlein e Hetty Voûte, le compositrici Ludmila Kadlecova Peškařová e Henia Durmaskin, le etnomusicologhe Johanna Lichtenberg Spector e Germaine Tillion, le musiciste rom Růžena Danielová e Ceija Stojka furono deportate ma dopo la Guerra riuscirono ad affermarsi artisticamente; altre donne come la violinista Alma Rosé, la suora presbiteriana Margaret Dryburgh e la giovane Vítězslava Kaprálová – morì di tubercolosi nel giugno 1940 a Montpellier mentre riparava dalle truppe tedesche – ricevettero fama postuma mentre Waleria Felchnerowska, Wanda Orlicz–Dreszerowa, Irena Mróz Gadomska–Szabłowska e centinaia di donne musiciste sono ancora in attesa del giusto riconoscimento artistico.
Sia il primo Gulag aperto nel 1919 presso le isole Solovki che il primo Lager aperto nel 1933 a Dachau recavano al cancello d’ingresso iscrizioni simili ispirate al lavoro ossia “Il lavoro fortifica anima e corpo” (Solovki) e “Il lavoro rende liberi” (Dachau); non è l’unica somiglianza tra Gulag e Lager ma quelle iscrizioni, nel tragico non senso dell’universo concentrazionario, erano scritte all’esterno per chi entrava (a Buchenwald “A ciascuno il suo” era scritto all’interno del cancello d’ingresso per chi usciva) e paradossalmente riguardano chiunque, ieri come oggi.
Abbiamo un immane lavoro da compiere allo scopo di ripristinare processi virtuosi di creazione artistica ossia recuperare tutto ciò che è stato creato dai musicisti che hanno vissuto anche solo un giorno di prigionia e deportazione; una letteratura diventa storia quando riesce a sviluppare una visione unificata dell’arte.
Non una piccola melodia, non un minuscolo frammento musicale creato in cattività civile, militare e politica sarà lasciato indietro; è una promessa.

Francesco Lotoro