Nella Bibbia troviamo scritto: "E furono compiuti i cieli, la
terra e tutte le loro creature. E terminò il Signore nel
giorno settimo l'opera Sua e si riposò, il settimo giorno,
da tutta l'opera che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo
giorno e lo santificò, perché in esso cessò
(shavàth) tutta l'opera Sua che aveva compiuto"
(Bereshìth, Genesi 31).
Il termine Shabbat deriva dalla radice ebraica Shevat,
cessare, il sabato ebraico infatti implica la cessazione di
qualsiasi attività lavorativa. Tra i numerosi precetti che
l'ebraismo prescrive lo Shabbat ha sempre occupato un posto
fondamentale nel cuore dell'ebreo osservante. E' la più
importante delle ricorrenze del calendario ebraico e si sussegue
di settimana in settimana scandendo il ritmo dell'anno nella vita
individuale, famigliare e in quella della comunità.
In questo giorno tutti hanno diritto al riposo: non deve lavorare
né il padrone né il servo, né l'uomo,
né la donna, non il cittadino né lo straniero,
perfino gli animali da lavoro in questo giorno tutti devono
essere esentati dal lavoro e hanno diritto al riposo. Lo Shabbat
rende ogni uomo uguale all'altro: nessuno può avvalersi
dell'opera di un suo simile. Il riposo settimanale è un
concetto dato per acquisito nella nostra epoca, ma assolutamente
rivoluzionario nei tempi in cui fu proposto. Anche in epoca
romana infatti, una delle accuse che venivano mosse agli ebrei
riguardava proprio la loro pigrizia di schiavi che si rifiutarono
di lavorare di sabato.
L'osservanza dello Shabbat comporta l'esecuzione di due categorie
di precetti: quelli positivi, che implicano un'azione da compiere
e che rientrano nel precetto "ricorda il giorno del sabato per
santificarlo", (Esodo 20, I dieci comandamenti), e quelli
negativi, che impongono l'astensione da una serie di lavori ed
opere che rientrano nel precetto "osserva il giorno del sabato
per santificarlo".
I Maestri, forse per sanare l'incongruenza fra i due testi,
affermano che "quando furono promulgati i comandamenti
riguardanti il sabato, "Ricorda"e "Osserva"furono pronunciate con
una sola emissione di voce", come a dire che lo Shabbat è
completo solo se si osservano entrambi i precetti.
I Maestri affermano che sarebbe sufficiente che tutto il popolo
ebraico rispettasse due sabati consecutivi perché il
Messia facesse la sua apparizione sulla terra. Ma, poiché
conoscevano bene le difficoltà connesse con un'osservanza
completa dello Shabbat, dicono che più di quanto gli ebrei
abbiano osservato il Sabato, il Sabato ha conservato gli
ebrei.
Tra i "fini"dell'osservanza dello Shabbat c'è quello di
stabilire un limite al dominio dell'uomo sulla natura. In
particolare l'osservanza dello Shabbat implica l'astensione da
qualsiasi atto "creativo", da qualsiasi atto che in qualche modo
modifichi la natura. E' questa la motivazione per cui è
proibito, ad esempio, accendere il fuoco o utilizzare una
macchina, atti entrambi che turberebbero il naturale svolgimento
della natura. Lo spirito dello Shabbat però non prevede
solo proibizioni, questo giorno deve essere riempito di
significato con alcuni azioni, come ad esempio la recitazione del
Kiddush (la santificazione della festa attraverso il vino)
l'accensione della lampada sabbatica, l'indossare gli abiti
migliori e così via.
L'uomo per sei giorni lavora e si dedica soltanto a cose
"materiali", in questo giorno, invece senza l'osssessione
dell'attività produttiva deve dedicarsi a se stesso, alla
comunità, alla società, per stare con i propri
familiari e gli amici, a studiare e riposare. Se durante i giorni
lavorativi l'uomo tende a vivere secondo le modalità
dell'avere, in un certo senso "l'uomo è solo cio' che ha",
il Sabato prevale la modalità dell'essere e "l'uomo
è ciò che è".
