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	<title>Moked - il portale dell´ebraismo italiano</title>
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		<title>Qui Milano &#8211; Primo Levi, echi di una voce del nostro tempo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 14:32:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/05/milanolevi.jpg" alt="" title="" width="200" height="149" class="alignright size-full wp-image-23258" />Un personaggio, una voce, una storia dai tanti volti. Questo è il Primo Levi raccontato in “Echi di una voce del nostro tempo. Primo Levi fra noi” appuntamento al Teatro Franco Parenti di Milano che lo ha ricordato a 25…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/05/milanolevi.jpg" alt="" title="" width="200" height="149" class="alignright size-full wp-image-23258" />Un personaggio, una voce, una storia dai tanti volti. Questo è il Primo Levi raccontato in “Echi di una voce del nostro tempo. Primo Levi fra noi” appuntamento al Teatro Franco Parenti di Milano che lo ha ricordato a 25 anni dalla scomparsa.<br />
Davanti a una sala gremita, il professor David Meghnagi, direttore del Master di didattica della Shoah dell’Università Roma Tre, il critico letterario Alberto Cavaglion e lo storico delle idee David Bidussa hanno condiviso la loro visione del Primo Levi scrittore, testimone, chimico, ebreo italiano, in un dialogo a tre voci moderato dal giornalista Stefano Jesurum.<br />
Ad accogliere pubblico e relatori della serata organizzata dalla Comunità Ebraica di Milano con la collaborazione di Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, Centro Internazionale di Studi Primo Levi, Nuovo convegno, Master Internazionale di II Livello in Didattica della Shoah dell’Università di Roma Tre, sono stati la direttrice del Teatro Parenti Andrée Ruth Shammah e l’assessore alla cultura della Comunità ebraica di Milano Daniele Cohen. Poi la discussione si è dipanata tra citazioni degli scritti di Primo Levi, suggestioni nascoste, scelte di linguaggio e, soprattutto, insegnamenti.<br />
Se Jesurum nella sua introduzione ha posto l’accento sulla dimensione etica di Primo Levi, un’etica che diventa la cifra comune delle sue molteplici radici, il professor Meghnagi si è concentrato sul Primo Levi scrittore, sulla sua grandezza mal sopportata dai circoli letterari che per questa ragione lo inquadrarono nella categoria di ‘testimone’ sfuggendo così al confronto. “L’amore per la parola è la grandezza di Primo Levi, nella prosa dal linguaggio marmoreo e asciutto, come nelle sue poesie, che troppo spesso vengono trascurate, e che sono invece fondamentali, come Mezuzot poste all’ingresso dei suoi scritti”.<br />
“A tutti noi che oggi ci occupiamo di Primo Levi rimane il grande rimpianto di non avergli posto tante domande quando ancora era in vita &#8211; ha ammesso Alberto Cavaglion, curatore di una nuova edizione commentata di Se questo è un uomo pubblicata da Einaudi proprio in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa dell’autore (per leggerne uno stralcio contenuto nell’ultimo numero di Pagine Ebraiche clicca qui.  Gli scritti di Primo Levi sono pieni di citazioni, di rimandi, di allusioni. Naturalmente i suoi primi libri sono molto diversi dagli ultimi. E se quando era ancora in vita, le sue opere venivano generalmente considerate un inno alla speranza dalle ceneri di Auschwitz, dopo la sua tragica morte vi è stata la tendenza a una rilettura retrospettiva, un’operazione sempre pericolosa”.<br />
“Se Italo Calvino nelle sue opere sceglie di far leva sul senso della vista, Primo Levi lavora invece sul senso del tatto &#8211; ha messo in evidenza Bidussa &#8211; Pensiamo a quanto attenzione dedica alla mano, come elemento negativo che perpetra violenza fisica e morale, ma anche come elemento positivo, con le pagine dedicate all’etica del lavoro, all’importanza del sapere manuale, operoso e privo di presunzione”. E sollecitato a spiegare quali siano dunque gli insegnamenti che Primo Levi ha lasciato, ha aggiunto “Leggendo Se questo è un uomo, ci accorgiamo che ogni momento della vita del lager accade una sola volta, non certo perché questa fosse la realtà, ma per comunicare efficacemente, per consentire al lettore di capire. Ancora oggi non siamo capaci di raccontare e di rappresentare gli stermini che avvengono vicini e lontani da noi. Pensare in modo creativo, comunicare e, soprattutto, porsi delle domande. Ritengo sia questa la chiave per garantire che gli echi di Primo Levi continuino a essere ascoltati”.</p>
<p><strong>Rossella Tercatin -</strong> twitter @rtercatinmoked</p>
