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“Simonino da Trento, una fake news
che ha ancora molto da insegnarci”

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Il caso di Simonino da Trento, dichiarato vittima di un omicidio rituale ebraico e venerato per secoli come martire innocente, fu una delle più grandi fake news del passato. È però vicenda che si riverbera in modo tangibile anche nel nostro presente. Intanto perché è di appena pochi decenni fa il riconoscimento da parte ecclesiastica di una verità storica troppo a lungo negata, affermatasi solo grazie ai frutti del Concilio Vaticano II e della Nostra Aetate. E poi perché il caso è un simbolo sempre valido delle drammatiche conseguenze cui portano costruzione di un nemico e propaganda spietata volta a colpirlo.
Non sorprende quindi che il Museo Diocesano Tridentino abbia scelto “L’invenzione del colpevole” come titolo di un’attesa mostra su questa vicenda che sarà inaugurata a Trento tra una settimana. Una significativa presa di coscienza da parte cattolica dell’urgenza di confrontarsi con responsabilità ancora recenti. Fin quando cioè l’azione di monsignor Iginio Rogger, primo artefice di una revisione storica su Simonino avvenuta anche su spinta di una caparbia insegnante ebrea triestina, Gemma Volli, pose fine a questo culto e a una stagione di antisemitismo istituzionalizzato. Era il 28 ottobre 1965, nelle stesse ore era promulgata la Nostra Aetate.
L’accusa di questa vicenda tardo-medievale, viene affermato nel percorso museale, si fondava sulla convinzione che gli ebrei compissero sacrifici rituali di fanciulli cristiani “con lo scopo di reiterare la crocifissione di Gesù, servendosi del sangue della vittima per scopi magici e religiosi”. Incarcerati per ordine del principe vescovo di Trento Johannes Hinderbach, gli ebrei vennero processati, costretti a confessare sotto tortura e infine giustiziati. Simonino divenne da allora oggetto di una venerazione che, si ricorda, fu costruita “utilizzando due potenti mezzi di comunicazione: le immagini e il nuovissimo strumento della stampa tipografica”.
Fu una piccola cerchia di specialisti a dare nel ’65 il via alla storica svolta. Un contesto forse però troppo ristretto per una diffusa presa di coscienza di errori e orrori. Di qui, è stato spiegato, “la necessità di riprendere il filo della storia per riannodarlo a un presente segnato dal preoccupante riemergere di pulsioni antisemite e razziste”.
Curata da Domenica Primerano con Domizio Cattoi, Lorenza Liandru e Valentina Perini e la collaborazione di Emanuele Curzel e Aldo Galli, la mostra si avvale della collaborazione dell’Università degli Studi di Trento, dell’Archivio Diocesano Tridentino e della Fondazione Museo Storico del Trentino. Numerose e autorevoli le voci di studiosi che hanno contribuito con un loro testo nel ricco catalogo realizzato.
A riassumere il senso di questo impegno è la direttrice Primerano, che in un suo saggio osserva: “L’applicazione di un’imparziale coscienza critica all’ampia documentazione su cui si fondò l’accusa nei confronti degli ebrei portò a cogliere la reale configurazione dei fatti, facendo riemergere la verità storica. Una ‘verità’ che impone a tutti noi una responsabile riflessione circa le terribili conseguenze che pregiudizi, stereotipi, meccanismi di esclusione del ‘diverso’ comportarono e comportano tuttora. La storia, questa storia, ci consegna un severo monito che sarebbe colpevole ignorare”.
Scrive invece Anna Foa: “Nel 1475, quando gli ebrei di Trento vengono accusati di aver ucciso ritualmente il piccolo Simone, l’accusa del sangue era una conoscenza diffusa nel mondo cattolico, un sospetto che aleggiava con grande facilità sugli ebrei alla prima scomparsa di un bambino e nelle circostanze della Pasqua ebraica, i giorni in cui secondo questa accusa gli ebrei erano soliti uccidere bambini cristiani allo scopo di utilizzarne ritualmente il sangue e in odio al mondo cristiano”. Nell’area tedesca, prosegue Foa, “le accuse si erano moltiplicate nel corso del Quattrocento, in alcuni casi portando sangue e morte agli ebrei, in altri sancendo assoluzioni e onerosi riscatti”. Era una credenza che circolava frequente fra i cristiani, “una voce popolare che riecheggiava la paura della diversità e le ansie derivate da usanze e ritualità inconsuete e quindi di per sé sospette”.
Massimo Giuliani propone uno sguardo letterario attraverso un capolavoro del Novecento che ha riproposto questo tema in chiave moderna: L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud. Un’opera che, sottolinea, “dà voce agli incubi di tutti gli ebrei e le ebree che nel corso dei secoli sono stati accusati di assurdi omicidi rituali che non si sarebbero mai sognati di compiere; ma dà voce anche a tutte le ingiustizie e le oppressioni di innocenti cui capita di essere investiti dalle sempre più sofisticate macchine mitologiche delle ideologie e dei sistemi totalitari, teocratici o atei che siano”. L’uomo di Kiev è un romanzo storico sull’accusa di omicidio rituale ma può o forse deve essere letto anche, scrive Giuliani, “come un commento ebraico, quasi cinque secoli dopo, a quel che avvenne, loro malgrado, agli ebrei di Trento nel 1475 sotto il governo del vescovo-principe Johannes Hinderbach”.
Diego Quaglioni illustra come i processi contro gli ebrei di Trento siano decisivi, nella transizione alla prima modernità, “per la fissazione degli stereotipi antigiudaici in un nuovo paradigma, miscela efficacissima di parole e immagini, di testi di propaganda e di scritti di dottrina”. A questo proposito, ricorda Quaglioni, “si è parlato di una ‘giudeofobia’ nascente da una tipica combinazione di odio teologico e di odio sociologico, fenomeno soggiacente, imponente e vario come l’antigiudaismo premoderno, radicato nella mentalità e nella cultura europee, nel quale ad un tempo bisogna ricercare le origini del processo di emancipazione e le radici dell’antisemitismo moderno, del sinistro miscuglio di semi-verità e di superstizioni, che dopo il 1914 fece degli ebrei europei il bersaglio di tutti coloro che la società respingeva”.
Gaia Bolpagni sviuppa un altro tema di notevole interesse, passando in rassegna il registro dei “miracoli del beato Simonino” conservato presso l’Archivio di Stato di Trento. Racconta la studiosa: “Le opere letterarie dedicate al presunto martirio di Simone, in funzione della campagna per la sua canonizzazione, contribuirono in modo fortissimo a promuoverne e diffonderne il culto, ancora prima che si fosse concluso il processo di beatificazione del bambino, che da quel momento e per secoli verrà venerato come San Simone da Trento”. Tanto grande era stato il risalto dato alla vicenda e così forte il suo impatto sull’opinione pubblica, che intorno
ad essa, prosegue Bolpagni, “si materializzò sin dai primi momenti un’aura salvifica e taumaturgica, al punto che all’immagine e all’intercessione del piccolo santo furono attribuiti diversi avvenimenti prodigiosi”.
La svolta del ’65 ha chiuso un capitolo lacerante. Restano però da rafforzare consapevolezza e anticorpi. Questa mostra, grazie a quel che è stato possibile vedere in anteprima, si candida ad essere uno strumento più che valido.

Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked

(6 dicembre 2019)