La costruzione del Santuario viene interpretata dai Maestri come
l'atto creativo di maggiore importanza per l'ebraismo. Eppure le
melakhot, le azioni che secondo la Torà non possono
essere compiute di sabato, vengono dedotte proprio da quelle
necessarie ai fini della costruzione. Così perfino la
costruzione del Santuario, simbolo della presenza divina in mezzo
al popolo, è esplicitamente proibita di sabato; la
santità del tempo - il sabato - nella tradizione ebraica
è superiore a quella dello spazio, sia pure il più
sacro tra gli spazi.
La tavola sabbatica, intorno alla quale si riunisce la famiglia -
e gli ospiti che non dovrebbero mai mancare - non risplende solo
perché preparata in maniera diversa dagli altri giorni
(con una tovaglia pulita, un tovagliolo speciale per coprire le
challoth - i pani del Sabato -, il bicchiere contenente il vino
che serve per la santificazione, le candele del Sabato, i cibi
prelibati, diversi da quelli che vengono messi a tavola nei
giorni feriali), ma anche perché lo spirito che pervade
questa giornata dovrebbe riempire l'uomo di una
spiritualità sufficiente per l'intera settimana.
Le parole : "Il settimo giorno Dio terminò la sua
opera"(Genesi 2:2) sembrano un enigma. Non è forse
scritto: "Egli si riposò il settimo giorno"e "In sei
giorni il Signore creò il cielo e la terra"(Esodo,
20:11)? Ci saremmo aspettati che la Bibbia dicesse che Dio
terminò la sua opera il sesto giorno. Gli antichi rabbini
conclusero che ovviamente vi fu un atto di creazione al settimo
giorno: il cielo e la terra furono creati in sei giorni, la
menuchà (il riposo) fu creata il sabato.
Abraham J. Heschel
Rosh Ha-Shanà cade i primi due giorni del mese di
Tishrì ed è il capo d'anno per la numerazione degli
anni, per il computo dei giubilei e per la validità dei
documenti. Ha un carattere e un'atmosfera assai diversi da quella
normalmente vigente nel capo d'anno "civile" in Italia. Infatti
è considerato giorno di riflessione, di introspezione, di
auto esame e di rinnovamento spirituale. E' il giorno in cui,
secondo la tradizione, il Signore esamina tutti gli uomini e
tiene conto delle azioni buone o malvagie che hanno compiuto nel
corso dell'anno precedente. Nel Talmud infatti è
scritto "A Rosh Ha-Shanà tutte le creature sono esaminate
davanti al Signore". Non a caso tale giorno nella tradizione
ebraica è chiamato anche "Yom Ha Din", il giorno
del giudizio. Il giudizio divino verrà sigillato nel
giorno di Kippur, il giorno dell'espiazione. Tra queste due date
corrono sette giorni che sommati ai due di Rosh Ha-Shanà e
a quello di Kippur vengono detti i "dieci giorni
penitenziali".
Rosh Ha-Shanà riguarda il singolo individuo, il rapporto
che ha con il suo prossimo e con Dio, le sue intenzioni di
miglioramento.
Nella Torà, (Levitico 23:23,24) il primo giorno del
mese di Tishrì è designato come "giorno di
astensione dal lavoro, ricordo del suono, sacra convocazione", e
nuovamente in Numeri (29:1,6) è ripetuto che
è "un giorno di suono strepitoso": un altro dei nomi di
questa festa è "Yom Teru'a", giorno del suono dello
Shofar, il grande corno. In ottemperanza al comando biblico in
questo giorno viene suonato lo Shofar, simbolo del richiamo
all'uomo verso il Signore. Questo suono serve a suscitare una
rinascita spirituale e a portare verso la teshuvà, il
pentimento, il ritorno verso la giusta via. Lo Shofar, oltre a
chiamare a raduno, ricorda l'episodio biblico del "sacrificio" di
Isacco, sacrificio in realtà mai avvenuto in quanto fu
sacrificato un montone al posto del ragazzo. Il corno deve essere
di un animale ovino o caprino in ricordo di questo episodio.
