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	<title>Moked - il portale dell´ebraismo italiano</title>
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	<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 12:08:44 +0000</pubDate>
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		<title>maldicenza&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:59:50 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Vaiakèl e pequdè, due parashòt intere per ripetere come Moshè aveva impiegato tutte le offerte portate. Se non si fosse fatto un puntiglioso resoconto delle entrate e delle spese sicuramente tra gli ebrei qualche dubbio di regolarità sarebbe sorto. A voler fare della maldicenza si riesce sempre a trovare il modo, anche se il malcapitato è Moshè Rabbenu. (Rav Avigdor Neventzal)</p>
<p><strong>Roberto Colombo, rabbino</strong></p>
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		<title>&#8230;Pesach</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[aleftav/confronto]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Si avvicina Pesach e già si apprestano i preparativi che tra qualche giorno ferveranno nelle case ebraiche: riordini, pulizie, inviti per il Seder, riproposizione di antiche ricette e di tradizioni famigliari. Gérard Haddad, psichiatra ebreo francese che ha analizzato i riti alimentari che caratterizzano la vita ebraica, rileva: l&#8217;’integrazione dell’individuo nel gruppo è determinata da un atto di divorazione molto particolare che consiste nel &#8220;mangiare&#8221; le parole del Libro. Se il mangiare dunque trascina il sapere, Pesach è un punto centrale della riflessione sulla propria identità ebraica a cui raramente anche i più lontani rinunciano.</p>
<p><strong>Sonia Brunetti Luzzati, pedagogista</strong></p>
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		<title>Memoria - Visitare il campo di Auschwitz, la responsabilità di aiutare a comprendere</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[pilpul/polemica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il Museo dell’ex-campo nazista di Auschwitz ha pubblicato il Report annuale sul 2009. Come al solito, esso contiene una pagina dedicata alle provenienze nazionali dei visitatori. In essa viene dato conto di una novità sulla quale merita meditare. Ma...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Museo dell’ex-campo nazista di Auschwitz ha pubblicato il Report annuale sul 2009. Come al solito, esso contiene una pagina dedicata alle provenienze nazionali dei visitatori. In essa viene dato conto di una novità sulla quale merita meditare. Ma diamo la parola ai dati: i visitatori sono stati 1.220.000 nel 2007, 1.130.000 nel 2008, 1.300.000 nel 2009. In ciascuno dei tre anni, i primi due paesi di provenienza risultano la Polonia (oltre un terzo del totale) e la Gran Bretagna. Tanto nel 2007 che nel 2008 seguivano Stati Uniti, Germania e Italia; nel 2009 invece seguono Italia, Israele (quasi alla pari) e Germania. Dal 2008 al 2009 i visitatori statunitensi si sono letteralmente dimezzati, forse in conseguenza della crisi economica. Peraltro nello stesso arco di tempo i visitatori israeliani sono aumentati del 50 per cento. Un eguale accrescimento è stato registrato per le provenienze dall’Italia, cresciute da 43.000 a 63.900. Da questi numeri deriva che la visita ‘italiana’ ad Auschwitz è ormai un fatto non più episodico, bensì sociale e tendente a essere strutturale (almeno nel breve periodo). Il Rapporto ci dice che quasi due terzi di tutti i visitatori sono studenti, ma non dettaglia tale ripartizione a livello di singola nazione; diciamo quindi grossolanamente che tra i visitatori italiani del 2009 vi erano quarantamila studenti. Se moltiplichiamo questo numero per due, tre, quattro ecc. otteniamo un dato sicuramente ingente. Comunque il solo fatto di essere divenuti la terza provenienza pone a tutti noi gravi responsabilità. Direi che è proprio giunta l’ora di avviare una riflessione pubblica su due questioni gravose: la qualità degli ausili didattici che i nostri studenti trovano in loco, il significato e le modalità del viaggio ad Auschwitz in un “treno della memoria”.</p>
<p><strong>Michele Sarfatti, direttore Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea</strong></p>
