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	<title>Moked - il portale dell´ebraismo italiano</title>
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		<title>In cornice &#8211; La collezione di Scukin</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:42:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2011/12/daniele-liberanome1.jpg" alt="" title="daniele liberanome" width="111" height="112" class="alignnone size-full wp-image-18644" />È difficile essere guardare verso il futuro e allo stesso tempo rimanere molto legati al passato. Un problema che balza all&#8217;occhio osservando la collezione di Sergey Scukin, mercante russo di fine Ottocento, e il modo in cui la sistemò nel suo palazzo di Mosca. Scukin, arrivato a Parigi, fece incetta di opere prima degli impressionisti e poi di Matisse e di Picasso, creando una collezione assolutamente innovativa per la Russia del tempo. Alcune di quelle opere, sono in mostra al Brera di Milano; sono tutte imperdibili con alcuni picchi assoluti come le più belle “Ninfee” di Monet che mi ricordi, o un Van Gogh (“La ronda dei carcerati”), e un Picasso cubista (“Ritratto di Vollard”). Ma il curatore ha appeso anche alcune fotografie di palazzo Scukin dei tempi d&#8217;oro. Era un edificio tipico della Russia ottocentesca, tutto grandi ambienti anonimi, stucchi neoclassici, mobilio da tardo Impero francese. Scukin l&#8217;aveva voluto perché amava il suo paese e quella moda, ma era quanto di più lontano si possa immaginare dai gusti semplici e campagnoli degli impressionisti. In quegli stanzoni sfarzosi, Scukin sistemò le tele in un modo tipicamente sette-ottocentesco, come se non fossero dei Monet o dei Picasso ma dei Tiepolo o dei Tiziano. Su ogni muro definì una fascia alta 2-3 metri, di cui ogni centimetro andava riempito con quadri, per cui appendeva vicino opere di dimensioni e di soggetti molto diversi. Ma i quadri impressionisti e anche quelli successivi, vanno osservati a una distanza ben definita, che varia da un caso all&#8217;altro. Per godersi i Monet di Scukin, bisognava insomma spostarsi in continuazione avanti e indietro nei suoi stanzoni per trovare il punto giusto per vedere ciascun quadro, e così facendo ci si rovinava la visuale di quello vicino. Scukin voleva fare l&#8217;innovativo ma anche il benpensante russo, l&#8217;uomo delle avanguardie del Novecento ma anche il fedele servitore di un impero vecchio di centinaia di anni. Il risultato: un disastro artistico.</p>
<p><strong>Daniele Liberanome, critico d&#8217;arte</strong></p>
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		<title>Tea for two &#8211; A lezione con gli ebrei italiani</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:38:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2011/12/silvera_sito1.jpg" alt="" title="silvera_sito" width="120" height="103" class="alignnone size-full wp-image-18646" />In una piccola aula immersa nel sole inizia un viaggio particolare, che non conosce limiti di tempo o di spazio. Una macchina del tempo senza Cecchi Paone o un salto oltre i limiti delle lancette senza lo scienziato pazzo amico…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2011/12/silvera_sito1.jpg" alt="" title="silvera_sito" width="120" height="103" class="alignnone size-full wp-image-18646" />In una piccola aula immersa nel sole inizia un viaggio particolare, che non conosce limiti di tempo o di spazio. Una macchina del tempo senza Cecchi Paone o un salto oltre i limiti delle lancette senza lo scienziato pazzo amico di Michael J. Fox. La lezione della professoressa Marina Beer di Letteratura ebraica italiana, un corso previsto per il Diploma Universitario triennale in Cultura Ebraica, sta per iniziare. Due ore strappate all&#8217;incedere un po&#8217; indolente che caratterizza il primo pomeriggio. Due ore settimanali per scoprire, parafrasando Momigliano, gli ebrei d&#8217;Italia. I grandi letterati che hanno animato  il prolifico ambiente dei salotti dell&#8217;intellighenzia tra &#8217;800 e &#8217;900. E la scansione non è data solo da cesure temporali ma anche da una geografia culturale che dai tempi di Dionisotti ci mostra la diversificazione da zona a zona. Prendiamo ad esempio il Piemonte che vede una presenza ebraica dovuta alla temporanea cattività avignonese del