Inoltre lo shofar ricorda il dono della Torà nel
Sinai che era accompagnato da questo suono e allude anche al
Grande Shofar citato in Isaia (27:13) "E in quel giorno
suonerà un grande shofar", annunciatore dei tempi
messianici.
I suoni che vengono emessi da questo strumento sono di diverso
tipo: note brevi, lunghe e interrotte; secondo una
interpretazione esse sono emesse in onore dei patriarchi Abramo,
Isacco e Giacobbe.
Rosh Ha-Shanà è chiamato anche Giorno del Ricordo,
infatti la tradizione vuole che Dio proprio in questa data abbia
finito la Sua opera di creazione e sarebbe stato creato Adamo, il
primo uomo.
Un uso legato a questa giornata vede l'ebreo recarsi verso un
corso d'acqua o verso il mare e lì recitare delle
preghiere e svuotarsi le tasche, atto che rappresenta
simbolicamente il disfarsi delle colpe commesse e un impegno
simbolico a rigettare ogni cattivo comportamento, come scritto
nel libro biblico di Michà : "Getterai i nostri peccati
nelle profondità del mare".
Gli ebrei azkenaziti in questo giorno vestono di bianco, simbolo
di purezza e rinnovamento spirituale. Anche i rotoli della
Torà e l'Arca vengono vestiti di questo colore.
Quest'usanza può essere ricondotta al verso di Isaia
(1:18) in cui è scritto: "quand'anche i vostri peccati
fossero come lo scarlatto, diverranno bianchi come la neve".
A Rosh Ha-Shanà si usa mangiare cibi il cui nome o la cui
dolcezza possa essere ben augurante per l'anno a venire. Il pane
tipico della festa assume una forma rotonda, a simbolo della
corona di Dio e anche della ciclicità dell'anno. Con
l'augurio che l'anno nuovo sia dolce, si usa mangiare uno
spicchio di mela intinta nel miele. Si usa anche piantare dei
semini di grano e di granturco che germoglieranno in questo
periodo, in segno di prosperità.
Si sono chiesti i nostri Maestri: "Perchè all'inizio il
Signore ha creato un solo uomo?"
Hanno risposto: "Perché i suoi discendenti comprendano che
da un uomo nasce un'intera umanità: perciò chi
uccide un uomo è come se uccidesse il mondo intero, e chi
salva un uomo è come se salvasse il mondo intero."
Il dieci del mese di Tishrì cade lo Yom Kippur, giorno
considerato come il più sacro e solenne del calendario
ebraico.
E' un giorno totalmente dedicato alla preghiera e alla penitenza
e vuole l'ebreo consapevole dei propri peccati, chiedere perdono
al Signore. E' il giorno in cui secondo la tradizione Dio
suggella il suo giudizio verso il singolo. Se tutti i primi dieci
giorni di questo mese sono caratterizzati dall'introspezione e
dalla preghiera, questo è un giorno di afflizione, infatti
in Levitico 23:32 è scritto "voi affliggerete le vostre
persone". E' un giorno di digiuno totale, in cui ci si astiene
dal mangiare, dal bere e da qualsiasi lavoro o divertimento e ci
si dedica solo al raccoglimento e alla preghiera; il digiuno che
affligge il corpo ha lo scopo di rendere la mente libera da
pensieri e di indicare la strada della meditazione e della
preghiera.