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		<title>Vittime</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 14:29:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2011/11/francesco-lucrezi.jpg" alt="" title="" width="100" height="89" class="alignright size-full wp-image-18001" />Da grande ammiratore di Roman Polanski – autore di pellicole straordinarie, che resteranno per sempre nella storia del cinema: da Rosemary’s baby a Luna di fiele, da Il pianista al recente Carnage – ho letto con grande interesse la sua intervista, pubblicata su la Repubblica della scorsa domenica 13 maggio, nella quale ripercorre le tappe salienti della sua intensa e controversa vita, costellata di arte e dolore, scandali e polemiche, successi e cadute: l’infanzia nel Ghetto di Varsavia, la madre persa ad Auschwitz, il padre a Mauthausen, la rapida conquista della celebrità, il massacro della giovane moglie Sharon Tate, incinta di otto mesi, e di quattro amici da parte della setta satanica di Charles Manson, l&#8217;arresto e la prigione con l&#8217;infamante accusa di aver abusato di una tredicenne, la fuga, il nuovo arresto a Zurigo, la prigione dorata in Svizzera, l’attuale vita di star in Europa e di ricercato in America, dove non può mettere piede, in considerazione dei suoi perduranti problemi giudiziari. Una vita che Polanski ha deciso di sintetizzare in un lungo film documentario, nel quale intende dare al pubblico la sua versione degli eventi che lo hanno visto protagonista.<br />
Sarà, certamente, un filmato interessante, anche se, spesso, quando gli artisti parlano della propria arte, non giovano alla forza di suggestione delle loro opere, che dovrebbe colpire lo spettatore senza il filtro di spiegazioni o “interpretazioni autentiche” offerte dal creatore dell’opera. L’intervistatore, per esempio, chiede al regista quale sia il senso della scena finale de Il pianista, consistente in un muto sguardo interrogativo tra il musicista ebreo, ormai libero, e l’ufficiale nazista &#8211; che aveva, inspiegabilmente, deciso di salvargli la vita -, divenuto prigioniero. Ma non saranno le parole di Polanski a permetterci di cogliere il senso di tale suggestiva immagine, al cui eloquente silenzio non è dato aggiungere alcuna didascalia esplicativa.<br />
Polanski merita, come raffinato artista, la nostra ammirazione. Come figlio, marito e padre di persone colpite da atroci violenze, la nostra più piena solidarietà. E, come testimone della Shoah, in grado di descriverne l’orrore in un’opera di rara poesia, merita la nostra gratitudine. Non merita, però, comprensione per il grave delitto di cui si è reso responsabile, e, soprattutto, per la sua perdurante scelta di rifuggire dal suo debito con la giustizia. E la sua autodifesa, nel contesto di un discorso così sincero, nobile e dolente, in cui si parla di Shoah, di violenza e di vittime innocenti, appare decisamente stonata. Un giudice americano, dice il regista, si sarebbe fissato a volerlo mandare in prigione; “una volta assunte le mie responsabilità, non ho avuto mai problemi con Samantha Geiger”, aggiunge, a proposito della vittima della sua violenza, “mentre entrambi ne abbiamo avuti con la persecuzione dei media”. Frasi, queste, che mostrano una buona dose di cinismo. Come se la violenza carnale su un’adolescente possa essere sanata da una successiva ‘riappacificazione’ tra aguzzino e vittima. E come se l’interesse dei media sia dovuto a una morbosa invadenza dei giornalisti, e non debba invece essere messo in conto, anch’esso, al responsabile del delitto, e alla sua scelta di fuggire.<br />
Polanski non sarà certo il primo, né l’ultimo latitante a non voler tornare in prigione. Né ci sentiremmo di consigliarglielo, ognuno si regola, in queste cose, secondo la propria coscienza. Se vuole trovare delle scuse al suo comportamento, faccia pure. L’unica cosa che ci sentiremmo di chiedergli è di non mischiare – parlandone contestualmente &#8211; la rievocazione del terribile destino subito dai suoi genitori e da sua moglie con la vicenda di cronaca nera – certamente meno terribile, ma non per questo insignificante – in cui si è trovato coinvolto. In tutti e tre i casi, i ruoli delle vittime e dei sopraffattori sono ben chiari. E giudici e giornalisti, in tutti e tre i casi, non c’entrano proprio niente.</p>
<p><strong>Francesco Lucrezi, storico</strong></p>
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		<title>Yom HaTorah &#8211; Tutte le edot in campo per lo studio</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 14:16:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/05/artom1.jpg" alt="" title="" width="200" height="157" class="alignright size-full wp-image-23250" />La Comunità di Milano aderisce con entusiasmo all’iniziativa di Yom HaTorah promossa dall’Unione delle Comunità Ebraiche domenica 20 maggio e dedicata al grande maestro italiano Elia Samuele Artom (nella foto). Lo fa con un programma particolarmente ricco, che coinvolge tutte le sue anime, le varie edot che la compongono e che apporteranno alla giornata una ricchezza unica. Sono infatti previste tra le 10 e le 12.30 lezioni in moltissime sinagoghe milanesi: tra le altre il Tempio centrale, il Yoseph Tehillot, punto di riferimento della kehillah libanese, il Noam, cuore pulsante della vita della comunità persiana, l’Ohel Yakov, storico tempo askenazita. Nel pomeriggio poi programmi specificamente per i bambini alla Scuola della Comunità ebraica, con giochi e quiz, oltre alla lezione Avot uBanin, appuntamento per uno studio in coppia padri e figli.<br />