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		<title>Qui Milano - Keren Hayesod 2010, creiamo insieme il nostro futuro</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[lev/cuore]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/yossi-peled-ministro-israeliano.jpg" alt="" title="yossi-peled-ministro-israeliano" width="160" height="120" class="alignnone size-medium wp-image-5521" />Nell’affascinante cornice di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, si è aperta ieri sera la campagna di raccolta 2010 del Keren Hayesod. L’associazione fondata nel 1920 in seguito alla Dichiarazione Balfour durante il Congresso mondiale sionista, festeggia i suoi novant’anni...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/yossi-peled-ministro-israeliano.jpg" alt="" title="yossi-peled-ministro-israeliano" width="160" height="120" class="alignnone size-medium wp-image-5521" />Nell’affascinante cornice di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, si è aperta ieri sera la campagna di raccolta 2010 del Keren Hayesod. L’associazione fondata nel 1920 in seguito alla Dichiarazione Balfour durante il Congresso mondiale sionista, festeggia i suoi novant’anni di progetti per sostenere Israele e rafforzare i suoi legami con gli ebrei della diaspora.<br />
Ospiti d’onore della serata, introdotta dal giornalista Paolo Del Debbio, sono stati Gideon Meir, ambasciatore di Israele in Italia dal 2006, Yossi Peled, ministro senza portafoglio del governo Nethanyahu e Avi Pazner, presidente mondiale del Keren Hayesod. Diversi rappresentanti delle istituzioni locali e oltre 600 membri della Comunità sono intervenuti all’iniziativa, che ha alternato momenti solenni e atmosfere festose.<br />
Toccante è stato il racconto di Yossi Peled, che ha rievocato la sua storia personale, dalla prima infanzia in Belgio durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i genitori fuggiti dalla Polonia lo affidarono a una famiglia cristiana per salvarlo dalla deportazione, fino alla visita di pochi mesi fa in Germania, in veste di ministro e generale di uno stato ebraico “quando finalmente ho provato la sensazione che mio padre, ucciso nei campi di sterminio senza che io lo abbia mai conosciuto, fosse almeno un po’ orgoglioso di me”.<br />
L’ambasciatore Gideon Meir ha sottolineato l’esigenza fondamentale di promuovere nel mondo un’immagine diversa di Israele, lanciando l’iniziativa di “Milano incontra Israele” per il prossimo autunno, una settimana di cultura israeliana nel capoluogo lombardo che fungerà da pilota per portare il progetto in tutte le città italiane.<br />
Grandissimi gli applausi per Avi Pazner, che dopo 12 anni ha annunciato non si ricandiderà alla presidenza del Keren Hayesod, ringraziando Samy Blanga, presidente dell’associazione in Italia, e i suoi predecessori, per il grande lavoro svolto, perché “la comunità italiana, si è sempre distinta, anche nei momenti più difficili di questi anni, per il grande sostegno al Keren Hayesod e a Israele”.<br />
Mentre sui maxi-schermi scorrevano le immagini legate ai numerosi progetti dell’organizzazione, in particolare rivolti ai giovani e agli olim hadashim (nuovi immigrati), in attesa del dessert, sono state distribuite ai partecipanti le fatidiche buste in cui sottoscrivere le donazioni. “Nonostante la crisi economica mondiale, nel 2009 il Keren Hayesod Italia è riuscita a raccogliere una cifra superiore a quella dell’anno precedente – ha ricordato Samy Blanga – Vi chiedo uno sforzo ancora maggiore, perché senza generosità non esiste identità ebraica, e il Keren Hayesod ha bisogno dell’aiuto di tutti per continuare a realizzare i sogni di Herzl e Ben Gurion”.</p>
<p><strong>Rossella Tercatin</strong></p>
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		<title>Qui Alessandria - Famiglia, religione e diritto interculturale, le lezioni di rav Somekh e rav Momigliano all’università</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:47:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/somekh.jpg" alt="" title="somekh" width="160" height="128" class="alignnone size-medium wp-image-5519" />La facoltà di giurisprudenza dell&#8217;Università del Piemonte orientale Amedeo Avogadro, in collaborazione con l&#8217;Interreligious studies academy di Milano, organizza un seminario pubblicistico dal titolo “Famiglia, religioni e diritto interculturale”. I corsi si svolgono dal 11 marzo al 18 maggio...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/somekh.jpg" alt="" title="somekh" width="160" height="128" class="alignnone size-medium wp-image-5519" />La facoltà di giurisprudenza dell&#8217;Università del Piemonte orientale Amedeo Avogadro, in collaborazione con l&#8217;Interreligious studies academy di Milano, organizza un seminario pubblicistico dal titolo “Famiglia, religioni e diritto interculturale”. I corsi si svolgono dal 11 marzo al 18 maggio 2010 nella sede di Alessandria. A inaugurare il ciclo di lezioni è il rabbino capo di Torino Alberto Somekh (nella foto mentre mostra una ketubah agli studenti). L&#8217;iter seminariale prevede dodici lezioni afferenti a diverse discipline, tutte quante riguardanti i temi - più che mai attuali - del diritto familiare e delle sue declinazioni