papato nel &#8217;300 e che parteciperà al potere dei Savoia e al sogno risorgimentale dell&#8217;Unità. Da qui si dipana l&#8217;appassionata spiegazione e la presentazione di alcuni celebri personaggi ebrei. Un po&#8217; come nell&#8217;ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris, gli uomini prendono forma e consistenza. Sembra quasi di vederlo, il solitario Primo Levi seduto nel piccolo banco accanto, intento a scrivere Argon, il racconto che più di altri inquadra la comunità ebraica piemontese. Argon, un gas inerte che non lega con gli altri, ma che è indispensabile alla vita. E Levi, non solo una grande voce della memoria, non solo un grido silenzioso che squarcia il muro dell&#8217;indifferenza, non solo un grigio chimico. Ma il Levi narratore, il Primo Levi immaginifico che divide per capitoli il suo libro  &#8220;Il sistema periodico&#8221;, intitolandoli con ciascun elemento della tavola periodica. Ma ecco che dalla porta della classe entra un nuovo personaggio, distinto e che ha tutta l&#8217;aria di essere un pozzo di scienza. Samuel David Luzzatto, grande Chacham  e grande italiano. Tra le azioni mitiche compiute, scrisse una lettera a Manzoni (diventato il difensore degli oppressi con l&#8217;ultima parte dei Promessi Sposi, &#8220;Storia della colonna infame&#8221;) chiedendo di fare luce sul processo per il martirio di Simonino da Trento per cui furono condannati a morte alcuni ebrei. Una sorta di J&#8217;accuse all&#8217;italiana. Peccato che Manzoni non rispose mai e fece sapere indirettamente di non potersene occupare perché non aveva  materiale a sufficienza. Il profilo di Luzzatto viene poi realizzato con levità e garbo da un suo celebre parente: Umberto Saba. Un poeta che celebra un fortunato matrimonio tra la tradizione ebraica e quella italiana. Saba non nasconderà alcuni tratti tipicamente ebraici a differenza del suo concittadino Italo Svevo, che invece seminerà indizi come per una caccia al tesoro riservata ad un lettore particolarmente curioso. Il Luzzatto descritto da Saba è un brillante maestro di ebraismo che non disdegna letture secolari. Una metaforica uscita dal ghetto che lo renderà un personaggio carico di fascino. Nelle note apposte successivamente al racconto, Saba citerà anche il figlio di Luzzatto, Filosseno che intreccerà rapporti con Graziadio Isaia Ascoli (il celebre glottologo, che alla sua investitura a professore volle giurare sulla Bibbia ebraica) e Michelstaedter. Ma la galleria di ritratti dei grandi ebrei italiani non si può certo condensare in due ore. Nelle lezioni seguenti ci faranno compagnia Svevo, Bassani, Castelnuovo e tanti altri. Uomini da scoprire. Vicini a noi perché combattono per mantenere il difficile equilibrio dato dalla una doppia identità: italiana ed ebraica. Uomini che probabilmente si sarebbero inviperiti con il giornale Der Spiegel al centro dei dibattiti per la stizza rivolta verso gli italiani, ma che avrebbero lanciato uno sguardo di dissenso per il titolone del quotidiano il Giornale che faceva un ardito paragone tra Schettino e Auschwitz. In fondo non sempre serve una mezzanotte a Parigi per volare con la fantasia.</p>
<p><strong>Rachel SIlvera, studentessa</strong></p>
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		<title>Non c&#8217;è un «nasone» politicamente corretto</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:36:48 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se si applicasse il principio un po&#8217; barbaro del «non poteva non sapere», Moni Ovadia sarebbe condannato con una pena molto severa. Moni Ovadia che non sa che la raffigurazione mostrificante del naso adunco fa parte di una lunga e spregevole tradizione iconografica antisemita? Ma andiamo, è impossibile. Perciò se Moni Ovadia ha deciso di congratularsi con il vignettista di nome Vauro che aveva dileggiato con il naso adunco e una stella di Davide come segno identificatore un&#8217;ebrea italiana, Fiamma Nirenstein, «colpevole» solo di pensarla diversamente da Vauro e di aver scelto uno schieramento politico opposto a quello del vignettista, allora ne dobbiamo dedurre che Moni Ovadia si è distratto. O che è vittima di un oscuramento momentaneo della sua vigile coscienza. Oppure, ma davvero non vorremmo pensarlo, che ha scelto di transigere su una brutta