moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Storie della Firenze ebraica

baldacciLa conoscenza dei luoghi dove gli ebrei si sono insediati nel corso dei secoli è essenziale per comprendere la storia ebraica e i rapporti con la popolazione cristiana e con le stesse autorità politiche. Per quanto riguarda la Toscana un lavoro pionieristico è stato svolto da Dora Liscia, sia con ricerche specialistiche, in particolare per quanto riguarda il patrimonio storico-artistico, che sul piano, importantissimo, della divulgazione, in particolare con il suo Toscana. Itinerari ebraici, Marsilio, Venezia, 1995.
Adesso un nuovo contributo, sempre di carattere divulgativo ma al tempo stesso rigoroso nel metodo e nella raccolta dei dati, viene dal recente Firenze Ebraica, Aska, Firenze, 2019. Si tratta, come dice il sottotitolo, di un “Itinerario illustrato”, dove testi e immagini si integrano efficacemente nel restituire una conoscenza della presenza ebraica che è di carattere storico ma anche evidenziata nelle sue persistenze nel nostro tempo.
I testi sono di Lionella Viterbo, Giovanna Bossi e Pia Ranzato, della stessa Pia Ranzato sono le fotografie. Senza togliere niente al contributo delle altre coautrici, è giusto sottolineare il lavoro che da tanti anni Lionella Viterbo conduce per ricostruire, con ricerche specialistiche svolte negli archivi cittadini e non, le vicende della presenza ebraica a Firenze e che confluiscono anche in questa pubblicazione.
È inevitabile che l’attenzione si rivolga in primo luogo al Ghetto, istituito nel 1570, anche perché esso, a differenza di quanto avvenuto in altre città, non occupò un’area periferica ma anzi fu situato proprio in quello che adesso è il centro della città, facendo perno sull’attuale Piazza della Repubblica. Quella del Ghetto è una vicenda che è ancor oggi ben presente nella memoria della città perché fu al centro di un’operazione urbanistica che ancora è vissuta con sofferenza da tanti fiorentini.
Al momento dell’Unità, dopo che l’emancipazione giuridica degli ebrei era stata sancita anche in Toscana, non si trattò di aprire i cancelli del Ghetto: quelli erano già stati aperti con l’avvento della dinastia lorenese nel 1737 e definitivamente eliminati in età leopoldina con la vendita del Ghetto stesso, che fu acquistato da alcune facoltose famiglie ebree. L’area del Ghetto fu invece interessata a una operazione – svoltasi dal 1885 al 1895 – che fu motivata con esigenze di risanamento ma che si risolse invece in una speculazione edilizia e in un pesante sventramento che distrusse una parte significativa della Firenze medievale, lasciando in piedi qua e là solo alcuni lacerti ritenuti di rilevanza storico-architettonica. A completamento dell’operazione, al centro dello sventramento fu lasciato uno spiazzo che fu occupato dai portici costruiti a imitazione di quelli torinesi e da una piazza senza personalità, circondata da una serie di caffè, anche questi di imitazione piemontese, tra i quali quello destinato a diventare celebre agli inizi del ‘900, le Giubbe Rosse, per la frequentazione delle avanguardie letterarie e artistiche del tempo. Infine fu posta, sull’arco che sorse al centro dei portici, la scritta “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”. Una scritta ancora oggi letta con ironia dai fiorentini (o almeno da quelli superstiti). Chi volesse ritrovare il senso e il sapore della vita del ghetto fiorentino, può leggere di Ariel Toaff le Storie fiorentine. Alba e tramonto del ghetto, Il Mulino, Bologna, 2013.
Molti ebrei – soprattutto quelli più facoltosi – si erano già stabiliti da tempo fuori dell’area del vecchio Ghetto, e il volume ne ritrova con pazienza e attenzione le tracce, che a volte consistono in segni quasi impercettibili, come le iniziali del nome di una famiglia poste sul cancello di un giardino.
Ma anche nell’area del centro si ritrovano tracce della presenza ebraica, alcune particolarmente dolorose, come quella costituita da un’iscrizione in latino alla base di una statua della Madonna della Rosa, all’esterno di Orsanmichele, che recita: “Un giudeo colpì questa immagine con una lama e confesso egli stesso morì dilaniato dal popolo presente”. L’episodio del linciaggio del giovane ebreo, avvenuto nel 1493, richiama alla memoria un altro linciaggio, anzi un vero e proprio pogrom, che ebbe luogo a Siena il 28 giugno 1799, quando tredici ebrei furono uccisi dalla folla inferocita, aizzata dalle bande del “Viva Maria”!.
Scomparso il Ghetto e sparpagliatasi la popolazione ebraica in varie parti della città, essa ritrovò un nuovo punto di riferimento nella nuova Sinagoga, costruita in stile moresco nel quartiere della Mattonaia tra il 1873 e il 1882. Al nuovo Tempio il volume dedica naturalmente ampio spazio, mettendo anche in evidenza come in quell’area nascessero nuove residenze ebraiche.
Ma, come già si è visto, tracce della secolare presenza ebraica si trovano di qua e al di là dell’Arno, anche quando si è cercato di cancellarle, come avvenne nel 1939, quando la stupidità fascista volle mutare la toponomastica, ribattezzando un’antica Via de’ Giudei in Via dei Ramaglianti, nome che tuttora conserva.

Valentino Baldacci