Prima di Kippur si devono essere saldati i debiti morali e
materiali che si hanno verso gli altri uomini. Si deve chiedere
personalmente perdono a coloro che si è offesi: a Dio per
le trasgressioni compiute verso di Lui, mentre quelle compiute
verso gli altri uomini vanno personalmente risarcite e
sanate.
Ci si deve avvicinare a questo giorno con animo sereno e
fiduciosi che la richiesta di essere iscritti da Dio nel "Libro
della vita", sarà esaudita. La purezza con cui ci si
avvicina a questa giornata da alcuni è sottolineata
dall'uso di vestire di bianco.
E' chiamato anche "Sabato dei sabati", ed è l'unico tra i
digiuni a non essere posticipato se cade di sabato.
Kippur è forse la più sentita tra le ricorrenze e
anche gli ebrei meno osservanti in questo giorno sentono con
più forza il loro legame con l'ebraismo. Un tempo, gli
ebrei più lontani venivano detti "ebrei del Kippur"
perché si avvicinavano all'ebraismo solo in questo
giorno.
L'assunzione della responsabilità collettiva è un
altra delle caratteristiche di questo giorno: in uno dei passi
più importanti della liturgia si chiede perdono dicendo
"abbiamo peccato, abbiamo trasgredito....". La liturgia è
molto particolare e inizia con la commovente preghiera di Kol
Nidrè, nella quale si chiede che vengano sciolti tutti
i voti e le promesse che non possono essere state mantenute
durante l'anno.
Questa lunga giornata di 25 ore viene conclusa dal suono dello
Shofàr, il corno di montone, che invita di nuovo al
raccoglimento, e subito dopo dalla cerimonia di "separazione"
dalla giornata con cui si inizia il giorno comune.
Ogni anno nei giorni del Capodanno e del Perdono nella
sinagoga del Baalshem, pregava un paesano che aveva un figlio
tardo di mente, che non poteva nemmeno ricordare la forma delle
lettere, e tanto meno comprendere il senso delle parole delle
preghiere. Quando non aveva ancora raggiunto la maggiore
età, nei giorni del Capodanno e del Perdono il padre non
lo conduceva con sé in città, perché non
sapeva nulla. Ma quando ebbe tredici anni e, secondo le leggi di
Dio, aveva raggiunto la maggiore età, il padre lo prese
con sé nel giorno del Perdono, perché per ignoranza
non mangiasse nel giorno del digiuno.
Il ragazzo possedeva uno zufolo nel quale fischiava sempre quando
scendeva nei campi a pascolare le pecore e i vitelli. Se l'era
portato con sé senza che il padre se ne accorgesse.
Il ragazzo passò ore e ore nella sinagoga senza sapere che
dire. Ma quando, verso mezzogiorno, si cominciò a recitare
la preghiera di Mussaf, disse: "Padre, ho con me il mio
zufolo e vorrei suonarlo". Il padre sgomento lo rimproverò
e il ragazzo si trattenne. Ma quando, al pomeriggio,
iniziò la preghiera di Minhà, egli
ripeté: "Padre, permettimi di prendere il mio zufolo". Il
padre si adirò e chiese: "Dove l'hai?" e mise subito la
mano sulla tasca e ve la tenne. Ma ora risuonava la preghiera
finale. Il ragazzo strappò la tasca di mano al padre,
tirò fuori lo zufolo e mandò un potentissimo
fischio. Tutti ne furono spaventati e confusi. Ma il Baalshem
continuò a recitare la preghiera, ancora più
rapidamente e agevolmente del solito. Alla fine della giornata
disse " E' stato il giovane pastore, con il grido spontaneo del
suo cuore, ad aprire le porte del cielo e a permettere che tutte
le preghiere dei presenti vi entrassero, infatti le sue ragioni
erano le più pure: voleva chiedere perdono a Dio
personalmente".
La festa di Sukkoth inizia il 15 del mese di Tishrì.