nelle diverse culture e religioni che compongono la nostra società. La tradizione ebraica - esperienza giuridica quadrimillenaria, sottolinea rav Somekh - sarà protagonista anche nella seconda tappa del percorso: il 16 marzo infatti rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova, esporrà una relazione dal titolo: Lo scioglimento del vincolo matrimoniale nel diritto ebraico. Seguiranno altri approfondimenti sul diritto islamico, su quello canonico, su quello induista, sull&#8217;incontro tra leggi e costumi diversi dovuto ai fenomeni migratori, sui matrimoni misti. Il seminario, nel suo insieme - spiega Roberto Mazzola, docente di diritto canonico nell&#8217;ateneo, uno dei responsabili scientifici del progetto insieme a Bianca Gardella Tedeschi e -  ha  un carattere programmaticamente interdisciplinare, pensato per mettere in luce la complessità delle tematiche affrontate e per creare confronti e sinergie tra differenti culture giuridiche.<br />
La lezione di Somekh si è concentrata principalmente sulla costituzione del vincolo matrimoniale, “istituto cardine della vita del popolo ebraico. La tradizione ebraica, accanto al discorso spirituale ed etico, ne sviluppa anche uno prettamente giuridico”, spiega il rabbino. “Se non fosse presente l&#8217;aspetto legislativo - argomenta - la religione si ridurrebbe a un insieme di buoni consigli”. “Il vincolo matrimoniale - prosegue - assume il significato di un completamento reciproco tra un uomo e una donna in vista di un&#8217;entità, quella familiare, che trascende la singola persona”.<br />
“Nella visione ebraica uomo e donna sono in egual misura indispensabili alla costituzione di una famiglia, perciò non si parla di gradi, spiega rav Somekh. È vero però che lui e lei non sono identici, sul piano fisico come su quello psicologico. La tradizione pertanto prevede dei ruoli determinati, tenendo conto delle inclinazioni specifiche legate al sesso”. “Il ruolo dell&#8217;uomo è quello di fulcro economico della famiglia”. La fonte di riferimento per il diritto ebraico è il Talmud, spiega Somekh, “prisma attraverso il quale si deve leggere la Torah se si vuole capirla. Esso prescrive al marito di amare sua moglie come se stesso e onorarla più di se stesso”. La posizione di centro economico impone al marito dei doveri stringenti nei confronti di sua moglie. Recita Esodo 21,10: “Non dovrà farle mancare il nutrimento, gli indumenti e la coabitazione”, ovvero il rapporto coniugale. “Qui sta una delle grande differenze tra il diritto ebraico e quello canonico, prosegue il rabbino: la sessualità, nel pensiero cristiano, è una concessione fatta all&#8217;istinto dell&#8217;uomo, mentre la castità rimane un&#8217;ideale. Nell&#8217;ebraismo invece non è così: l&#8217;esercizio della sessualità, nei confini della vita matrimoniale, si configura come un vero e proprio dovere”. L&#8217;altra grande differenza è l&#8217;esistenza del divorzio: “Il matrimonio cristiano è un sacramento per la vita, quello ebraico invece è dissolubile, non soltanto con la morte di uno dei coniugi”.<br />
Il rabbino prosegue addentrandosi anche nelle piaghe del testo della Mishnah, spesso squisitamente giuridiche, che catturano l&#8217;interesse dell&#8217;uditorio accademico. Al termine della lezione descrive agli studenti la cerimonia nuziale ebraica, infine invita i curiosi a partecipare a un matrimonio che celebrerà lui stesso nella sinagoga di Casale Monferrato.</p>
<p><em>La bibliografia indicata da rav Somekh agli studenti giuristi comprende:<br />
- Alfredo Mordechai Rabello, Introduzione al diritto ebraico: fonti, matrimonio e divorzio, bioetica, Giappichelli, Torino, 2002<br />
- Ben Zion Schereschewsky, Family law in Israel, ed. Rubin Mass, Gerisalemme, 1984<br />
- Maurice Lamm, The jewish way in love and marriage, ed. Harper % Row, New York, 1998<br />
- Alberto Somekh, Il matrimonio ebraico, le ketubot dell&#8217;Archivio Terracini, Zamorani, Torino, 1997</em></p>
<p><strong>Manuel Disegni</strong></p>
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		<title>Comix - “Mickey Mouse in Gurs”</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:42:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[tmuna/ritratto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/mickeyingurs.jpeg" alt="" title="mickeyingurs" width="200" height="129" class="alignnone size-medium wp-image-5517" />Se si esamina con attenzione la produzione di fumetti legati alla Shoah, si può notare che gli autori sono tutti figli o nipoti di deportati, che cercano di raccontare gli eventi drammatici dei parenti. Si può tranquillamente parlare di...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/mickeyingurs.jpeg" alt="" title="mickeyingurs" width="200" height="129" class="alignnone size-medium wp-image-5517" />Se si esamina con attenzione la produzione di fumetti legati alla Shoah, si può notare che gli autori sono tutti figli o nipoti di deportati, che cercano di raccontare gli eventi drammatici dei parenti. Si può tranquillamente parlare di seconda generazione, così oggi si identificano coloro che raccontano i ricordi e soprattutto gli stati d’animo, i sentimenti con cui sono convissuti in casa nel dopoguerra.<br />