storia di antisemitismo camuffato, di non vedere, accecato da una faziosità politica furente a sensibilità doppia: severo, severissimo con i nemici, indulgente, accomodante, per così dire omertoso con i suoi compagni di avventura politica. Se fosse vera l&#8217;ultima ipotesi, ma tremiamo alla sola idea che un raffinato intellettuale come Moni Ovadia possa cadere in un&#8217;ipocrisia così miserabile, dovremmo concludere che la battaglia contro la tentazione antisemita vada a corrente alternata. Inoltre Moni Ovadia sembra prigioniero di una forma acuta di paranoia politica. Dice che Vauro sarebbe vittima di un&#8217;occulta manovra di una Destra tentacolare e insidiosa. Ma omette di dire che il giornalista condannato da un tribunale italiano solo per aver rudemente criticato la vignetta dell&#8217;ebrea con il naso adunco, Peppino Caldarola, è un giornalista di sinistra, con un passato e un presente tutto interno alla tradizione della sinistra, e in particolare della sinistra cresciuta nel Partito comunista italiano. Ma l&#8217;accecamento politico è proprio questo: sorvola sul naso adunco e sul dileggio della stella di Davide quando è frutto di una vignetta disegnata da chi è politicamente vicino e si inventa, come i paranoici, un gigantesco complotto della Destra mondiale per colpire un povero disegnatore. No, non può essere malafede: sarebbe una delusione troppo grande per chi ha nutrito stima per Moni Ovadia. Diciamo che il doppio standard gli viene naturale. O patologico, come un tic che non si riesce a controllare. E poi si può sempre legittimamente cambiare idea. Come Gad Lerner, che scherza con quel discolaccio di Vauro per via del «nasone». Ma scherza solo ora, perché quando un topo da Radio Padania berciò sconcezze sul «nasone» di Lerner, quest&#8217;ultimo giustamente non scherzò e querelò chi aveva associato un ebreo a un «nasone». Certo, il «nasone» del leghista è antropologicamente inferiore al «nasone» del vignettista politicamente corretto. E quindi si capisce che Lerner applichi due pesi a due misure diverse. Mica i «nasoni» hanno tutti lo stesso peso.</p>
<p><strong>Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 6 febbraio 2012</strong></p>
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		<title>La sposa siriana, una storia di confine</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:34:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/02/sposa-siriana.jpg" alt="" title="sposa siriana" width="200" height="169" class="alignnone size-full wp-image-20119" />Si sono conosciuti nel 2001 tra banchi e aule dell’Università di Damasco. Lui, 20enne, timido e un po’ imbranato. Lei, prossima ai 18, sicuramente più estroversa e con fama diffusa di heartbreaker. Entrambi drusi, diversi nel carattere e nelle esperienze…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/02/sposa-siriana.jpg" alt="" title="sposa siriana" width="200" height="169" class="alignnone size-full wp-image-20119" />Si sono conosciuti nel 2001 tra banchi e aule dell’Università di Damasco. Lui, 20enne, timido e un po’ imbranato. Lei, prossima ai 18, sicuramente più estroversa e con fama diffusa di heartbreaker. Entrambi drusi, diversi nel carattere e nelle esperienze di coppia ma accomunati dalla medesima matrice culturale, sociale e religiosa. La freccia di Cupido fa il suo dovere centrando in pieno il bersaglio tanto che gli amici immediatamente profetizzano la nascita, di lì a poco, di un consorzio indissolubile. Un legame per l’eternità, nella buona e nella cattiva sorte, che è stato finalmente affermato dai due sull’altare. Ma quante sofferenze per portare avanti la battaglia degli affetti, per vivere fianco a fianco gioie e difficoltà di una quotidianità condivisa. A contrastare i piani di sposalizio non sono stati però conoscenti accecati dalla gelosia o tendenti al pettegolezzo, crisi di coppia del settimo anno, tradimenti notturni. L’ostacolo è stato ben più arduo da superare. Un ostacolo chiamato precarietà dell’area mediorientale e in cui molti continuano a sbattere contro la testa ogni giorno. Facciamo un po&#8217; d&#8217;ordine: lui, Munjed, una volta completati gli studi torna tra le alture del Golan, regione settentrionale d’Israele tradizionalmente abitata dalla comunità drusa. Il rientro a casa segna il distacco da