Sukkoth in ebraico significa "capanne" e sono appunto le capanne
a caratterizzare questa festa gioiosa che ricorda la permanenza
degli ebrei nel deserto dopo la liberazione dalla
schiavitù dall'Egitto: quaranta anni in cui abitarono in
dimore precarie, accompagnati però, secondo la tradizione,
da "nubi di gloria".
Nella Torà (Levitico, 23, 41-43) infatti troviamo
scritto: "E celebrerete questa ricorrenza come festa in onore del
Signore per sette giorni all'anno; legge per tutti i tempi, per
tutte le vostre generazioni: la festeggerete nel settimo mese.
Nelle capanne risiederete per sette giorni; ogni cittadino in
Israele risieda nelle capanne, affinché sappiano le vostre
generazioni che in capanne ho fatto stare i figli di Israele
quando li ho tratti dalla terra d'Egitto".
La festa delle capanne è una delle tre feste di
pellegrinaggio prescritte nella Torà, feste durante le
quali gli ebrei dovevano recarsi al Santuario a Gerusalemme, fino
a quando esso non fu distrutto dalle armate di Tito nel II secolo
e.v. Altri nomi della festa sono "Festa del raccolto" e anche
"Festa della nostra gioia", poiché cade proprio in
coincidenza con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi
manifestazioni di gioia. Questa festa è detta anche "festa
dei tabernacoli" e il precetto che la caratterizza è
proprio quello di abitare in capanne durante tutti i giorni della
festa. Se a causa del clima o di altri motivi non si può
dimorare nelle capanne, vi si devono almeno consumare i pasti
principali. Altri nomi della festa sono "Festa del raccolto" e
anche "Festa della nostra gioia", poiché cade proprio in
coincidenza con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi
manifestazioni di gioia.
La capanna deve avere delle dimensioni particolari e deve avere
come tetto del fogliame piuttosto rado, in modo che ci sia
più ombra che luce, ma dal quale si possano comunque
vedere le stelle. E' uso adornare la sukkà, la
capanna, con frutta, fiori, disegni e così via.
La sukkà non è valida se non è sotto
il cielo: l'uomo deve avere la mente e lo spirito rivolti verso
l'alto.
Un altro precetto fondamentale della festa è il
lulàv: un fascio di vegetali composto da un ramo di
palma, due di salice, tre di mirto e da un cedro che va agitato
durante le preghiere. Forte è il significato simbolico del
lulàv: la palma è senza profumo, ma il suo
frutto è saporito; il salice non ha né sapore
né profumo; il mirto ha profumo, ma non sapore ed infine
il cedro ha sapore e profumo. Sono simbolicamente rappresentati
tutti i tipi di uomo: tutti insieme sotto la sukkà.
Secondo un'altra interpretazione simbolica la palma sarebbe la
colonna vertebrale dell'uomo, il salice la bocca, il mirto
l'occhio ed infine il cedro il cuore. L'uomo rende grazie a Dio
con tutte le parti del suo essere.
L'uomo è disposto a mettersi al servizio di Dio anche nel
momento in cui sente che massima è la potenza che ha
raggiunto: ha appena raccolto i frutti del suo raccolto, ma
confida nella provvidenza divina e abbandona, anche se solo per
pochi giorni, la sua dimora abituale per abitare in una capanna.
Capanna che è insieme simbolo di protezione, ma anche di
pace fra gli uomini. "E poni su di noi una sukkà di
pace" riecheggiano infatti i testi di numerose preghiere; ci sono
dettagliate regole che stabiliscono l'altezza massima e minima
che deve avere una sukkà, ma per quanto concerne la
larghezza viene stabilita solo la dimensione minima: nei tempi
messianici infatti la tradizione vuole che verrà costruita
una enorme unica sukkà nella quale possa risiedere
tutta l'umanità intera.