Per citarne una Lizzie Doron, pubblicata in Italia dalla Giuntina, è un evidente esempio di seconda generazione di “testimoni”. Si tratta dei testimoni indiretti, di coloro che raccontano l’atmosfera e l’ambiente umano in cui sono cresciuti.<br />
In realtà già nel 1942 un deportato iniziò a raccontare la sua Shoah. Si tratta di Horst Rosenthal e del suo “Mickey Mouse in Gurs”. Gurs era un campo di concentramento francese.<br />
<img src="http://moked.it/files/2010/03/mickeymousegurs2-456.jpg" alt="" title="mickeymousegurs2-456" width="200" height="123" class="alignnone size-medium wp-image-5516" />Si tratta forse della prima produzione tangibile nel mondo del fumetto del racconto dei lager. Rosenthal usa una icona come Mickey Mouse per mostrare la vita nel campo francese. Contrappone questa icona, palesemente associata alla libertà, al pensiero autoritario e nazista prevalente in quegli anni. Mickey Mouse affronta la burocrazia del campo per cui tutti devono avere una etichetta (sei ebreo? Hai figli?). In realtà il personaggio disneyano è una specie di ospite, un essere non internato che alla fine potrà volare via verso la terra della libertà, cioè gli USA.<br />
Bisogna anche ricordare che la scelta di un personaggio come Mickey Mouse si contrappone anche al paragone che fece adolf hitler degli ebrei visti come orda di ratti che porta malattie in giro per l’Europa. Rosenthal gioca con il personaggio rappresentante quella american way che non era troppo gradita ai regimi fascisti dell’epoca.<br />
Per le storture della storia mentre Stan Lee, Jack Kirby, Will Eisner o Joe Kubert disegnavano o inventano supereroi e fantasticavano su mondi fantastici ed eroi bizzarri, Horst Rosenthal prima di essere ucciso, uso uno di quei bizzarri personaggi per testimoniare direttamente cosa stava vivendo.</p>
<p><strong>Andrea Grilli<br />
</strong></p>
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		<title>Qui Firenze - L’arte come ponte di dialogo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:38:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[tov/buono]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/qui-firenze.jpg" alt="" title="qui-firenze" width="160" height="127" class="alignnone size-medium wp-image-5514" />Firenze e Tel Aviv hanno due storie molto diverse. Una è conosciuta in tutto il mondo per i suoi plurisecolari gioielli, l’altra sorse nel bel mezzo del nulla poco più di un secolo fa. Eppure le due città hanno...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/qui-firenze.jpg" alt="" title="qui-firenze" width="160" height="127" class="alignnone size-medium wp-image-5514" />Firenze e Tel Aviv hanno due storie molto diverse. Una è conosciuta in tutto il mondo per i suoi plurisecolari gioielli, l’altra sorse nel bel mezzo del nulla poco più di un secolo fa. Eppure le due città hanno deciso di camminare insieme nel nome dell’arte, grazie ad un progetto di interscambio culturale fortemente voluto da Alfonso De Virgiliis, presidente della Fondazione Premio Galileo 2000, e da Rodolfo Foti, presidente dell’associazione Italia-Israele di Firenze.<br />
Il progetto, presentato in conferenza stampa insieme a Omer Mordechai, direttore del Tel Aviv Museum of Art, si svilupperà in due fasi. La prima prevede una mostra di una sessantina di opere degli artisti israeliani Adam Berg e Yossef Krispel. I dipinti verranno esposti per cinque settimane nelle sale del Palazzo Medici Riccardi, attuale sede della Provincia (l’inaugurazione è prevista per il prossimo settembre). E non sarà certo un’esibizione modesta e priva di appeal. La garanzia della bontà dell’evento - spiega De Virgiliis - “è la grande attenzione ad ogni minimo dettaglio mostrata da Mordechai in questi giorni”. In un secondo momento, nell’estate del 2011, saranno invece alcuni artisti toscani ad avere l’onore di esporre le proprie opere a Tel Aviv. Alle domande incalzanti dei giornalisti su chi saranno i fortunati, i due rispondono: “Non facciamo ancora dei nomi perché non vogliamo illudere nessuno”.<br />
