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Bassa politica a Montecitorio

calimani darioQuando un deputato della Repubblica Italiana interrompe i lavori parlamentari per proporre alla fidanzata di sposarlo, non è lecito sorriderne. Se ne devono invece trarre alcune inevitabili conclusioni. Il deputato, innanzitutto, non merita il suo ruolo, perché sta deliberatamente ridicolizzando il compito che è stato chiamato a svolgere. E non merita neppure che si ricordi il suo nome. Merita invece ricordare che l’autore della pagliacciata è un deputato leghista, membro di un partito antisistema, che per anni ha chiesto l’indipendenza della ‘Padania’ dalla Repubblica Italiana. L’uscita del non degno parlamentare non è semplicemente la dimostrazione che il Parlamento è fatto di gente comune, umile e semplice, gente come noi, è invece il segno chiaro del degrado della vita politica e della volontà di perseguirne un degrado sempre maggiore, fino al suo definitivo annullamento.
Il leghista non crede nel valore delle istituzioni repubblicane, e le irride comportandosi come se si trovasse al bar con gli amici. Il suo fine ultimo è dimostrare che il Parlamento non è il luogo dell’alta politica, ma lo spazio volgare di cui ci si serve per propri miseri fini personali. Il fine ultimo è screditare il valore dell’istituzione, e mettere alla berlina coloro che – pochi o tanti – ne prendono sul serio la funzione e i compiti. Lo stesso scherno lo si è riservato da tempo, a fasi alterne, alla Magistratura e a diverse cariche istituzionali, persino al Presidente della Repubblica. L’interesse di certa politica d’assalto è la distruzione dei simboli in cui il popolo italiano riconosce la propria storia e la propria unità.
Continua, in questo modo, con piccoli ma diffusi e incessanti segni di linguaggio e di azione, l’infamante strategia di volgarizzazione e delegittimazione dell’etica politica del paese. Un’etica che presumeva, un tempo, anche l’adozione di un minimo stile comportamentale. Un tempo, chi entrava a Montecitorio si adeguava a uno stile. Ora è Montecitorio a doversi adeguare allo stile basso di chi vi entra. La politica non è più uno spazio culturale alla cui azione il popolo possa ispirarsi per apprendere, i politici non sono più presunti competenti migliori di noi. Siamo noi, la gente comune, a dover assistere esterrefatti, dagli spalti, allo sbranamento di straccioni che al centro dell’arena si spartiscono le spoglie di ciò che resta del paese.
Non avremmo mai immaginato di dover rimpiangere un giorno la foschia umbratile della Democrazia Cristiana.

Dario Calimani, Università di Venezia