“Si ammoniscono i fratelli: il divieto ebraico di farsi gli affari propri. Quale rapporto tra osservanti e non osservanti nell’ambito della Halakha?” il titolo dell’incontro che vedrà confrontarsi sul tema di questa prima edizione della giornata vari rabbanìm milanesi.<br />
A coordinare gli interventi sarà rav Roberto Della Rocca, direttore del Dipartimento educazione e cultura dell’UCEI. Parteciperanno poi rav Elia Richetti, presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia, rav Yaakov Simantov del Noam, il rabbino Chabad Avraham Hazan, rav Michael Kadosh del Yoseph Tehillot, rav Daniel Gudis, ospite d’onore da Gerusalemme. A concludere la giornata saranno le riflessioni di rav Alfonso Arbib, rabbino capo della Comunità di Milano.<br />
In serata poi un appuntamento tutto speciale targato Unione giovani ebrei d’Italia: Rashisushi, una cena all’insegna dello studio e della riflessione allietata dalla più amata prelibatezza giapponese, cui parteciperanno rav Arbib e rav Della Rocca.</p>
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		<title>Qui Roma &#8211; Un&#8217;identità in bilico</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 11:56:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/05/locandina.jpg" alt="" title="" width="160" height="226" class="alignright size-full wp-image-23243" />Prosegue l&#8217;intensa stagione di appuntamenti al Centro Bibliografico Tullia Zevi dell&#8217;Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Tema del prossimo incontro, in programma domani pomeriggio a partire dalle 18, è un suggestivo viaggio nella storia degli ebrei d&#8217;Italia dal titolo “Un&#8217;identità in bilico: l&#8217;ebraismo italiano tra liberalismo, fascismo e democrazia” che verrà proposto in occasione della presentazione del nuovo volume della Rassegna Mensile di Israel interamente dedicato ai 150 anni del&#8217;Unità di Italia e a cura del professor Mario Toscano. Alla serata interverranno tra gli altri il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick, il professore della Facoltà Valdese di Teologia Daniele Garrone e il docente di storia americana Massimo Teodori. Moderatore della tavola rotonda il vicepresidente UCEI Anselmo Calò.</p>
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		<title>rispetto&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 11:30:53 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È scritto nella Parashà di questa settimana la Parashà di Behàr Sinai: “Nessuno opprima il suo prossimo, abbi timore del tuo Signore, perché Io sono l’Eterno, il vostro Signore” (Vaikrà 25, 17). Il grande commentatore della Torah Rabbì Shlomò Itzchaki, conosciuto con il suo acronimo come Rashì, commenta questo verso della Torah dicendo: &#8220;Nessuno di voi molesti verbalmente il suo compagno e non gli dia consigli falsi e interessati&#8221;. Il grande Rabbì Bunem di Pshisha diceva a proposito di questo: &#8220;La Torah ha posto una particolare attenzione a non opprimere il nostro prossimo, ma un vero Chasìd – un uomo pio –  deve sapere che ci è vietato anche opprimere noi stessi&#8221;.</p>
<p><strong>David Sciunnach, rabbino<br />
</strong></p>
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		<title>&#8230;responsabilità</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 11:28:29 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono fra coloro che sostengono una politica del rigore; non so se sia una tendenza ebraica, ma è una convinzione che mi ha trasmesso mio nonno, che mai spendeva più di ciò che guadagnava. È conseguente che io non pensi che il contribuente tedesco debba pagare le tasse che non paga l’evasore greco o italiano. Penso, inoltre, che i primi responsabili della condizione che vivono siano i cittadini dei Paesi che oggi, per usare un eufemismo, si trovano in difficoltà, rei di aver assecondato i peggiori vizi della propria nazione attraverso uno scellerato patto con la classe politica. Certo, non ce la si può prendere con i tedeschi se si è votato chi, con una sfacciataggine senza limiti, proponeva slogan come, “meno tasse per tutti”. Ma chi può credere, nel 2000, a simili cose? Ed infatti nessuno ci ha mai creduto, però conveniva votare di là. Detto questo, non posso accettare che si parli di bambini malnutriti e di scarso accesso alle medicine nel cuore dell’Europa. Posso capire non dare soldi ai governi se non si hanno in cambio garanzie, ma cosa si aspetta ad inviare camion targati UE con cibo e medicine in Grecia? E’ già una vergogna che si soffra la fame nel mondo, ma che questo avvenga in Europa, con la ricchezza che si è prodotta dal dopoguerra ad oggi, grida davvero vendetta.</p>