Mayada, che rimane a vivere da mamma e papà nel natio villaggio siriano. Una manciata di chilometri in linea d’aria ma sembra un’eternità, un macigno per la loro relazione: tra Siria e Israele, salvo rarissime eccezioni, i confini risultano infatti inagibili in un senso e nell’altro. Poche, pochissime le strade che è possibile percorrere per aprirsi un varco nel labirinto di check point, militari e filo spinato: tra queste il permesso universitario rilasciato dal governo siriano ai soli richiedenti di etnia drusa (agevolazione di cui lo stesso Munjed aveva beneficiato per i suoi studi) oppure la richiesta di passare dall’altra parte della barricata in ragione di “evidenti motivi umanitari”. In questo senso tra le opzioni accettate, comunque a fatica, le nozze tra cittadini drusi. E ciò in virtù dell’elevata percentuale di unioni tra correligionari (le uniche contemplate dal sistema legislativo siriano) che si verificano all’interno di questa plurisecolare e affascinante comunità. Mayada e Munjed, protagonisti di un lungo e sofferto percorso di avvicinamento alla meta, non hanno mai avuto dubbi: questo matrimonio s’ha da fare.<br />
Mayada la sposa siriana, quindi, parafrasando un celebre film di Eran Riklis (anche se nella narrazione del regista israeliano Mona, la protagonista, compie il percorso in direzione opposta: dal Golan alle braccia di un attore siriano). Ma anche Mayada la donna coraggiosa che in nome dell’amore lascia alle sue spalle, forse per sempre, il calore di familiari e amici. Perché il dolore più intenso, per le Syrian Brides (ad oggi si è arrivati a contarne alcune decine), è proprio questo. Un crudele baratto dei sentimenti: perché sei libera, puoi sposarti, ma sappi che non si torna indietro. O di qua o di là. Da noi o da loro. “Sono stati anni difficili e frustranti. Oggi io e mio marito coroniamo un sogno, anche se il prezzo da pagare è molto alto” spiega Mayada al reporter del Jerusalem Report, tra i primi giornalisti ad incontrarla nella terra di nessuno posta tra i due confini. Pochi istanti e la ragazza, oggi 27enne, avrà l’anello al dito. Il matrimonio &#8211; lei in bianco tradizionale, lui con giacca nera e cravatta &#8211; si celebra infatti in quella insolita cornice. È l’unica occasione, la più lieta e allo stesso tempo la più sofferta, che i parenti degli sposi possono trascorrere assieme ai neo congiunti. Un paio di ore, anche qualcosa di meno, tra sorrisi e lacrime. Conclusa la cerimonia si torna a casa. Gli sposi salutano nel pianto. È un matrimonio, è il giorno più bello, ma fa anche tanto male.</p>
<p><strong>Pagine Ebraiche, febbraio 2012</strong></p>
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		<title>parole&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:30:30 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Az yashir Moshè &#8211; Allora cantò Moshè&#8230;” (Shemot 15:1).“Disse Moshè: con la parola “Az” ho peccato dicendo (Shemot 5:23) “umeAz bati el Par’ò ledabber bishmekhà herà la’am hazè vehazel lo hizalta et ‘ammekhà – da quando sono andato dal Faraone a parlare a Tuo Nome, ciò ha causato “male” a questo popolo e Tu non arrecasti salvezza al Tuo popolo” e con la stessa Ti loderò (Midrash Shemot Rabbà 23:3).</em> All’inizio della sua missione Moshè disse che il Signore causò del male, provocando un aumento delle sofferenze, a quel popolo che avrebbe dovuto liberare. Per questo, il Signore gli fece conoscere il Suo Nome, il Tetragramma, simbolo della misericordia divina, che ai Patriarchi non fece conoscere. Questa riposta di D-o, però, è stata un rimprovero per Moshè perché sottolinea la colpa commessa da Moshè con quella frase: a differenza dei Patriarchi, la lontananza della realizzazione della promessa divina, provocò in lui una lamentela verso il Signore e l’espressione di un dubbio riguardo l’attributo della misericordia divina. La cantica del mare, poesia simbolo della riconoscenza per la liberazione ricevuta, è iniziata da Moshè con la stessa parola con la quale &#8211; all’inizio – espresse una lamentela che non avrebbe dovuto fare. Moshè ci insegna che mai dobbiamo dubitare che Kol ma de’avid Rachamanà, letav ‘avid – tutto ciò che D-o fa, è solo per il “bene”.</p>
<p><strong>Adolfo Locci, rabbino capo di Padova</strong></p>
