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Charlotte Salomon, l’arte per la vita

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“Questa autobiografia può essere letta come un’opera d’arte, un’affermazione di vita, un documento, un romanzo di sentimenti di fronte al destino”. Quando gli capitò davanti agli occhi, Primo Levi capì subito che Vita? o Teatro? era una testimonianza unica nel suo genere. Un autentico capolavoro.
Una autobiografia per immagini che l’artista berlinese Charlotte Salomon, uccisa appena 26enne ad Auschwitz, dove arrivò incinta al quinto mese, compose in diciotto drammatici mesi tra il 1940 e il 1942. Oltre mille tempere accompagnate da brevi testi che descrivono immagini e situazioni. Una riflessione su di sé e sul proprio percorso alle porte dell’abisso che l’editore Castelvecchi ha riunito in un elegante cofanetto rivolto non solo agli addetti ai lavori ma a tutti coloro che si interrogano sulla vita, il suo senso, la sua precarietà, i valori da difendere e riaffermare.
Una vita, quella di Charlotte, che è costantemente segnata dalla morte e della precarietà esistenziale. Non a caso la prima tempera è dedicata alla zia, suicidatasi nel 1913. Un fatto antecedente alla sua nascita ma che la segna in profondità, così come la successiva fuga dalla Germania a Nizza dopo la Notte dei cristalli e il suicidio della nonna davanti ai suoi occhi per la dilagante violenza nazista. Poco prima aveva appreso che anche la madre, che lei credeva morta di influenza, aveva scelto di porre fine ai suoi giorni in modo non naturale.
Caducità e dolore sono però carburante per la straordinaria creatività e forza espressiva di cui dà prova da allora dando vita al racconto di Vita? o Teatro?, considerato da molti il primo graphic novel della storia. Scrive Salomon all’amato Amadeus Daberlohn, nell’ultima (e finora inedita) lettera che di lei ci è pervenuta: “È un ritornello arcinoto che nessuno è profeta in patria. Ci sono pochissime persone in grado di creare, che rubano agli altri forze inconsapevoli lasciate a riposo, come terre incolte che si deteriorano perché non lavorate. Queste forze dormono nella grande maggioranza e solo in casi rarissimi vegliano”. Non è il suo caso. E sono proprio i terribili fatti di cui è testimone e di cui percepisce tutta la violenza presente e futura a portarla a un livello artistico immenso: ”La mia vita – confessa, nella stessa lettera – è incominciata quando mia nonna ha deciso di mettere fine alla sua”.
Vita? o Teatro? sopravvive alla furia persecutoria che si abbatte sulle donne e sugli uomini, ma anche sul prodotto del loro genio. E ciò è merito del medico cui l’artista le affida, il dottor Moridis. Il materiale passa poi a Ottilie Moore, la cittadina americana che l’aveva ospitata in Francia e a cui l’opera è dedicata. Nel dopoguerra le tempere arrivano infine al padre di Charlotte, Albert, che viveva ad Amsterdam con la seconda moglie. Dal 1959, attraverso un lascito, diventano patrimonio museale e quindi dell’intera collettività.
Per Jonathan Safran Foer, Vita? o Teatro? è forse il più grande libro del ventesimo secolo. “Le pagine – ha scritto Safran Foer – chiedono di essere comprese, pur sottraendosi alla comprensione. Eppure continuiamo a credere nel significato recondito dell’opera. Questo è il motivo per cui Vita? o Teatro? è così emozionante, spaesante e commovente: perché ha indubbiamente un senso, solo non per noi. Ed ecco perché, ancor più degli elogi, Vita? o Teatro? esige creatività. Le cose belle sono contagiose e nessuna opera d’arte mi ha incitato a fare arte più di Vita? o Teatro?. Non c’è opera che più di questa mi ricordi per che cosa vale la pena lottare”.

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(16 gennaio 2020)