Nella Spoon River fiorentina riemergono le vite dimenticate

I percorsi della Firenze ebraica passano anche per degli anonimi cancelli. Alcuni di questi proteggono veri tesori, certi talmente sconosciuti da essere a rischio. È il caso dell’antico cimitero monumentale di viale Ariosto, a pochi metri dalla porta di San Frediano, attivo fino agli ultimissimi anni dell’Ottocento quando prese il via la costruzione del cimitero di Rifredi, ancora oggi in uso dalla comunità fiorentina. Costruito fuori dalle mura come voleva la dottrina che richiedeva, ben prima delle leggi napoleoniche, una netta separazione tra i luoghi della vita e quelli legati ai morti. Il «campaccio », così erano volgarmente chiamati in Toscana i cimiteri dei «giudei», è invisibile dalla strada e racconta, nel suo silenzio, tante storie. Circa 1500 per la precisione, quante sono le tombe in via di recupero da parte della squadra coordinata da Renzo Funaro, architetto e presidente dell’opera del tempio ebraico. «Le condizioni del cimitero erano disarmanti due anni fa — spiega Funaro—Il tempo, l’incuria ed alcuni atti vandalici, avevano ridotto molte tombe in pezzi: la pietra serena da cui tante sono ricavate è fragile, ma per fortuna molte delle lapidi applicate sono in marmo, materiale decisamente più resistente». Il primo impegno è stato quello di raccogliere tutti i pezzi sparsi e tentare di ricomporli, come in un puzzle, per poi catalogarli. Sono molte, però, le iscrizioni esclusivamente in ebraico: «Ho pensato allora di coinvolgere alcuni ragazzi israeliani, a Firenze per motivi di studio, per ovviare al problema linguistico ». A primavera dello scorso anno il via ai lavori. L’area è stata divisa in undici lotti, uno per ogni addetto. Ai ragazzi viene richiesto di scavare (non oltre 50 cm) e poi fotografare i pezzi ricomposti; l’effettivo lavoro di restauro e consolidamento dei reperti passa poi a due specialisti della ditta Graziani di Marradi che, tramite speciali resine, rimontano ciò che il tempo ha distrutto. Deborah Ben Dayan, 36 anni, a Firenze da dieci, partecipa ai lavori col marito Luciano, fiorentino e cattolico: «In questo cimitero ho vissuto l’emozione più forte della mia vita, nel luglio scorso mio marito mi indicò un punto in cui la sonda rilevava qualcosa. Abbiamo iniziato a scavare scoprendo che ai piedi di un ciliegio si trovavano moltissime lapidi. È stato uno choc, ne abbiamo portate alla luce una cinquantina, ero così colpita che scavavo e piangevo. Per noi la memoria è una mi- tzvah, un comandamento, non un optional. E gli israeliani venuti in Europa, dove gli orrori nazisti hanno portato tante persone ad essere seppellite chissà dove senza un nome, non potevano dire di no ad un’iniziativa del genere anche se si trattava di persone non morte durante l’Olocausto». Tra i tanti sepolcri del Settecento e dell’Ottocento, ha colpito tutti il ritrovamento di due tombe del 1944: l’occupazione tedesca costrinse gli ebrei dell’Oltrarno a servirsi del vecchio cimitero abbandonato. Yael Regev, 28 anni, laureanda in storia dell’arte a Firenze, conosceva il cimitero da prima dei lavori: «Sono tra le guide della comunità che accompagnano i visitatori. È incredibile quanto la storia di questo posto sia legata a quella della città. Le vite raccontate dalle lapidi parlano anche di personaggi importanti nel panorama sociale cittadino. È fondamentale salvare questo luogo per farne un punto d’incontro tra culture». Questo è l’obiettivo finale dei lavori: inserire il cimitero in un circuito turistico della Firenze ebraica che, partendo dal sito dell’antica sinagoga di via dei Ramaglianti, passi poi per quella attuale in via Farini, per guidare infine i visitatori in questa Spoon River fiorentina.

Edoardo Lusena (Dal Corriere Fiorentino)

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