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		<title>&#8230;fratelli</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:23:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Nell&#8217;incontro fra i due fratelli (Gen.33,9) dice Esaù al fratello: &#8220;Yesh li rav&#8221; (io possiedo molto) e Giacobbe gli risponde fra l&#8217;altro: &#8220;Yesh li col&#8221; (io possiedo tutto). La Torah ci mostra qui la differenza fra i due fratelli: entrambi…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;incontro fra i due fratelli (Gen.33,9) dice Esaù al fratello: &#8220;Yesh li rav&#8221; (io possiedo molto) e Giacobbe gli risponde fra l&#8217;altro: &#8220;Yesh li col&#8221; (io possiedo tutto). La Torah ci mostra qui la differenza fra i due fratelli: entrambi possiedono molta ricchezza materiale, fatta soprattutto di bestiame, ma Esaù si ferma lì, mentre Giacobbe afferma di avere tutto, cioè anche una ricchezza spirituale, non misurabile e totale, che completa i suoi averi. Giacobbe non dice di avere poco o molto, ma di avere tutto, tutto quello di cui una persona ha bisogno.</p>
<p><strong>Daniel Haviv, alchimista</strong></p>
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		<title>Dove vanno gli ortodossi &#8211; A colloquio con Samuel Heilman</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 12:49:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/02/1Fergason-01nl.jpg" alt="" title="1Fergason-01nl" width="180" height="140" class="alignnone size-full wp-image-20108" />Il mondo degli ebrei ultraortodossi, i haredìm, è da mesi sotto i riflettori. Diversi episodi di cronaca hanno contribuito a focalizzare su di loro l’attenzione. Una bambina insultata per mancanza di modestia nel vestiario sulla strada verso la propria scuola…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/02/1Fergason-01nl.jpg" alt="" title="1Fergason-01nl" width="180" height="140" class="alignnone size-full wp-image-20108" />Il mondo degli ebrei ultraortodossi, i haredìm, è da mesi sotto i riflettori. Diversi episodi di cronaca hanno contribuito a focalizzare su di loro l’attenzione. Una bambina insultata per mancanza di modestia nel vestiario sulla strada verso la propria scuola nel villaggio di Bet Shemesh. Ragazzini in tradizionali abiti scuri e peyot (i riccioli che crescono agli angoli del viso) in piazza con la stella gialla sul petto proponendo il paragone tra la minaccia allo stile di vita che subiscono oggi e i tempi delle persecuzioni naziste. Autobus in cui uomini e donne occupano settori diversi. Episodi che hanno suscitato un grande clamore mediatico. Ma è lecito domandarsi se siano veramente rappresentativi di un mondo dalle mille sfaccettature, difficili da comprendere per chi non vi sia particolarmente familiare. “Anche se a un outsider i haredim possono apparire tutti uguali, con le loro barbe e gli indumenti scuri, la comunità haredi è frammentata almeno quanto lo è l’intera galassia ebraica”, spiega a Pagine Ebraiche Samuel Heilman, professore ordinario di Sociologia e direttore del Dipartimento di Studi ebraici al Queens College della City University of New York, nonché autore di numerosi libri e saggi che lo rendono uno dei massimi esperti mondiali delle dinamiche sociologiche delle comunità haredi.<br />
<strong>Professor Heilman, che cosa significa studiare la sociologia delle comunità ultraortosse?</strong><br />
Esaminare il ruolo della religione nella società ebraica contemporanea, in particolare mettendo in luce le differenze tra i haredim e coloro che si definiscono “modern orthodox”. A essere sincero però l’espressione ebrei “ultraortodossi” non mi convince. “Ultra” significa qualcosa che va più in là, che va oltre appunto. Mentre invece gli ebrei haredim non sono “più” religiosi degli altri, ma semplicemente osservanti in un modo diverso, e non necessariamente con una connotazione positiva.<br />
<strong>Nel suo libro &#8220;Sliding to the right&#8221; (nell&#8217;immagine la pittura a olio in copertina a firma di Max Ferguson), lei fa rifemento a un progressivo scivolamento del mondo ebraico osservante verso un’ortodossia sempre maggiore.</strong><br />