<p><strong>Davide Assael, ricercatore</strong></p>
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		<title>Contando l&#8217;Omer &#8211; Il tutto dentro ogni singolo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 11:25:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/04/disegni2.jpg" alt="" title="" width="100" height="94" class="alignright size-full wp-image-22539" />Mercoledi 16  Maggio, 39° giorno dell’ omer, 5 settimane e quattro giorni</p>
<p>Nel collegamento tra la conta dell’Omer e le sefiròt, ogni settimana è riferita a una di sette sefiròt, dall’alto verso il basso, e in aggiunta ogni giorno della…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/04/disegni2.jpg" alt="" title="" width="100" height="94" class="alignright size-full wp-image-22539" />Mercoledi 16  Maggio, 39° giorno dell’ omer, 5 settimane e quattro giorni</p>
<p>Nel collegamento tra la conta dell’Omer e le sefiròt, ogni settimana è riferita a una di sette sefiròt, dall’alto verso il basso, e in aggiunta ogni giorno della settimana è riferito a una sefirah, nello stesso ordine. Ad esempio, questa settimana, la sesta, è quella dello Yesod, il Fondamento, e oggi è il giorno del Netzach, l’Eternità; più precisamente oggi è il Netzach dello Yesod. Tutto questo appare strano e poco comprensibile, come ogni parte della dottrina mistica. Ma qui emerge un’idea fondante della Kabbalah, importante e interessante, che così si può semplificare con tutte le possibili cautele: che ogni distinta sefirah contenga dentro di sé tutte le altre; o, in altri termini, che ogni aspetto della realtà, che sia quella superiore o quella della nostra immaginazione o quella del reale, che noi pensiamo separato e distinto, non lo è veramente; ogni idea e ogni cosa contengono dentro di sé tutto il resto, e ciò che ci appare non è mai l’essenza esclusiva ma la prevalenza.</p>
<p><strong>rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma -</strong> twitter @raviologist</p>
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		<title>Il corpo nell&#8217;esperienza spirituale ebraica</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:35:36 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[lev/cuore]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/05/foto-verona.jpg" alt="" title="" width="200" height="150" class="alignright size-full wp-image-23233" />Secondo incontro sul tema del corpo, la guarigione e l’ebraismo a cura del dipartimento Educazione e Cultura dell&#8217;Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Un argomento sentito e trasversale che sta riscuotendo notevole interesse in diverse realtà italiane e che è stato…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/05/foto-verona.jpg" alt="" title="" width="200" height="150" class="alignright size-full wp-image-23233" />Secondo incontro sul tema del corpo, la guarigione e l’ebraismo a cura del dipartimento Educazione e Cultura dell&#8217;Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Un argomento sentito e trasversale che sta riscuotendo notevole interesse in diverse realtà italiane e che è stato affrontato nei locali della Comunità di Verona con grande partecipazione e intensità. Due i momenti che hanno scandito la giornata: una conferenza al mattino e un pranzo nel pomeriggio. Durante la conferenza sono stati messi a fuoco leggi, riti e interpretazioni riguardanti l&#8217;alimentazione, il sonno, la sessualità e altri momenti essenziali che accompagnano la nostra vita e quotidianità. Nel corso del seminario sono state presentate invece delle strategie per migliorare la consapevolezza di questi atti come mangiare, odorare, toccare e respirare finalizzati ad un&#8217;armonica cooperazione tra anima e corpo, seguendo le indicazioni della tradizione ebraica.<br />
A condurre questi incontri è Daniela Abravanel, psicologa e autrice di Il segreto dell’Alfabeto ebraico, Guarire per Curarsi, Cabalà e Trasformazione con le lettere ebraiche, La Cabalà e i Quattro Mondi della Guarigione. Da diversi anni Daniela si occupa di queste tematiche offrendo un interessante sincretismo tra tradizione ebraica e medicina in rapporto anche all’antica medicina cinese. Ascoltandola, passato il primo momento di scetticismo, si comprende che si tratta di una saggezza spesso dimenticata e che di frequente molti cercano altrove, nello yoga o altre discipline che più apertamente si occupano della cura del corpo. Anche la tradizione ebraica in realtà contiene molti insegnamenti a riguardo, custoditi in genere da maestri mediorientali, da cui si evince che l’attenzione al corpo va di pari passo con quella rivolta all’anima in una continua ricerca di armonia e rispetto tra le due dimensioni.<br />