Il Tel Aviv Museum of Art rappresenta una vetrina di primissimo piano, che al suo interno ospita numerosi quadri di artisti di fama internazionale. Tra di essi molti italiani: fiore all’occhiello della collezione sono quattro opere realizzate da Giorgio de Chirico nel suo fertilissimo periodo metafisico. E presto ci sarà anche un quadro di Caravaggio. Il dipinto, che sarebbe dovuto arrivare in Israele insieme alla delegazione che ha recentemente accompagnato Silvio Berlusconi in Terra Santa, è ancora nel nostro paese. Colpa della stiva dell’aereo, troppo piccola per ospitare un quadro di quelle dimensioni. Episodio vagamente imbarazzante, tanto che l’ambasciatore italiano si è mobilitato per sbloccare in breve tempo la situazione. Mordechai ha la battuta pronta: “Saremmo stati contenti anche se ci avessero mandato un Caravaggio più piccolo”.</p>
<p><strong>Adam Smulevich</strong></p>
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		<title>Qui Firenze - L’abbraccio della gente ad Arnoldo Foà</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 14:13:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/foa.jpg" alt="" title="foa" width="150" height="129" class="alignnone size-medium wp-image-5512" />Quando Arnoldo Foà prende la parola, la sala eventi della libreria Edison diventa il palcoscenico della sua ultima improvvisazione. Il grande volto del teatro italiano interagisce costantemente con il pubblico, non risparmiando ironie talvolta pungenti. In particolare nei confronti di una signora seduta in prima fila, colpevole di commentare ogni sua frase e di avere malcelati slanci di protagonismo. Anche a 94 anni suonati risulta evidente una cosa: la scena deve essere tutta per lui.<br />
Arnoldo Foà è in città per presentare Autobiografia di un artista burbero, il libro in cui ripercorre la sua lunga ed intensa esistenza. Il folto pubblico che gremisce la sala è l’ennesimo riconoscimento per una vita vissuta in maniera straordinaria. Il suo volto emozionato ripaga il calore della gente.<br />
È commosso per essere a Firenze. In queste strade e in queste piazze - racconta con un sorriso che apre il cuore - diventò un uomo. E ancora oggi, appena ha del tempo libero, si fa una bella passeggiata in via del Sole, dove il padre aveva un negozio di ferramenta. Quel negozio non c’è più ma il ricordo dei genitori e dell’amato fratello Piero non lo abbandona mai.<br />
Orgogliosamente ateo, non rinnega le sue radici. Si dice addirittura felicissimo di essere nato ebreo, perché questo gli ha permesso di “passare quello che un essere umano normale non ha la possibilità di vivere”. In particolare l’affetto di quanti gli furono vicini nel consolarlo durante e dopo il nazifascismo. Ma Foà non ha rancori verso nessuno, neanche per coloro che gli fecero del male.<br />
Ecco il suo congedo: “Voglio bene a tutti gli uomini”. Parole di un grande innamorato della libertà.</p>
<p><strong>Adam Smulevich</strong></p>
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		<title>Arnoldo Foà: “Siamo tutti uguali, anche se abbiamo pensieri differenti”</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 14:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[reaion/intervista]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/disegno.jpg" alt="" title="disegno" width="180" height="119" class="alignnone size-medium wp-image-5510" />Sulla scena, fra le centinaia di personaggi cui ha dato voce e vita, non si è fatto problemi a vestire le sottane di quattro diversi pontefici. “E non è tutto – ricorda divertito – perché una volta mi è toccato dare voce persino al Creatore. Per un ateo mi sembra una bella soddisfazione”. Ad ascoltarla, sulla soglia del suo novantacinquesimo compleanno, quella voce calda, profonda che ha fatto rabbrividire e commuovere intere generazioni di italiani, quella voce che ha lanciato dai microfoni della radio Alleata di Napoli il segnale della riscossa e della liberazione, quella voce che per tutti ha significato magistrale recitazione, profondità, silenzio, poesia, quella voce che ha attraversato un secolo non è appannata. L’immancabile pipa non l’ha irruvidita, gli anni non l’hanno incrinata. Fra nuovi progetti di lavoro e qualche momento di riposo, ci aspetta nel suo appartamento romano, accogliente ma per nulla pretenzioso, ornato delle sue multiformi creazioni, disegni, dipinti, sculture, ricordi del lavoro di attore e degli innumerevoli viaggi che hanno accompagnato un’esistenza segnata dall’irrequietudine. Accanto ad Annamaria, che ama teneramente ricambiato, Arnoldo Foà non può fare a meno di cedere al vecchio vizio e di restare perennemente sotto i riflettori. Fissa la punta delle scarpe di Giorgio Albertini che cerca di ritrarlo e lo stuzzica, tenta l’impossibile, cercando di fargli perdere la pazienza (“Accidenti, che piedi grandi che ha lei&#8230;”). Giorgio ride e non ci casca, lo lascia sbirciare volentieri nel blocco di appunti dove allinea uno dopo l’altro non solo i tratti, ma anche i pensieri, le