È un’epoca in cui tutto si polarizza, secondo un fenomeno che io definisco “shrinking middle”, restringimento del centro. Il mondo ebraico non fa eccezione. Io sono cresciuto modern orthodox e non sono particolarmente cambiato nel tempo. Viceversa è cambiato l’ambiente intorno a me. Se prima il modo in cui vivo l’ebraismo lo si trovava al centro, oggi è considerato più a sinistra, più progressista. Ci sono diversi fattori che in particolare causano questo spostamento verso destra. Il mondo degli ebrei modern orthodox comincia ad avere dubbi a proposito della propria “modernità”. E c’è un altro fattore fondamentale connesso a questo punto. Per essere al passo coi tempi, gli ebrei modern orthodox hanno rinunciato a produrre figure educative. È ormai molto tempo che i giovani modern orthodox, uomini e donne, aspirano a diventare avvocati, medici, imprenditori, non certo rabbini o insegnanti. Così i professori delle materie ebraiche nelle scuole provengono sempre più dal mondo haredi, che in questo modo esercita un’influenza incredibile sulle nuove generazioni. Che sempre più spesso scelgono di seguire la strada tracciata dai loro maestri e di abbracciarne lo stile di vita.<br />
<strong>La prima idea che si ha quando si pensa al mondo degli ebrei ultraortodossi è quella di un gruppo sociale che vive ricreando l’esistenza del passato. Corrisponde alla realtà?</strong><br />
Questa rappresentazione costituisce senza dubbio un falso mito. Loro idealizzano un passato che non è mai esistito nel modo in cui lo dipingono. Per esempio, si parla del mondo delle grandi yeshivot che esistevano negli scorsi secoli, ma in realtà non c’è mai stato nella storia un momento in cui studiavano nelle yeshivot più persone di quante ne studiano adesso. E questo è possibile proprio grazie al supporto che mette loro a disposizione il mondo moderno: dal punto di vista economico, ma anche di sicurezza, basti a pensare in Israele alla protezione che fornisce loro l’esercito, in cui gli ebrei haredim non devono nemmeno prestare servizio.<br />
<strong>Israele e gli Stati Uniti sono i due paesi del mondo in cui le comunità ebraiche ultraortodosse sono numericamente significative.La maggior parte degli episodi che hanno suscitato tanto scalpore è accaduta in Israele. È un caso oppure ci sono delle differenze tra i haredim americani e quelli israeliani?</strong><br />
La più grande differenza è che in Israele gli ebrei haredim sentono che lo Stato debba appartenere a loro, mentre in America sono consci di essere la minoranza di una minoranza. E di conseguenza non sono pronti ad avanzare le stesse pretese. In Israele in alcuni quartieri haredi le strade sono chiuse al traffico di Shabbat. Negli Stati Uniti nessuno chiederebbe una cosa simile. Viceversa il rapporto di molti haredim con Israele ha qualcosa di paradossale: il loro punto di vista è quello di visitare o di vivere in una terra che è sacra non grazie allo Stato d’Israele, ma nonostante lo Stato d’Israele.<br />
<strong>I posti separati sull’autobus, la modestia nell’abbigliamento. Il ruolo della donna in questi mesi è stato spesso al centro delle tensioni.</strong><br />
Il ruolo della donna è una delle più grandi sfide dell’ebraismo ortodosso contemporaneo. Un tempo per capire quanto un ebreo osservante fosse davvero “modern” si guardava a che tipo di laurea avesse conseguito, o alla sua professione. Oggi si deve guardare a quello che fa sua moglie. Anche nel mondo haredi le cose stanno cambiando. Le donne sono una fondamentale fonte di reddito nelle famiglie, perché gli uomini passano tutto o la maggior parte del loro tempo a studiare. Grazie alle nuove tecnologie, che consentono di lavorare anche da casa, il potere economico delle donne si è accentuato ancora di più. E dal potere economico scaturisce il potere sociale e politico. Oggi le donne haredi sono molto più istruite, sia dal punto di vista degli studi ebraici che secolari. E ci sono importanti movimenti ultraortodossi, come i Lubavitch, in cui il ruolo della donna è già centrale. Questo non significa che ci sia perfetta uguaglianza. Ma la condizione della donna nel mondo ebraico è già molto cambiata rispetto al passato e mi aspetto che cambi ancora di più nei prossimi anni.</p>
<p><strong>Rossella Tercatin, Pagine Ebraiche, febbraio 2012</strong></p>