<strong>Daniela, per quale motivo hai deciso di occuparti di queste tematiche e perché pensi sia importante oggi parlare del corpo nella tradizione ebraica?</strong><br />
Ho dato inizio a una nuovo ciclo di lezioni sul tema del corpo nella vita spirituale spinta da una serie di motivi. La prima tra tutte è che decine di anni di studio della Torah e di vita ebraica mi hanno inevitabilmente portata a condividere l’idea del grande cabalista Benamozegh secondo il quale l’ebraismo non è solo una religione, una politica, una letteratura, una legislazione ma è anche “una cura del corpo e dello spirito, è prevenzione e conoscenza delle malattie.”<br />
Il secondo motivo riguarda una specie di ‘investitura’ da parte del mio maestro Leon Ashkenazi za”l (detto Manitu) che mi spinse ad andare oltre il solito tracciato di studi e insegnamenti e a diffondere ciò che potremmo chiamare Torat Hanefesh. Ovvero quella parte della tradizione ebraica che si occupa della salute, della trasmissione delle strategie del benessere a cui accennava Benamozegh, dirette al raggiungimento di una più intensa vita spirituale proprio grazie a una migliore gestione della salute del corpo.<br />
Manitu mi citava sempre  Rav Kook: per troppo tempo ci siamo dedicati alla ricerca dello spirito, del ruah hakodesh, è arrrivato il momento di ricercare costruire un Bazar Kadosh, un corpo sacro, piu adatto ad essere la mercava, il cocchio dello spirito.<br />
<strong>Chi sono stati i tuoi maestri?</strong><br />
Dopo Manitu furono Rav Ginzburg, Ester Kitov e Rav Adin Steinsaltz. Ma negli ultimi due anni la più profonda ispirazione è giunta da una serie di operatori del benessere ispirati dalla visione ebraica olistica: medici, psicologi, omeopati, neuropsichiatri, artisti e musicisti ebrei ortodossi che avevano rivolto l’attenzione al tema della guarigione della nefesh, cosi come la insegna il grande Maimonide, il padre indiscusso della medicina olistica e psicosomatica.<br />
<strong>Perché e cosi importante oggi la Torah della nefesh?</strong><br />
La ‘crisi’ che come sempre si riflette elevata al quadrato sul popolo ebraico &#8211; in Israele rispetto alla minaccia militare iraniana e nella diaspora rispetto alla crisi di un ebraismo messo a dura prova non solo dall’antisemitismo ma anche dalle profondissime lacerazioni interiori &#8211; sta creando condizioni di stress cosi profondo che rende necessario ridare all’insegnamento della Torah la sua integrità e completezza. Così come durante l’Esodo e nel deserto il popolo di Israele fu guidato da tre ‘mefarnessim’, tre maestri (Mosè, Aronne e Miriam) che oltre a dedicarsi a insegnare l’aspetto legislativo della Torah si occupavano anche della guarigione. Oggi la diffusione di malattie gravissime causate oltre che dall’inquinamento, dallo stress e dalle difficoltà relazionali &#8211; sempre più dure in quanto, come già previsto dai saggi, ai tempi del Messia saranno i nostri stessi familiari a diventare nostri nemici &#8211; rendono necessario far tornare in campo oltre che Mosè il legislatore, anche la figura di Aronne, che guariva con il suo insegnamento e le sue benedizioni, perché insegnava ai lebbrosi e ai malati l’introspezione, sapeva mettere pace nei conflitti e benedire il popolo ‘beahava’, con amore, come è scritto nella Birchat Cohanim nel Siddur, il libro di preghiera ebraico.<br />
<strong>E Miriam?</strong><br />
La Torah di Miriam è una Torah che in Israele è rinata grazie a maestre che hanno insegnato alle donne a tornare a giocare in ‘casa’, ovvero nel mondo del corpo, dell’intuizione, della natura e della creatività. La donna non può studiare la Torah come gli uomini: questo l’ho capito dopo una decina di anni di studi ‘mentali’ in cui come yentel mi cimentavo all’ascolto delle lezioni di grandi rabbini e cabalisti, da rav Ginzburg e rav Steinsaltz a ras Elon, aperte anche alle donne. Mi dettero molto queste lezioni, ma quando finalmente ho ritrovato la Torah della Shehinà, la Torah insegnata da donne a donne &#8211; una Torah insegnata con l’emisfero destro, decisa a recuperare anche il canto e la danza, lo strumento principale grazie al quale le nostre madri riuscirono a mantenere la fede e a trasmetterla ai loro mariti &#8211; ho fatto una scelta di tornare a studiare con delle rabbanit. Ho appreso solo grazie alle donne, in particolare con Ester KiTov, la moglie del più grande rebbe hassidico di Gerusalemme, il significato della sacralizzazione dell’esistenza, della vita, dell’eros, della maternità. Cose che solo una donna può insegnare ad altre donne.<br />
Oggi alcune donne per non sentirsi escluse da un certo atteggiamento maschilista di cui in parte è vittima anche la società ebraica, iniziano a studiare scendendo in un mondo che non è il loro perdendo la rotondità del pensiero e delle proprie forme…<br />