La struttura della sukkà, simbolo della protezione del Signore, e le regole che descrivono come debbano essere le sue pareti, sono già contenute nella parola stessa: La sukkà è valida infatti se ha quattro pareti complete, secondo la forma della lettera Samech, se ha tre pareti, secondo la forma della lettera Kaf ; se ha due pareti complete e una porzione della terza, secondo la forma della lettera He.
Gaon di Vilna
L'ultimo giorno della festa di Sukkoth si chiama
Oshanà rabbà (grande invocazione di salvezza
dal significato letterale: Deh, salvaci). Il periodo di
pentimento si conclude definitivamente con questo giorno. Il
perdono che ci verrà accordato viene invocato battendo i
rami di salice durante una suggestiva cerimonia, cerimonia
durante la quale si compie anche per sette volte un giro intorno
alla Torà, con in mano il lulav. Secondo alcuni lo
scuotimento dei rametti di salice rappresenta la pioggia, simbolo
di prosperità. Il segnale è la fine del male, come
premessa dell'era messianica. Alcuni conservano i rametti del
salice per la cerimonia che si tiene subito prima di Pesach, la
Pasqua ebraica, durante la quale si bruciano le rimanenze dei
cibi lievitati.
Sheminì 'Azzeret (il significato di queste parole
è "ottavo giorno di radunanza") è l'ultimo giorno
in cui si usa andare nella capanna, tuttavia senza recitare le
benedizioni. Nel passo della Bibbia in cui si parla di Sukkoth
(Levitico 23) la durata della ricorrenza è fissata in
sette giorni. Si parla poi di un "ottavo giorno di radunanza":
Sheminì Azzaret. Quasi un prolungamento della
festa.
In questo giorno durante il servizio di Mussaf viene
introdotta la formula "che fai soffiare il vento e scendere la
pioggia". Tale formula verrà mantenuta
nell'Amidà (preghiera che si recita a voce bassa)
fino alla festa di Pesach, la Pasqua ebraica.
Il giorno successivo è Simchàt Torà,
giorno particolarmente lieto, come indicato dal nome stesso: la
"gioia della Torà". La lettura della Torà,
da cui vengono pubblicamente letti e recitati dei brani ogni
settimana durante tutto il corso dell'anno, in questo giorno
trova insieme conclusione e principio del ciclo: viene infatti
letto l'ultimo brano e si ricomincia con il primo brano. In
questo modo la lettura della Torà mantiene la sua
continuità nel tempo. Le persone che in questo giorno sono
chiamate alla lettura, sono considerate come "sposi" della
Torà e di Bereshith (la parola con cui inizia la
Torà) e come sposi vengono festeggiati da parenti e
amici. In alcune comunità gli "sposi" offrono confetti a
parenti e amici.
Durante i sette giri che si compiono nella sinagoga, con i rotoli
della Torà sulle braccia, spesso la gioia che si manifesta
stride con l'austerità del luogo: le donne gettano
caramelle verso la folla festante che spesso danza intorno alla
Torà.
Chanukkà nel calendario autunnale è preceduta da
circa due mesi in cui non c'è alcuna ricorrenza, a parte
il sabato e i capomese. Probabilmente anche per questo
l'atmosfera è particolarmente allegra e i bambini la
aspettano con ansia.
La festa di Chanukkà, tra tutte le antiche ricorrenze
ebraiche, è l'unica che non affondi in qualche modo le sue
radici nella Bibbia e nei suoi racconti; è una festa
stabilita dai Maestri del Talmud e ricorda un avvenimento
accaduto in terra di Israele, nel 168 a.e.v.
Antioco Epifane di Siria - ottavo re della dinastia seleucide,
erede di una piccola parte dell'Impero appartenuto ad Alessandro
Magno - voleva imporre la religione greca alla Giudea. Le mire di
ellenizzazione furono contrastate e impedite da Mattatià,
un sacerdote di Modiin della famiglia degli Asmonei che insieme
ai suoi sette figli, diedero avvio alla rivolta.