<p><img src="http://moked.it/files/2012/02/heilman.jpg" alt="" title="heilman" width="180" height="135" class="alignnone size-full wp-image-20109" />Samuel Heilman è nato negli Stati Uniti nel 1946, figlio di genitori polacchi sopravvissuti alla Shoah. È professore di Sociologia al Queens College della City University of New York, dove dirige il Dipartimento di Studi ebraici, e ha insegnato in numerosi atenei in tutto il mondo, tra cui l’Università ebraica di Gerusalemme, l’Università di Melbourne e l’Università di Nanchino. La sua principale area di interesse scientifico sono le dinamiche sociali delle comunità ebraiche ortodosse, alle cui diverse sfaccettature ha dedicato numerosi libri. L’ultimo, scritto insieme a Menachem Friedman, professore emerito di sociologia della Bar Ilan Unversity, è stato pubblicato nel 2010 e si occupa della figura dell’ultimo rebbe del movimento chassidico Lubavitch: The Rebbe: the life and the afterlife of Menachem Mendel Schneerson. Un libro che ha fatto molto discutere e che ha conquistato numerosi riconoscimenti, tra cui il 2010 National Jewish Book Award nella categoria American Jewish Studies. Heilman collabora inoltre con diverse testate giornalistiche, ebraiche e non.</p>
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		<title>“Così i media demonizzano il nostro modo di vivere”</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 12:43:41 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/02/ajonl.jpg" alt="" title="ajonl" width="160" height="140" class="alignnone size-full wp-image-20104" />Cercare un luogo dove poter seguire lo stile di vita che si è scelto rispecchiandosi nell’ambiente circostante. È questo quello che hanno fatto 25 anni or sono rav Michele Ajò e sua moglie, romano lui, israeliana lei, entrambi cresciuti in famiglie ebraiche non particolarmente osservanti. Quel luogo lo hanno trovato a Bnei Berak, quartiere (o città a sé) che si stacca e si confonde con Tel Aviv e che con i suoi 200 mila abitanti rappresenta uno dei cuori pulsanti della vita haredi in Israele. La giornata di Michele Ajò si divide tra lo studio della Torah e il lavoro nella divisione italiana dell’organizzazione Arachim, che si occupa di aiutare gli ebrei di tutto il mondo a mantenere e rinnovare i valori autentici dell’ebraismo, occupazione che lo porta a tornare a Roma diverse volte all’anno. Raggiunto al telefono da Pagine Ebraiche per offrire al lettore un punto di vista interno a proposito del clamore mediatico che si è levato intorno agli episodi di cronaca riguardanti il mondo degli ebrei ultraortodossi, risponde pazientemente che quello di cui si parla è lontano anni luce dalla sua esperienza di vita a Bnei Berak. “In 25 anni non è mai successo niente che mi disturbasse. Non dico che fenomeni di intolleranza o di violenza non possano essere accaduti. Come si usa dire, non esiste una reggia senza immondizia. Ma sono qualcosa di assolutamente marginale rispetto a quello che è veramente il mondo haredi &#8211; sottolinea &#8211; Io ho la sensazione che esista una sorta di antisemitismo nei confronti dei haredi: dal comportamento di un singolo, si demonizza l’intero gruppo. Come quando, nel triste passato europeo, bastava che un ebreo facesse qualcosa di sbagliato, perché venisse colpito l’intero popolo. Senza contare che nessuno si preoccupa di spiegare quanto siano profonde le differenze fra i diversi gruppi anche all’interno di quello che viene etichettato come un unico mondo ultraortodosso”. La Bnei Berak raccontata da Michele Ajò è un luogo dinamico, che è cambiato tanto negli ultimi anni, a dispetto delle credenze di chi vede gli ebrei ultraortodossi sempre uguali a se stessi. “Con la continua teshuvah, il risveglio dell’ebraismo, ci sono sempre nuove persone che vengono qui perché hanno un particolare interesse per la religione. Ma anche per fare acquisti di vestiario o di oggetti di judaica. La via principale, rehov Rabbì Akiva è sempre affollatissima” spiega. Ma soprattutto ci tiene a sottolineare che a Bnei Berak la gente si occupa di Torah, di studio e di lavoro. Alle storie sui giornali non fa caso, sono troppo lontane dall’apparato culturale di chi vive laggiù. “Quello che i media raccontano sui haredim sono pure e semplici strumentalizzazioni &#8211; conclude Michele Ajò &#8211; Provino i giornalisti a venire qui seriamente. Di una cosa si accorgerebbero subito: a comandare a Bnei Berak sono le donne!”.</p>
<p><strong>Pagine Ebraiche, febbraio 2012</strong></p>