È grazie alle mie maestre israeliane che se oggi parlo del mikve (il bagno rituale) a donne che non lo praticano legandolo a tutto ciò che ho appreso per anni non solo da loro, ma dal mondo della psicologia e della medicina che ne confermano l’incredibile validità come strategia della salute. Sono sorpresa di scoprire che le mie sorelle ebree  sono assolutamente curiose e disposte a provare il ‘tuffo’ in questo ignoto e magico rituale. Se le mie sorelle avevano rifiutato lo Shabat o la kasherut o le norme di tahara mishpahà (sacralizzazione della famiglia) non l’avevano fatto a causa della ‘dura cervice’, ma semplicemente perché non erano stati spiegati loro tutti i benefici psicofisici e spirituali di tali regole.<br />
A Verona ad esempio, dopo aver brevemente accennato al tema del mikvè, un folto gruppo di donne &#8211; ebree e non ebree &#8211; mi ha chiesto di spiegare qualche altro dettaglio su questa meravigliosa strategia di difesa della salute della donne e di supporto dell’unione di coppia. Mi sono stupita dalla loro attenzione, prendevano appunti, mi chiedevano dettagli. Anche i loro compagni, sinceramente interessati (anche se un po’ spaventati) nello scoprire il segreto e la profondità della sacralizzazione della vita matrimoniale.<br />
<strong>Credi che questi principi abbiamo una valenza universale?</strong><br />
Come mi hanno insegnato rav Kopciowski e tutti i miei grandi maestri, la Torah è stata data nel deserto e non a Gerusalemme perché è di tutti e, che come dicono i saggi, ci troviamo in esilio anche perché dobbiamo diffonderla. Ignorare il fatto che molti non ebrei &#8211; alcuni di fatto di origine ebraica &#8211; sono spesso molto più interessati alla Torah degli ebrei e magari allontanarli credo vada letteralmente contro il processo di redenzione. Il Baal Shem Tov in un’ascesi mistica aveva chiesto quando sarebbe venuto il messia. Gli era stato risposto: “il messia verrà quando i  ‘maianot’, le sorgenti della tua saggezza usciranno ahutzà (fuori)”, quando la pnimiut haTorah (il volto della Torah), trasborderà il mondo ristretto degli ebrei religiosi. Oggi sono sempre più sorpresa, nel mondo della guarigione, nel vedere che molti non ebrei utilizzano terapie completamente basate sui principi della Cabalà a partire dalle regressioni ipnotiche a reincarnazioni passate, all’uso della preghiera, del digiuno, della mediatzione a fini terapeutici. Così come &#8211; quando faccio qualche conferenza in un centro Yoga o in qualche libreria alternativa &#8211; mi trovo spessissimo di fronte a ebrei stupiti che mi dicono: se avessi saputo che la Torah tocca così profondamente tutti questi ambiti non mi sarei mai allontanato&#8230;<br />
Il mio maestro Manitu affermava che se i rabbini non capiscono che è arrivato il momento di diffondere gli aspetti più universali della Torah anche fuori, in particolare gli insegmaneti filosofico-esistenziali, il ruolo del popolo ebraico sarà presto sostituito dal Dalai Lama. Oggi ho scoperto che la sua profezia si è avverata.<br />
<strong>Come vedi la vita ebraica delle comunita italiane?</strong><br />
Potrebbe certamente essere più ‘vissuta’, non solo in sinagoga, ma nella vita quotidiana. Visto che mi occupo di guarigione, mi impressiona il numero di ebrei che si fa curare con metodi assolutamente contrari allo spirito della Torah con il beneplacito dei rabbini. Ad esempio l’uso degli psicofarmaci, inevitabile in determinate situazioni di crisi acuta o problemi neurologici-psichiatrici, rappresenta una vera e propria repressione di quella sana ansia che porterebbe alla teshuvà, al tikkun. I rabbini dovrebbero prendere in considerazione nelle loro liste di priorità il problema del numero di ebrei che vivono nel malessere a causa della totale rimozione delle cause che hanno provocato la malattia o l’ansia. Fumo, alcol e psicofarmaci hanno affossato il grido della neshamà che ci invita attraverso il malessere del corpo e della psiche, alla teshuvà e al tikkun.<br />
Mi chiedo perché l’attenzione a non mangiare cose dannose non sia altrettanto importante che non la kasherut. Perché il Rambam vada studiato solo nelle opere halachike e non in quelle mediche. Mi chiedo per quale motivo la regola d’oro di alzarsi da tavola per un quarto affamati sia oggi ignorata dagli ebrei e presa invece in considerazione dai più seri medici che operano nel campo della prevenzione. Il fumo non è vietato severamente &#8216;in quanto la maggior parte degli ebrei potrebbe non astenersi e finirebbe per infrangere un precetto&#8217; e via dicendo.<br />
<strong>Cosa faresti per risvegliare lo spirito degli ebrei italiani?</strong><br />
Innanzitutto un bel ‘bagno’ nell’ebraismo israeliano. Ma quello di qualità. Dopo vent’anni in Israele posso dire di sapermi orientare tra i veri maestri e quello puramente di ruolo. Quando amici o studenti vengono con me in Israele fanno un viaggio nella pnimiut della nostra terra, incontrano rabbini, musicisti, terapeuti, gente di spirito e di cuore che non si dimenticano facilmente…<br />
