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Edoardo, il giorno più atteso

WhatsApp Image 2020-03-19 at 20.54.15Con questo testo mi avvio ad una collaborazione con il notiziario Pagine Ebraiche e il portale dell’ebraismo italiano www.moked.it. Lo faccio dopo anni di serrate polemiche con questa testata per diverse visioni e mission, ma credo che la quarantena a cui noi tutti siamo costretti ci imponga cambiare la prospettiva delle nostre analisi e convinzioni, per questo ringrazio della disponibilità e voglio dedicare la mia riflessione ad un ragazzo, Edoardo Pavoncello, che questo shabbat avrebbe dovuto fare il suo Bar Mitzvà. Lui come altri ragazzi, dopo mesi di faticosa preparazione, non può leggere la sua Parashà e condividere il giorno più atteso per un bambino ebreo.
Edoardo è un ragazzo particolare. Frequenta il Bet Michael a Monteverde ed è una sorta di mascotte dei nostri minianim e di tante attività. È il primo ad arrivare insieme a sua sorella più grande, Carol, e l’ultimo ad andare via. La mattina dello shabbat arriva alle 9 per la lezione di Rav Roberto Colombo e alle 9,30 sta lì con la tefillà in mano a seguire in assoluto silenzio la funzione. Per poi tornare alla Seuda del pomeriggio. A mia memoria lo fa da almeno 4 anni, da quando ne aveva 9.
Non ricordo un bambino cosi tenace e determinato che, con una Emunà fuori dal comune e pur nella sua timidezza, abbia fatto tutto questo percorso, nell’osservanza delle mitzvot e dello shabbat, ribaltando la prospettiva.
Nelle famiglie ebraiche sono i genitori e ancor più i padri che portano i figli al Bet Hakeneset e spesso (lo scrivo da genitore) a fatica. Lui con la sorella sono tra coloro che rendono orgogliosi i genitori o i nonni, per i traguardi raggiunti.
È il quarto shabbat di seguito che come presidente del Bet Michael mi ritrovo a fare lo stesso discorso senza paura di apparire noioso o ripetitivo. Un figlio o una figlia hanno portato i loro genitori ad amare il Bet Hakeneset e il mondo delle Mitzvot. Per alcuni ragazzi questo è un fatto naturale perché magari hanno respirato dentro le proprie case le tradizioni dei nostri Maestri, ma a volte questo avviene con figli di matrimonio misto (non è il caso di Edoardo), in cui la mamma non è ebrea e le famiglie con determinazione e sacrificio hanno accolto i rigori del Bet Din di Roma, ancor più stringenti nell’ultimo anno. Hanno visto un coinvolgimento emotivo dei propri genitori nel portare carne kosher a casa: dividere la cucina in strumenti di carne e latte, e osservare lo shabbat. Frequentare il Bet Hakeneset di quartiere e soprattutto frequentare le scuole ebraiche può dare la dimensione di quanto sia importante il ruolo di una Keilà, di un Kaal del Bet Hakeneset accogliente che possa favorire questo percorso non facile e non affatto scontato.
Edoardo è a te che dedico queste mie riflessioni: forse quando le leggerai ti sorprenderanno e forse ti sarà difficile comprenderle alla tua età ma credimi sono state oggetto di tante polemiche e di inutili divisioni. I tuoi genitori ti hanno messo nelle mani di un Maestro, Rav Reuven Roberto Colombo, direttore delle materie ebraiche delle nostre Scuole e mannigh del Bet Michael. Lui è noto per essere “duro” e un Rav di pochi compromessi. Sono i luoghi comuni di cui spesso siamo vittime noi tutti. Il tuo Maestro, il tuo Rav che meglio di noi conosci perché ci studi e anche perché è colui che ti ha fatto amare la Torà e il mondo delle mitzvot. Questo non sarebbe mai potuto avvenire senza il permesso dei tuoi genitori. Oggi sono angosciati che stasera non potrai fare il tuo Arvit e domani leggere la tua Parashà. Se ti conosco un po’, tu non hai fatto alcuna polemica e hai accettato questa strana e insolita condizione, consapevole che la festa la farai in altra data e che dovrai studiarti un’altra Parashà.
Se vi è una cosa che ci sta aiutando a riflettere e a cambiare la prospettiva delle cose è proprio la costrizione che subiamo noi tutti nel gestire questa quarantena a causa del Coronavirus. Le famiglie si sono riunite come non mai. I mariti con le mogli. I genitori con i figli. Noi tutti con la preghiera, perché sfido anche i più ritrosi e scettici se non hanno dedicato un po del loro tempo ad H. Noi tutti – anche coloro che non lo hanno mai osservato – stiamo capendo che possiamo NON lavorare di shabbat. Che i pensieri e le preoccupazioni che abbiamo durante la settimana possono trovare nello shabbat in famiglia un momento di pausa e ritrovare serenità e armonia con noi stessi e con H ma soprattutto con gli altri yehudim.
A tua sorella Carol ho voluto regalare un libro di Rav Ephraim Oshry, “Responsa. Dilemmi etici e religiosi nella Shoah” sulle sheilot poste dai zadikkim che cercavano osservare le mitzvot del calendario ebraico a rischio della loro vita e nonostante condizioni di vita disumane durante la Shoah. Anche fra loro, in tanti, come fra i nostri genitori, non hanno potuto festeggiare e fare in quel periodo il loro Bar o Bat Mitzvà.
Ma ognuno di loro, sia quelli che sono finiti nei forni e nelle camere a gas che coloro che sono sopravvissuti, è rimasta una fiammella che ci ha tenuti legati l’uno all’altro. Kol Hayehudim Harevim Ze la Ze.
Devi esser orgoglioso della tua Comunità composta di persone magari polemiche ma che nei momenti più difficili e di tensione danno tutto e sé stessi per aiutare gli altri. Devi esser orgoglioso della Comunità di Roma che subito, già prima che i media avessero avvertito la gravità della situazione ha messo in piedi un Comitato di Emergenza per il Coronavirus grazie alla disponibilità di centinaia di volontari e di famiglie generose, guidati e coordinati dalla presidente Ruth Dureghello cosi come ha fatto a Milano il presidente Milo Hasbani. Devi esser orgoglioso dell’ebraismo italiano che ha messo in piedi un coordinamento nazionale sotto l’egida della presidente Ucei Noemi Di Segni.
Ma come ebreo italiano dovrai essere orgoglioso di quello che noi ebrei tutti dovremo fare per coloro che soffrono intorno a noi, a fianco delle istituzioni tutte, in primis dovremo essere al fianco di ogni medico e del personale para medico, che insieme agli infermieri stanno tenendo ritmi disumani e si stanno ammalando di questo infame virus ed in alcuni casi stanno lasciando il mondo terreno con consapevole sacrificio.
A loro tutti – da ebrei – vogliamo dire in queste ore grazie. Todà. Shabbat shalom.

Riccardo Pacifici