Chanukkà è conosciuta anche come la festa del
miracolo dell'olio: quando dopo una strenua battaglia, il 25 di
Kislev di tre anni dopo (165 a.e.v.), il Tempio fu riconquistato,
si doveva procedere alla riconsacrazione. Nel Tempio però
fu trovata una sola ampolla di olio puro recante il sigillo del
Sommo Sacerdote. Per la preparazione di olio puro (viene
considerato olio puro quello raccolto dalle prime gocce della
spremitura delle olive) occorrevano otto giorni. Nel trattato
talmudico di Shabbat (21b) leggiamo del grande miracolo che
occorse: l'olio che poteva bastare per un solo giorno, fu
sufficiente per otto giorni, dando così la
possibilità ai Sacerdoti di prepararne dell'altro nuovo.
In ricordo di quel miracolo, i Saggi del Talmud
istituirono una festa di lode e di ringraziamento al Signore che
dura appunto 8 giorni: Chanukkà che letteralmente,
significa "inaugurazione".
La prima sera della festa si accende un lume su un candelabro
speciale a nove bracci, e ogni sera, per otto giorni, se ne
aggiunge uno in più, fino a che l'ottava sera si accendono
8 lumi. Questo candelabro si chiama Chanukkià e può
avere diverse forme. L'indicazione è che gli otto
contenitori per le candele siano tutti allineati alla stessa
altezza e che il nono - lo shammash, il servitore, quello
che serve per accendere gli altri lumi - sia in una posizione
diversa.
I bambini ricevono regali e in particolare delle trottoline su
cui compaiono le iniziali delle parole "Un grande miracolo
è avvenuto lì".
Uno dei precetti relativi alla festa è quello di "rendere
pubblico il miracolo", per questo si usa accendere i lumi al
tramonto o più tardi, quando c'è ancora gente nelle
vie, vicino alla finestra che si affaccia sulla strada, al fine
di rendere pubblico il miracolo che avvenne a quel tempo. Negli
ultimi anni nelle grandi piazze di alcune città italiane,
si issa un'enorme Chanukkià i cui lumi vengono
accesi in presenza di numerosi intervenuti.
"Una volta mentre camminavo in una buia notte vidi un cieco
che aveva in mano una torcia. Gli chiesi: " Perché hai in
mano questa torcia?" Rispose: "Finchè ho la torcia in mano
la gente può vedermi e aiutarmi"
(Rabbi Josè, Meghillà 24b)
Molte fra le ricorrenze ebraiche servono a ricordare i cicli
naturali. Una festività particolare, totalmente dedicata
agli alberi è il Capodanno degli alberi, Rosh
Ha-Shanà Lailanot, conosciuta anche con la data ebraica in
cui cade: Tu bi-Shevat, cioè quindici del mese di
Shevat. In ebraico ogni lettera ha anche un valore numerico e
Tet e Vav che formano la parola "Tu" equivalgono
numericamente a 15. Tu bi-Shevat cade in giorni in cui il clima
è particolarmente freddo; in Israele, dove in genere il
clima è meno freddo, questo giorno viene indicato come il
giorno in cui cominciano a fiorire i mandorli, e si può
cominciare a sperare in un prossimo arrivo della primavera.
Questa festa è menzionata nel Talmud, e dà
adito a una delle innumerevoli dispute tra Maestri. Sulla data in
cui festeggiare Tu bi-Shevat si confrontano le due grandi scuole
dei due grandi Maestri: Shammai e Hillel. Secondo l'opinione del
primo il Capodanno degli alberi doveva essere festeggiato il
primo giorno del mese di Shevat, mentre nell'opinione di Hillel
doveva essere festeggiata il 15. Come noto in questa e in molte
altre controversie si segue l'opinione di Bet Hillel.