E poi direi che potrebbe esserci bisogno di un altro tipo di bagno. Quello nel mikve. In italia il mikve si usa quasi solo per dopo il periodo di nidà (periodo del mestruo), per le donne, per le conversioni e per gli uomini in determinate circostanze. Ma il mikve è stato per millenni uno strumento di rinnovamento, di risveglio, di trasformazione, di superamento dei traumi e malattie.<br />
Penso sia anche importante dedicare giornate di studio alla riscoperta della spiritualità ebraica femminile, attraverso lo studio della vita delle donne e delle profetesse di Israele, attraverso il canto, la danza e la preghiera, la preparazione del cibo che nutre corpo e anima. Di fatto, si può cambiare la comunità solo trasformando le sue donne…</p>
<p><strong>Ilana Bahbout</strong></p>
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		<title>Voci a confronto</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:09:10 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Ambasciatore di Israele all&#8217;ONU Michael Oren scrive oggi un interessante articolo sul <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621681985"><strong>Wall Street Journal </strong></a>nel quale fa un excursus sulla storia di Israele e sui grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, tra un &#8217;73 nel quale ben pochi accettavano l&#8217;idea della nascita di uno stato di Palestina, e il governo attuale che ne riconosce apertamente la legittimità. In un ideale collegamento raccomando anche la lettura di Giulio Meotti che in inglese, su <a href="http://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/11653">Israelnationalnews</a>, fa una perfetta rappresentazione della situazione reale del conflitto coi palestinesi; oltre a dimostrare come sia inestricabile la situazione (e sicuramente non solo quella di oggi), spiega che non è corretto pensare di ritornare al momento della guerra del &#8217;67, perchè si vuole in realtà ritornare a quella del &#8217;48, quando gli arabi, come ben sappiamo, hanno rifiutato la nascita dello Stato di Israele, creando quella nakba che hanno ricordato ieri (anche con i soliti lanci di razzi taciuti dai quotidiani di casa nostra). Di questa commemorazione, come sempre vista dalla parte dei palestinesi, scrive Michele Giorgio sul <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621678532">Manifesto</a>, e deve riconoscere che le cose sono andate meglio dello scorso anno quando vi fu un tentativo di penetrazione attraverso le frontiere israelo-siriane, notoriamente sbarrate. Ieri, in concomitanza con questo anniversario della nakba, si è anche concluso lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi; grazie alla mediazione delle autorità egiziane, i detenuti hanno ottenuto di poter riprendere gli studi universitari, di poter ricevere visite di familiari anche se residenti a Gaza e di poter acquistare libri vari, pur rimanendo in vigore l&#8217;arresto amministrativo (del quale si ricorda sempre che discende dal periodo del Mandato britannico, ma si dimentica che non è certo in vigore solo in Israele). Di questa felice conclusione della protesta scrive Laurent Zecchini su <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621681073">Le Monde</a>, osservando che è una vittoria della lotta non violenta; purtroppo Zecchini dimentica spesso di criticare proprio gli episodi di violenza senza i quali il conflitto avrebbe già perso da tempo la sua ragion d&#8217;essere. In Siria arrivano adesso gli osservatori italiani, come scrive Eric Salerno sul <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621679137">Messaggero</a>, ma non vi sarà alcun intervento armato (genere Libia) che favorirebbe solo al Qaeda e farebbe crescere il prezzo del petrolio in un mondo che non ha di sicuro bisogno di questo. Non si parla, al contrario, nei quotidiani italiani, di un enigmatico viaggio dell&#8217;ex primo ministro francese a Teheran, in corso proprio in questi giorni; lo ha forse voluto Sarkozy? ma potrebbe essere stato fatto contro il desiderio di Hollande? vedremo. Intanto un editoriale del <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621679274">Foglio </a>scrive che presto il Mek (i Mujaheddin del popolo) potrebbe essere cancellato dalla lista nera del terrorismo negli USA (in Europa è già stato cancellato da analoga lista); è utile ricordare che è proprio grazie al Mek che l&#8217;Occidente è stato informato, fin dal 2002, degli atti compiuti dal regime iraniano per dotarsi della bomba nucleare, ma non si deve neppure dimenticare che è stato proprio Obama a cancellare i fondamentali aiuti economici che gli USA fornivano all&#8217;opposizione di Khamenei; e lo stesso Obama ha tenuto in questa settimana una riunione con nove dei suoi principali consiglieri, non svelata dai nostri quotidiani; hanno partecipato, tra questi, Peter Beinart, autore del criticato libro &#8220;The crisis of Zionism&#8221; nel quale invita la gioventù ebraica ad abbandonare Israele e, a lato della semplice menzione del terrorismo arabo, stronca quello ebraico (!). Visto che chiamò Obama &#8220;the Jewish president&#8221;, forse ora Obama ha voluto dimostrargli di non essere affatto jewish. Ed a riprova di ciò al meeting ha partecipato anche David Remnick che paragona la democrazia israeliana con quelle siriana ed egiziana, e Joe Klein che afferma che l&#8217;Iran non cercherebbe di dotarsi della bomba. Due brevi del manifesto e del Messaggero censurano giustamente il leader dell&#8217;estrema destra greca che ha conquistato 21 seggi, ma dimenticano di osservare quanto di simile sta avvenendo in tanti altri stati europei. In Francia si discute sull&#8217;eccidio di Tolosa, ma a latere si verificano nuovi gravi fatti di intolleranza, e ne parla un articolo de <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621681378">Le Monde</a>; si invita a non confondere antisemitismo ed antisionismo (noi ricordiamoci delle parole del Presidente Napolitano), ma nel frattempo l&#8217;Università tace perché l&#8217;amministrazione uscente non vuole più intervenire, e quella entrante non è ancora nel pieno delle sue funzioni; è ammissibile una simile affermazione di fronte a gravi episodi? Di antisemitismo e antisionismo (doppia damnatio che nascerebbe a destra) scrive Bruno Gravagnuolo su <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621678456">L&#8217;Unità</a> a commento dell&#8217;articolo di Mieli del quale Ugo Volli ha scritto a lungo ieri in questa rubrica; siamo davvero sicuri che questa distinzione permanga solo in &#8220;qualche anfratto della sinistra radicale dispersa&#8221;? Saverio Ferrari dopo un convegno di febbraio, si accorge sul manifesto del rischio di un nuovo fronte tra destra e sinistra radicali, e ricorda che Claudio Mutti, convertitosi all&#8217;islam, ha assunto il nome Omar Amin che fu già quello dell&#8217;ex SS von Leers rifugiatosi in Egitto. Ci dovrebbero riflettere all&#8217;interno della redazione del manifesto. &#8220;Ho molti amici ebrei&#8230;la lobby è la più influente del pianeta&#8221; dice il finiano <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621677377">Fabio Granata</a> accorso in aiuto dell&#8217;amico Giovanni Ceccaroni che scriveva che &#8220;l&#8217;ebraismo italiano&#8230;andava contro gli interessi del nostro Paese&#8221;. Sono parole non nuove, sappiamo dove portano, e sappiamo anche quale rischia di essere la fine dei cosiddetti &#8220;amici ebrei&#8221;. Antonio Airò su <a href="http://80.241.231.25/ucei/Mview.aspx?ID=2012051621677834">Avvenire</a> ricorda le parole di Pio XII pronunciate nel radiomessaggio del Natale del &#8217;42: scopo di ogni società è &#8220;lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana&#8221;; stop. Dirà in seguito il papa che &#8220;ogni pubblico accenno doveva essere ponderato e misurato per non rendere più grave e insopportabile la situazione (dei sofferenti)&#8221;. &#8220;Generico&#8221; deve riconoscere Airò, questo riferimento, ma sufficiente per lui per cercare di dimostrare quanto al sottoscritto sembra indimostrabile. Ricordo infine, a conclusione di questa mia rassegna, che domani sera Roma sarà in festa con l&#8217;accoglienza del suo concittadino Gilad Shalit in Campidoglio. </p>
<p><strong>Emanuel Segre Amar   </strong></p>
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		<title>Emòr&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 05:25:54 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver sottolineato la Kedushà, sacralità dei Coahnim e la Kedsushà, sacralità delle feste, la parashà di Emòr, letta lo scorso Shabbat, ci indica al capitolo 24 due cerimonie legate al Tamìd, il Sempre. La prima l’illuminazione perpetua dei lumi della Menorah e la seconda la deposizione dei 12 pani, Lechem ha Panìm,  su un tavolo di fronte all’Eterno, &#8220;Tamid&#8221;, in permanenza, e quindi del consumo di questi pani ogni Sabato da parte dei Cohanim, sacerdoti, dopo otto giorni di esposizione. A delle ricorrenze che richiamano una kedushà estemporanea la Torah fa seguire immediatamente un modello di permanenza dei valori nella successione temporale. La cosa più straordinaria è che questa idea di &#8221; perennità&#8221; ci viene espressa non come qualcosa di astratto ed etereo, ciò che spesso viene definita come la spiritualità ebraica,  ma in occasione del pane degli uomini. Un pane vecchio che non si ammuffisce proprio perché si eleva in santità continua. Passando attraverso vari tavoli di progressivo pregio: marmo, legno bordato d&#8217;oro, oro e in ultimo le bocche dei Cohanim, i consumatori di questo pane. Una durata senza usura, quindi, anche per le cose &#8220;vecchie&#8221;!</p>
<p><strong>Roberto Della Rocca, rabbino</strong></p>
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