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Il ghetto

La prima sezione del Museo conserva testimonianze documentarie e fotografiche dei luoghi significativi del vivere sociale della comunità ebraica, primo tra tutti quello che era il ghetto a Firenze, la sua collocazione ormai non più avvertibile nel tessuto urbano, la sua organizzazione interna, la vita dei suoi abitanti.

Nel 1555, papa Paolo IV con la promulgazione della bolla “Cum nimis absurdum” condannava gli ebrei a vivere chiusi in un quartiere. Nel 1570 il ghetto fu imposto anche a Firenze su progetto dell’architetto Bernardo Buontalenti il quale riadattò il quartiere compreso tra l’attuale piazza della Repubblica, via Roma, via del Campidoglio e via Brunelleschi. A questo primo periodo risalgono le due sinagoghe: la Scuola Italiana e la Scuola Spagnola o Levantina. Con un editto apposito, il Granduca Cosimo III impose ai numerosi ebrei, soprattutto levantini, che abitavano mediante speciali privilegi fuori delle mura del Ghetto, di rientrarvi, non ritenendo conveniente, tra le altre cose, che abitassero vicino alle chiese. Per rendere sufficiente lo spazio, furono confiscate le case oggi comprese tra via del Campidoglio e piazza dell’Olio e riadattate dall’architetto Pier Antonio Tosi tra il 1704 e il 1714. Fu solo con il dominio della famiglia Lorena, succeduta ai Medici sul trono Granducale nel 1737, gli ebrei furono subito alleviati da molte delle costrizioni da cui erano stati oppressi fino ad allora. Tuttavia i cancelli del ghetto furono abbattuti solo con la discesa in Italia delle truppe francesi, le quali instaurarono anche a Firenze i principi di libertà, uguaglianza e fraternità proclamati con la Rivoluzione. Dopo l’Emancipazione, avvenuta con la proclamazione del Regno d’Italia, essi cominciarono ad abbandonare le case del ghetto stabilendosi in altre zone della città. La svolta avvenne con l’abbattimento dei cancelli nel 1848, la successiva proclamazione del regno d’Italia nel 1861 e il periodo tra il 1864 e il 1870, in cui Firenze fu la nuova capitale del Regno.

Il Ghetto, insieme a gran parte del centro di Firenze, fu demolito e, dove era la piazza del Mercato Vecchio, fu disegnata una grande piazza, con al centro il monumento equestre di Vittorio Emanuele II (ora in piazza Vittorio Veneto), chiusa da un grande arco dove fu apposta una lapide con la scritta: “L’antico centro della città da secolare squallore a nuova vita restituito”. Nacque nel 1882 il Tempio monumentale, progettato quasi dieci anni prima, simbolo della nuova dignità degli ebrei all’interno della città.

Gli arredi liturgici

La proibizione espressa nel secondo comandamento di raffigurare immagini umane limitò le espressioni artistiche ebraiche, che furono circoscritte ai soli oggetti cerimoniali e agli ornamenti interni delle sinagoghe. Inoltre le autorità e i luoghi in cui gli ebrei abitavano impedirono che gli ebrei stessi si iscrivessero alle corporazioni e quindi esercitassero un mestiere, così che anche gli arredi furono eseguiti da artisti cristiani. Per quanto riguarda gli arredi in argento, gli artefici copiavano, almeno inizialmente, gli oggetti che erano stati portati dal paese di origine oppure riproducevano strutture, decorazioni e simboli dettati dai vari committenti utilizzando lo stile che era loro proprio. Tuttavia restano esempi notevolissimi di arte cultuale.

Nel Museo sono raccolti esempi di arredi utilizzati durante le cerimonie sinagogali. Particolare attenzione è data all’ornamento del Sefer Tora, i rotoli in pergamenato in cui è scritto il Pentateuco. Generalmente gli ornamenti consistono in una lunghissima fascia che tiene chiusi i rotoli (hitul), in un mantello che li copre (meil), dei pinnacoli che si inseriscono sui puntali dei bastoni (etz haim), in una corona che li circonda (atarà) e in una placca (tass, o Siman), appesa a lunghe catene, che servono per indicare il numero del rotolo entro l’armadio (Aron ha-Kodesh) in cui sono riposti.

I tessuti

Tutte le sinagoghe italiane si arricchirono nel corso dei secoli di arredi e tessuti preziosi. Erano certamente frutto delle abili mani di ricamatrici ebree gli splendidi ricami che troviamo in tutte le città italiane, tanto belli da far pensare che fossero professioniste e lavorassero anche per una clientela esterna al ghetto. I tessuti dunque rappresentano il patrimonio artistico più cospicuo e interessante dell’ebraismo italiano, per diversi motivi: il primo è che la maggior parte degli ebrei erano coinvolti nel commercio di prodotti tessili; il secondo, che i rapporti intercorrenti con i corregionali stanziatisi nei paesi lungo le coste del Mediterraneo avevano incrementato proprio questo commercio, in particolare a Livorno, dove l’esistenza del porto franco favoriva lo scambio e le importazioni di merci.