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Ticketless – Lucus a Lucendo

cavaglionBosco della non luce. Prendendo a modello la saggezza degli antichi, Carlo Levi descriveva così, in Cristo si è fermato a Eboli, il paesaggio magico che aveva conosciuto al confino. Alessandra Lancellotti ed Enrico Masi hanno rovesciato quella massima nel suo contrario, realizzando un film affascinante, in cui il protagonista è Stefano Levi Della Torre, il nipote di Carlo. Un viaggio a ritroso nel tempo, che parte dalla casa del pittore di Alassio per ritornare nel grembo materno, in quella che Giacomo Debenedetti chiamava “la religione delle Madri”. Ex tenebris lux, il paradosso della luce che s’intravede nel buio, immagine che piaceva assai a Mazzini e Michelstaedter, è solo uno degli elementi di un viaggio nell’intimità del paesaggio che questo film induce a svolgere. Ho visto in anteprima “Lucus a Lucendo” a Matera, nei giorni in cui si discuteva in un seminario il libro che immediatamente precede “Cristo si è fermato a Eboli” e cioè “Paura della libertà”, un classico dell’antropologia, come spiega giustamente Carlo Ginzburg, nel film tutt’altro che una comparsa. Il libro rafforza l’idea di un nesso fra l’ebraismo del Novecento e il mondo magico dell’Italia meridionale. Carlo Levi la pensava in questo come un grande critico d’arte, Bernard Berenson, che del sud coglieva “la feracità di Terra Promessa”. In “Paura della libertà” uno dei temi forti è il rapporto fra sacro e religioso. Persuasione e retorica, direbbe Michelstaedter. Nell’età della secolarizzazione, con i suoi riti e le sue liturgie, il religioso ha represso il senso del sacro. La differenza è nel fatto che il Carlo goriziano sapeva bene che esistono i retori, ma non è sceso oltre i lungarni e non conosceva la Lucania. Per risalire alle fonti bibliche del sacro il paesaggio “lucano” è un viatico necessario. Di qui l’efficace witz etimologico nel titolo del film: “Lucus a lucendo. A proposito di Carlo Levi”. Andare oltre Eboli, nel bosco della luce, per gli ebrei italiani, dovrebbe essere un po’ come compiere una alyah interiore.

Alberto Cavaglion

(4 dicembre 2019)