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La guerra del Kippur
e le minacce di oggi

Schermata 2019-10-07 alle 14.45.43Il trauma della Guerra del Kippur, 46 anni dopo, è ancora ben presente nella vita della moderna Israele: chi ne fu investito, soldato o civile, ricorda bene il 6 ottobre 1973 quando l’attacco combinato di Egitto e Siria violò il giorno più sacro degli ebrei e innescò una guerra di quasi tre settimane in cui caddero quasi 3000 israeliani e migliaia furono feriti. In queste ore, alla vigilia di Kippur, i media israeliani si interrogano sul significato di quel conflitto e ancor di più sulle minacce attuali per la sicurezza della nazione. Non è più l’Egitto a preoccupare – paese con cui Gerusalemme firmò il trattato di pace nel 1979 – ma l’Iran, come ha ribadito il Primo ministro Benjamin Netanyahu nel su discorso durante il giuramento alla Knesset, lanciando un altro appello per la nascita di un governo di unità nazionale. “Siamo di fronte a un’enorme sfida per la sicurezza, che si intensifica di settimana in settimana. È aumentata profondamente negli ultimi due mesi e, in particolare, nelle ultime settimane. Questo non è un capriccio, non è ‘Netanyahu che cerca di spaventare’”, le parole del Primo ministro in pectore, che in questi giorni sta affrontando le audizioni preliminari davanti al procuratore generale in merito ai casi di corruzione in cui è coinvolto. Dopo averlo ascoltato, il procuratore deciderà se incriminarlo o meno, segnandone il destino. Nel mentre Netanyahu lancia appelli agli avversari di Kachol Lavan perché si arrivi alla formazione di un governo di unità nazionale e si lavori insieme per confrontarsi con il pericolo Iran. Kachol Lavan non si fida del leader del Likud e teme che i suoi recenti allarmi siano un tentativo per metterli all’angolo. In questo clima di diffidenza, le analisi dei media israeliani raccontano di una situazione sul terreno effettivamente più complessa: l’attacco diretto dagli iraniani contro i pozzi petroliferi sauditi preoccupa l’intelligence e l’esercito d’Israele (nell’immagine il capo di Stato Maggiore Kochavi con un gruppo di soldati). “Le capacità mostrate in questo incidente sono fonte di seria preoccupazione e richiedono una risposta. È possibile che le nostre capacità di difesa aerea e missilistica non siano sufficienti per impedire agli iraniani di causare danni significativi alle nostre infrastrutture vitali”, ha detto un ufficiale israeliano al giornalista Ben Caspit. Questi, sul sito di analisi mediorientale Al Monitor, scrive : “Tutti i segnali indicano che l’Iran ha deciso di rispondere con forza ai numerosi attacchi aerei contro obiettivi iraniani e sciiti in Siria e in Iraq che vengono attribuiti a Israele”. E a confermarglielo sono le parole della sua fonte nell’esercito: “Crediamo che questa volta non si tratterà di una debole reazione come il fuoco casuale di razzi che generalmente cadono sul versante siriano delle alture del Golan”. “Per quanto vogliamo girarci attorno, una guerra contro l’Iran e i suoi alleati regionali è inevitabile. Secondo l’intelligence (che a questo punto è stata resa praticamente pubblica) la guerra includerà pesanti lanci di razzi da Gaza, dall’Iran (e dal territorio sotto la sua influenza in Iraq), Siria e Libano – dove si combatteranno anche battaglie di terra”, scrive invece Assaf Schneider su Yedioth Ahronoth, che si chiede se Israele sia pronta all’evenienza di una nuova guerra. “Israele nel 2019, come nel 1973, è prigioniera delle sue stesse idee. Questa volta, però, è un’idea politica: un pacchetto di percezioni fossilizzate sullo scontro tra sinistra e destra; ultra-ortodossi e laici; arabi ed ebrei, che detta chi voterà per chi nelle urne, e chi siederà con chi in un governo di coalizione. Tutto questo battibecco politico – avverte Scheneider – ci mette in una posizione vulnerabile e così la prossima guerra ci sconvolgerà come se non fossimo già stati sconvolti quando quelle sirene suonarono il 6 ottobre 1973”.

Daniel Reichel