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		<title>Davar acher &#8211; A Gerusalemme con Fiamma Nirenstein</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 12:36:45 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://moked.it/files/2012/01/volli1-200x156.jpg" alt="" title="volli" width="200" height="156" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19616" />Ho letto tutto d&#8217;un fiato il nuovo libro di Fiamma Nirenstein, &#8220;A  Gerusalemme&#8221; (Rizzoli, pp. 215, €18). E&#8217; un testo assai più emozionante e più coinvolgente della maggior parte delle cose che si scrivono sulla storia, l&#8217;archeologia e la politica di Gerusalemme, perché contiene sì frammenti di tutti questi argomenti, ma è anche è soprattutto una love story, la storia dell&#8217;amore di una donna fiorentina per una città mediorientale carica di storia e di conflitti. Quest&#8217;amore non è geloso, non esclude nessuno, racconta di vicini arabi ambigui, di capi palestinesi che odiano Israele, di intellettuali scettici e politici affettuosi. Parla di luoghi, di case, di wadi, di negozi, di spese, di motorini, di caffè, della difficoltà di un figlio e di una grande festa di matrimonio. Racconta con angoscia e partecipazione gli anni delle stragi, in cui non c&#8217;era giorno senza che i terroristi facessero saltare  in aria un autobus o un luogo di ritrovo. Spiega il terrore del ritardo di un figlio, la doppia faccia di commessi simpatici che si rivelano sostenitori del terrore. Esplora i sotterranei del Monte del Tempio, descrive le vecchie case palestinesi, parla della ginnastica e del caffé al tempo delle stragi e delle colazioni dei giornalisti inviati a Gerusalemme. Racconta abbondantemente e con amore della sua famiglia, ricorda il terribile sconcerto del padre di fronte alla Shoah, le partite di pallone del figlio, la forza del marito. E&#8217; insomma un diario intimo e pubblico, costruito per frammenti, per associazioni, per emozioni. Un bel libro. Ma soprattutto è un documento del rapporto profondo, vero, non più libresco dopo millenni, che lo Stato di Israele ha permesso agli ebrei di istituire con Gerusalemme e Eretz Israel, quello che ci porta appena possiamo a prendere un aereo e a inventarsi cose da fare nel piccolo Stato ebraico: parenti, amici, lavoro, ricorrenze religiose, vacanze, non importa. L&#8217;importante è andarci, o stare lì, come Nirenstein, trasferirvisi come hanno fatto tanti ebrei italiani. Il rapporto che Fiamma Nirenstein disegna nel libro e pratica nella vita, e tanti altri come lei, è un legame d&#8217;amore, fisico, concreto, perfino sensuale con  Eretz Israel. Una curiosità, una necessità, una consuetudine, un attaccamento a tratti disperato, ma sempre pieno di speranza. Questo non capiscono, o capiscono fin troppo bene, quelli che la  detestano e la criticano, quelli anche di origini ebraiche che applaudono alle vignette che la ritraggono secondo i canoni dell&#8217;ideologia nazista col pretesto dell&#8217;infame lotta politica italiana, tutta segnata da partigianerie e piccinerie, da viltà e finti moralismi.  Fiamma Nirenstein non è solo una grande giornalista, non è solo un esempio di successo dell&#8217;impegno civile dell&#8217;ebraismo italiano, ma anche  la figura del rapporto autentico, emotivo, intimo, passionale con Israele, della condivisione del suo destino storico. Il suo libro parla  di questo, ancor più che della città di Gerusalemme. Farsene penetrare, condividere questa passione, pagina dopo pagina, è un piacere e un atto di partecipazione intellettuale e politico cui è bello abbandonarsi. </p>
<p><strong>Ugo Volli</strong></p>
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		<title>manna&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 12:34:33 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La manna è un &#8220;pane&#8221; fresco. Se invecchia, anche solo di un giorno, marcisce ed è inutilizzabile. Così la vita che oggi viviamo, dice rav Shimshon Pinkus, deve essere usata oggi. Se la lasciamo passare, se la sprechiamo, non potremo utilizzarla domani. Domani sarà un altro giorno, con una nuova vita che ci viene dall&#8217;Alto</p>
<p><strong>Benedetto Carucci Viterbi, rabbino</strong></p>
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