anime degli intervistati di questi primi numeri di Pagine Ebraiche. “Ah, lei disegna. Anch’io lo faccio, sa? Guardi qui, questo è mio fratello Piero, che le pare? Quanto l’ho amato questo mio fratello&#8230;”. Ora che Piero non c’è più, che decine di colleghi, amici appassionati e tanta parte del suo pubblico se ne sono andati in punta di piedi, Arnoldo Foà porta il peso immenso dei grandi vecchi che hanno amato troppo la vita. Migliaia di ore sul palcoscenico, tanti amori, quattro matrimoni, l’affetto di milioni di italiani che hanno amato la sua voce e la sua arte, un’identità ebraica contraddittoria, difficile e combattuta, ma mai negata, sempre portata a testa alta, con fierezza, come spesso avviene agli ebrei italiani.<br />
<strong>Negli scorsi giorni ha regalato al lettore italiano un libro di memorie (Autobiografia di un artista burbero, Sellerio, 212 pagg). E’ venuto il momento di quietarsi, di tirare i remi in barca, di concedersi un momento di riposo?</strong><br />
Mah, veramente sarebbe il caso di rimettersi a fare le valigie.<br />
<strong>Verso dove?</strong><br />
Verso l’America, questa volta, per un viaggio che dovrebbe portarmi da New York, a Washington a Miami per raccontare alla gente di un italiano che sulle due sponde dell’Oceano è stato molto amato.<br />
<strong>A chi si riferisce?</strong><br />
Questa primavera vorrei ancora una volta dare voce ad Arturo Toscanini, portando negli Usa il testo che al grande direttore d’orchestra ha dedicato lo storico Piero Melograni (Toscanini, la vita, le passioni, la musica). E’ un monologo lungo e fisicamente molto impegnativo, uno sforzo mnemonico non indifferente&#8230; Per un artista è una bellissima sfida. Soprattutto per uno come me, che ha sempre molto amato la musica e la libertà.<br />
<strong>Insomma, ha voglia di partire</strong>.<br />
Sì, e quando ho voglia di fare una cosa, se posso la faccio. Tutto qui.<br />
<strong>Torniamo indietro nel tempo. La sua identità di ebreo italiano, quando ha cominciato a percepirla?</strong><br />
Me l’hanno gettata addosso le leggi razziste del 1938, così come a molti altri. Ero giovane, e noi eravamo come tanti altri: dei cittadini come tanti altri. Quando sono stato costretto a lasciare l’Accademia d’arte drammatica ho capito che le cose non stavano così.<br />
<strong>Cosa la colpì di più, allora? La privazione dei diritti, la negazione di un’eredità ancestrale? L’odio razzista?</strong><br />
Quello che mi impressionò molto, per la verità, fu l’enorme divario fra quello che dicevano le leggi discriminatorie e la realtà quotidiana. Restai amico delle stesse persone, continuai a coltivare gli stessi affetti. E la gente comune fece molto per non dare peso a qualcosa che sembrava del tutto incomprensibile. La gente che conoscevo non era razzista, e questa storia la chiamavamo una stronzata. Così, nonostante le continue ingiustizie e l’arte d’arrangiarsi per continuare e studiare e lavorare, la vita è andata avanti, bene o male.<br />
<strong>E il rapporto con suo fratello?</strong><br />
Piero ha avuto la capacità di essere sempre molto più ispirato e religioso di me. Non abbiamo mai affrontato in un confronto diretto le nostre due diverse sensibilità. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, l’ho tanto amato. Ho sofferto molto quando è morto, e i ritratti che gli ho dedicato li tengo sempre davanti a me.<br />
<strong>Cosa ha imparato da quell’esperienza e dagli anni della guerra?</strong><br />
Che tutti gli uomini sono uguali, anche se hanno pensieri differenti.<br />
<strong>Questa casa è piena di ricordi, e di libri. Lei non ha perso la voglia di leggere. Cosa tiene aperto sul tavolo in questo momento?</strong><br />
Le mie memorie, perché voglio continuare a sapere chi sono. Ho milioni di ricordi, tanti che qualche volta non te li ricordi più.<br />
<strong>E basta?</strong><br />
No, certo, c’è dell’altro. Cervantes, ma soprattutto i poeti, tutti i poeti che ho amato leggere nella mia vita di uomo e di attore, quelli cui ho cercato di dare voce e di cui ho realizzato delle registrazioni nella speranza che il loro messaggio fosse ascoltato da tanta gente.<br />
<strong>Quali sono i poeti che porta sempre con sé?</strong><br />
Anche solo Leopardi, tanto per cominciare, e per citare un solo nome di cui oggi si parla poco ma che non mi ha mai lasciato solo.<br />
<strong>E a teatro, ci va ancora?</strong><br />
Mica tanto. Forse perché sono diventato vecchio, ma non sono più capace di vedere tante cose interessanti.<br />
<strong>I mostri sacri di un tempo che hanno calcato la scena assieme a lei, non hanno avuto eredi?</strong><br />
Non so, non è facile rispondere. Temo di no. Ho visto da vicino tanti colleghi di valore, ora non ritrovo quella dimensione sulla scena italiana.<br />
