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Una limonata per la solidarietà al fronte

Una limonata per la solidarietà al fronte

Un piccolo centro vicino al confine con Gaza, la voglia di fare qualcosa per i soldati e un progetto che da pochi bicchieri di limonata diventa un’organizzazione capace di sfornare migliaia di pasti al giorno, oltre a fungere da centro di raccolta per donazioni e necessità di ogni genere: così Dov Elbaz ha trasformato il Moshav Maslul in un punto di riferimento della solidarietà. All’inizio dell’Operazione Margine Protettivo ha coinvolto i suoi bambini nell’idea di preparare una bibita fresca per i militari al fronte. Per raggiungerli più facilmente, ha postato sui social network la proposta a chiunque volesse approfittarne di fare una sosta alla sua fattoria per riceverla. Ma immediatamente sono cominciate ad arrivare arrivate offerte di donazioni di ogni genere, cibo, capi di vestiario, oggetti utili.
I primi volontari hanno iniziato a preparare pasti caldi che venivano ritirati direttamente da qualche soldato e portati ai commilitoni, vista l’impossibilità per Dov e gli altri di recapitarli al fronte. Oggi sono arrivati a 250 volontari che cucinano oltre 30mila pasti al giorno inviati alle truppe e 10mila a disposizione dei soldati che arrivano a godersi qualche ora di pausa in un’area appositamente allestita fuori dalla fattoria degli Elbaz. Oltre a mangiare e bere, i militari ricevono biancheria pulita, c’è un barbiere, vengono offerti persino massaggi rilassanti, “tutto ciò che si può mettere a disposizione, gratuitamente e con amore” spiega Dov.
Un progetto che aiuta anche i volontari coinvolti, che possono così dare un contributo in un momento di difficoltà. “All’inizio avevo paura delle sirene – ha raccontato al Times of Israel Rivka Naham del Moshav Hatzar, situato in un’area dove l’allarme suona molto di frequente – Arrivando qui tutto è cambiato. Qui non hai paura, perché senti di fare qualcosa di utile”.

Rossella Tercatin

Vivere con le sirene

Vivere con le sirene

Sono un cittadino italiano che vive in Israele e vorrei condividere con voi la mia esperienza di questi giorni in cui allarmi e bum entrano grottescamente a far parte della routine quotidiana, raccontandovi alcuni episodi emblematici e credo rappresentativi che mi sono accaduti. Mentre la mia piccola di quasi 18 mesi capisce poco di quello che sta succedendo, il “grande” di quattro anni e mezzo sta dimostrando una consapevolezza disarmante accompagnata da una curiosità tipica della sua ancora tenera età in cui è naturale il volere sapere tutto sparando raffiche di “perché?”
Già nella guerra precedente Asher, il mio figlioletto che allora aveva poco meno di tre anni, aveva visto interrompersi all’improvviso il suo quotidiano sfogo energetico al parco giochi da un allarme che lo colse assolutamente impreparato. Strappatolo dalla parete del baby-snappling, in un battibaleno cercai riparo accovacciandomi su di lui dietro il muro rivolto a nord del palazzo più vicino, che avevo preventivamente scelto come meta già al nostro arrivo al giardino. Ebbene quella sirena se la ricorda ancora molto bene.
In questi giorni noto in Asher una naturale turbolenza emotiva. Dice di avere paura di questo e di quell’altro, tutte cose assolutamente innocue che niente hanno a che vedere coi missili. Quelli, a suo dire, non lo spaventano. Chissà cosa frulla nella testa di questi ragazzini costretti a cercare un rifugio quando c’è l’allarme. In fondo anch’io alla sua età a Tripoli mi nascondevo con tutta la famiglia per evitare la folla inferocita contro l’odiato stato sionista eroicamente vittorioso sull’aggressore arabo che lo circondava da tutte le parti. Lo ricordo quasi come un gioco. Il fatto è che e’ l’unico ricordo della mia infanzia tripolina. Tutto il resto è stato rimosso.
Torniamo ai giorni nostri. Due-tre episodi e chiudo.
Prima che scoppiasse questa guerra comprai due biglietti per un concerto. L’idea di uscire con mia moglie dopo mesi (o forse sono già anni?) barricati in casa per prenderci cura dei bimbi mi dava piacere. Tanto potevamo contare fiduciosi sul baby sitteraggio dei nonni. Poi i primi missili. Si va al concerto o non si va? Dopo un po’ di titubanza decidiamo di non rinunciare. Usciamo. Telefoniamo per accertarci che il concerto non sia stato annullato. Tutto confermato. Primo allarme. Accosto con la macchina e ci precipitiamo verso la porta del palazzo più vicino per trovare riparo nel vano scale che, normalmente, come spiegato quasi ossessivamente sui media, ha i muri in cemento armato. Ma il portone è chiuso. Nel locale accanto, tutti i tavoli vuoti, un cameriere tranquillo con la sigaretta in mano, ci rivela il codice per aprire quella porta bloccata. Lui non entra. Finita la sirena bisogna apettare al riparo ancora qualche minuto (dicono dieci) perché potrebbero piovere dal cielo
Come micidiali frecce i detriti del missile eventualmente intercettato. Che si fa? Proseguiamo o rientriamo? Avanti! Ah! Avanziamo in macchina di pochi metri ed ecco un’altra sirena! Dietro front! Vogliamo abbracciare i nostri bambini e rilasciare i nonni.
Mi è capitato una volta di sentire una sirena che non c’era e di entrare nel rifugio. ed un’altra volta di non sentire una sirena che c’era. Mi ero appena addormentato quando mi sono sentito strattonare da mia moglie che proclamava, senza panico per non spaventare i bimbi, “l’allarme!”
Poi c’è la piscina pubblica. Di solito nuoto dalle 6 alle 6.30 tutte le mattine. A casa dormono ancora tutti a quell’ora. Quando sono in acqua c’e’ l’isolamento acustico. E se suonasse ora? A che sponda vado? Come raggiungo il rifugio pubblico più vicino che mi ero già fatto prudentemente indicare dal bagnino? Prendo gli occhiali? L’asciugamano? Le ciabattine? Al diavolo tutto!
Ovviamente il pensiero dell’allarme non ti abbandona neanche nelle situazioni più ordinarie ma non per questo facili da “sospendere”: in doccia, durante il cambio di un pannolino, e così via.
Ecco, questa è la nostra routine. E siamo a Tel Aviv. Abbiamo ben 90 secondi per trovare un rifugio dal momento in cui comincia a suonare l’allarme. Ci va di lusso rispetto ad Ashdod (solo 45 secondi), Ashkelon (30) o Yad Mordekhai (15). Lì ci vorrebbe lo scatto di Ben Johnson. O, cosa più plausibile, un rifugio ogni 50 metri, alle fermate degli autobus, in mezzo alle aiuole.
Grazie a D-o che ci protegge benevolmente. Che protegga i soldati israeliani impegnati in una dura guerra porta a porta contro le vigliaccate di Hamas.
Intanto torniamo alla routine, buongiorno.
Raphael Barki