<strong>Sente ancora la presenza dei suoi colleghi accanto a lei?</strong><br />
Molti erano dei prodigi di bravura e di professionalità. E continuo a sentirli come fossero ancora vivi. Tanti nomi che dal mio personale teatro non usciranno mai.<br />
<strong>Uno fra tutti?</strong><br />
Vittorio Gassman, per esempio, era certamente qualcuno. Anche se credo abbia sofferto di essere sempre, immancabilmente, troppo se stesso.<br />
<strong>Lei ha amato molte donne e vive ora, nonostante gli anni, una quarta, appassionata unione.</strong><br />
Vorrei essere così bravo e così coraggioso da imporre il nome di Annamaria alla storia d’Italia, come l’Anita di Garibaldi, o nella letteratura come la Beatrice di Dante, la Laura del Petrarca, la Fiammetta del Boccaccio. Sono continuamente combattuto dal dubbio che sia la sua straordinaria dedizione a legarmi così intensamente a lei, o il mio amore per lei, a prescindere dalla sua dedizione. Passo da una convinzione all’altra in continuazione, finché la tenerezza reciproca, le risate che ci facciamo per gli stessi motivi, anche quelli stupidi (sono importanti quelli stupidi, perché sono quelli più sinceri), e il fatto che non resti in noi alcuna traccia di rancore dopo un inevitabile scontro di opinione o di comportamento, non mi convincono della realtà del mio sentimento per lei. La differenza di più di quarant’anni fra noi non esiste: o la sua età mi ha ringiovanito o io ho fatto crescere lei.<br />
<strong>Grazie, questo non è teatro, ma il suo modo di amare e di intendere la vita.</strong><br />
L’ultima domanda cade in un silenzio. Alla considerazione finale dell’intervistatore, le regole vogliono segua una risposta conclusiva. Ma questa volta la voce di Arnoldo Foà ha circondato di silenzio uno sguardo intenso, un silenzio eloquente che non è facile da raccontare al lettore. Ci siamo congedati con un sorriso.</p>
<p><strong>Guido Vitale<br />
(Tratto da Pagine Ebraiche, marzo 2010) </strong></p>
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		<title>Qui Barletta - Der Kaiser von Atlantis di Viktor Ullmann va in scena</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 13:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[tmuna/ritratto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/kaiser-bozzetto-di-kien.jpg" alt="" title="kaiser-bozzetto-di-kien" width="170" height="123" class="alignnone size-medium wp-image-5507" />Qualcosa di allucinante è successo nel regno dell’Imperatore di Atlantide; un’epidemia si è abbattuta sul genere umano, nessuno muore, gli uomini vivono tutti eternamente infelici e sudditi. La Morte che, come essa stessa racconta, ha pur cavalcato sui cavalli...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/kaiser-bozzetto-di-kien.jpg" alt="" title="kaiser-bozzetto-di-kien" width="170" height="123" class="alignnone size-medium wp-image-5507" />Qualcosa di allucinante è successo nel regno dell’Imperatore di Atlantide; un’epidemia si è abbattuta sul genere umano, nessuno muore, gli uomini vivono tutti eternamente infelici e sudditi. La Morte che, come essa stessa racconta, ha pur cavalcato sui cavalli di Attila, con le truppe di Gengis Khan e sugli elefanti di Annibale rifiuta di cavalcare moderne macchine e carri armati; perciò abortisce dal compiere il proprio dovere e comunica ad Arlecchino (simbolo della Vita) la propria decisione.<br />
Tutto sembra procedere secondo i piani dell’Imperatore sino a quando la scomparsa della Morte comincia a sortire i suoi effetti; se nessuno muore, tutti vivono, pensano, riflettono e si ribellano alle malefatte del loro Imperatore, un essere tanto delirante quanto maniacale e adoratore di se stesso (ha dichiarato guerra a tutto il mondo e vive chiuso nel proprio palazzo comunicando soltanto con essere indefinito che è l’Altoparlante). L’Imperatore si accorge che il suo piano è destinato a fallire senza la Morte e gli chiede di tornare nel Regno. La Morte acconsente ma chiede in cambio una sola, terribile cosa; la vita dell’Imperatore in persona. Perciò, Morte e Imperatore attraversano lo specchio che separa il mondo dall’ignoto mentre si ode un corale di reminiscenze bachiane che in quel frangente risulta quanto mai grottesco e lunare.<br />
Questo, in poche parole, il sunto dell’opera in atto unico e 4 quadri Der Kaiser von Atlantis (prima rappresentazione della versione originale) del compositore ebreo ceco Viktor Ullmann (Teschen 01.01.1898 - Auschwitz 17.10.1944) che sarà rappresentata oggi, alla Sala S. Antonio di Barletta.<br />
Der Kaiser von Atlantis oder Die Tod–Verweigerung (L’Imperatore di Atlantide ovvero il rifiuto della morte, questi il titolo completo) fu composta su un libretto scritto dal poeta e disegnatore Petr Kien, anch&#8217;egli deportato a Theresienstadt un anno prima di Ullmann e morto ad Auschwitz lo stesso giorno del compositore.</p>
<p><img src="http://moked.it/files/2010/03/viktor-ullmann.jpg" alt="" title="viktor-ullmann" width="100" height="132" class="alignnone size-medium wp-image-5508" />Ullmann (nell&#8217;immagine a fianco) terminò di scrivere l&#8217;opera nel 1943 (tuttavia l’ultima data sul manoscritto riporta il 13 ottobre 1944), orchestrandola in base alle disponibilità nel Campo di concentramento: sette voci e tredici strumenti, alcuni dei quali molto particolari quali banjo, sax contralto, clavicembalo a due manuali, harmonium e contrabbasso a 5 corde.  Tematiche affrontate nell’opera come guerra globale e palese violazione dei principii etici sono di estrema attualità e stupisce come un’opera scritta in situazioni tragiche e in cattività come Der Kaiser sia stata premonitrice di eventi e realtà sociali strettamente contemporanee.<br />
Der Kaiser von Atlantis non verrà mai rappresentata sul palcoscenico della Sokolhaus di Theresienstadt: durante l’estate del 1944, nel corso delle prove, intervenne la censura dell’autorità tedesca d’occupazione che trovava il personaggio principale dell’opera, lo sgradevole e maniacale Imperatore Overall troppo simile al Fuehrer.<br />
Il trombettista ebreo danese Paul Aron Sandfort (suonava nell&#8217;orchestra dell&#8217;opera di Ullmann a Theresienstadt) riferì che Kurt Rahm, comandante della guarnigione tedesca a Theresienstadt intimò al compositore di modificare decisamente il libretto, minacciandolo di serie ritorsioni se non l&#8217;avesse fatto. Ullmann non lo fece, ragion per cui il comandante tedesco ordinò di annullare l&#8217;allestimento dell&#8217;opera; alle prove generali si presentò unicamente  il trombettista Sandfort che, al contrario di Ullmann e dell&#8217;orchestra, non subì il trasferimento al Campo di sterminio di Auschwitz perchè era danese e la Croce Rossa del suo Paese vigiliò sulla sua incolumità.<br />
Con la rappresentazione a Barletta della geniale opera scritta da Ullmann a Theresienstadt si conclude il Festival regionale di musica ebraica Musica Judaica 2009-2010 diretto dal pianista Francesco Lotoro e patrocinato da assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Comunità Ebraica di Napoli. Ricostruire la stesura originale del Der Kaiser von Atlantis è stato un lavoro difficilissimo e laborioso; ciò tuttavia costituisce un grande punto d&#8217;orgoglio sia per l&#8217;autore delle ricerche Francesco Lotoro che per i musicisti che da 20 anni collaborano con lui per questo enorme progetto di recupero dell&#8217;intera produzione musicale concentrazionaria. Nella specifica ricerca del Der Kaiser von Atlantis, Lotoro e il direttore Paolo Candido hanno letteralmente ricucito la partitura originale avvalendosi non solo delle fonti autografe allocate tra Svizzera, Germania, Repubblica Ceca e Israele ma dei quaderni musicali utilizzati dai cantanti nel Campo di concentramento e che hanno riservato non poche sorprese; ben due Arie della Tamburina (l’una alternativa all’altra), 2 o addirittura 3 testi diversi per alcuni brani, interi frammenti cancellati all’ultimo momento dall’Autore e che con l’opera intera confluiranno nel CD-volume n.18 dell’Enciclopedia discografica KZ Musik (Musikstrasse Roma-Membran Hamburg).<br />
Il cast è composto dal soprano Anna Maria Stella Pansini (la ragazza Bubikopf), il mezzosoprano Francesca De Giorgi (il tamburino), il tenore Filippo Pina Castiglioni (Harlekin e un soldato), il baritono Angelo De Leonardis (la voce dell&#8217;altoparlante), il baritono Stefano Anselmi (l&#8217;Imperatore di Atlantide) e il basso Ilya Popov (la Morte).<br />
Dirige Paolo Candido, mentre il disegno scenico è affidato a Gianni Cuciniello.<br />
Viktor Ullmann nacque l&#8217;1 gennaio 1898 a Teschen (oggi Tesin, Repubblica Ceca); dal 1918 al 1919 studiò con A. Schönberg, J. Polnauer, H. Jalowetz e E. Steuermann.<br />
Dal 1920 al 1927 fu assistente di Alexandr Zemlinsky al Neues Deutsches Theater di Praga; nel 1927, dopo che Zemlinsky lasciò Praga per Berlino assunse la direzione artistica dell&#8217;Opera di Aussig.<br />
Nel 1920 Ullmann aderì all&#8217;antroposofia trasferendosi con la sua famiglia a Zurigo; dal 1931 al 1933 diresse la libreria antroposofica del Goetheanum di Stoccarda.<br />
Nel 1933 a causa alle Leggi di Norimberga la sua libreria fu chiusa d&#8217;autorità; costretto a lasciare la Germania tornò a Praga.<br />
L&#8217;8 settembre 1942 Ullmann fu deportato a Theresienstadt; il 16 ottobre 1944 fu condotto con sua moglie e uno dei suoi 3 figli ad Auschwitz dove il giorno dopo morì nelle camere a gas.</p>
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