Interessante sottolineare come i due punti di vista, comunque,
siano specchio di una diversa e contrapposta concezione tra
potenza e atto: la scuola di Shammai ritiene che vadano prese in
considerazione le cose già in "potenza", mentre quella di
Hillel considera solo ciò che è in "atto". Nello
specifico il problema è se considerare già
germoglio ciò che ancora non è visibile, ma esiste
solo in potenza. Un po' come in certe culture si contano gli anni
fino dal momento del concepimento e non da quello della nascita.
Sempre a proposito di nascite ed alberi, nella tradizione ebraica
quando nasce un bambino si usa piantare un albero. A tempo
debito, i rami di quello stesso albero serviranno per costruire
la chuppà, cioè il baldacchino nuziale.
In passato la ricorrenza serviva a determinare quali decime
dovessero essere presentate al Santuario in un anno: i frutti
maturati prima del 15 di Shevat si considerano appartenenti ad un
anno, quelli maturati dopo questa data, si considerano
appartenenti all'anno seguente. Inoltre questa festività
serviva a stabilire quando erano trascorsi i primi tre anni di
vita dell'albero, nel corso dei quali era proibito goderne i
frutti.
Questa festività è molto amata dai bambini ed in
Israele si vedono intere scolaresche armate di picconi in
miniatura che eccitati mettono a dimora nella terra ciascuno il
suo alberello. Ma si usa anche mangiare un frutto "nuovo" e si fa
il Seder Tu Bi-Shevat, una sorta di pasto a base di frutta,
durante il cui svolgimento, così come si fa nel più
noto Seder di Pesach, si leggono brani della tradizione e
si recitano particolari preghiere.
Se stai piantando un albero e ti dicono che è arrivato il Messia, prima finisci di piantare l'albero e poi vai ad accogliere il messia.
Purim, la più gioiosa tra le festività ebraiche,
è la festa più amata dai bambini. Cade a
metà del mese ebraico di Adar e ricorda il sovvertimento
delle sorti e il conseguente scampato pericolo per il popolo
ebraico.
La storia di Purìm (in ebraico Purim significa "sorti")
accaduta circa 2500 anni fa, ci viene raccontata nella
Meghillàth Estèr, il Libro di Ester, libro
che fa parte del canone biblico e che in questa occasione si
legge pubblicamente.
La storia che viene narrata in breve è la seguente:
Assuero, re di Persia e di Media, regnava su 127 province, era un
sovrano molto potente ed aveva accanto a sé una moglie che
però (essendosi rifiutata di partecipare ad un banchetto
fatto preparare dal re e a cui erano stati invitati le persone
più importanti del regno) venne ripudiata. Vennero quindi
convocate le più belle ragazze del paese e fra queste fu
scelta una ragazza ebrea, Estèr che andò
così in sposa ad Assuero. Ester divenne la nuova regina e
nella storia avrà un importante ruolo: difatti
Hamàn, primo Ministro del re Assuero, chiese ed ottenne
dal re che tutti gli ebrei del regno fossero uccisi, in un giorno
che sarebbe stato tirato a sorte (pur). Fu così
tirato a sorte il 13 di Adar. Quando Mordekhài, zio della
regina lo seppe, si rivolse ad Ester perché intercedesse.
Ester informò il re sulle malvagie macchinazioni e
supplicò di salvare il suo popolo e lei stessa, in quanto
ebrea. Per merito della regina gli ebrei, con l'aiuto del
Signore, riuscirono a salvarsi.
Assistere alla lettura del Libro di Ester è uno dei
precetti della festa. In questo giorno si devono anche fare doni
ai bisognosi, inviare dei cibi a due persone diverse, partecipare
ad un banchetto festivo.
Negli anni embolismici (con un mese in più) Purìm
viene festeggiato in Adàr Shenì perché
l'intervallo, fra questa festa e Pésach, deve essere di
circa trenta giorni.
Il giorno 13 è giorno di digiuno in ricordo del digiuno
fatto da Estèr per invocare l'aiuto del Signore.
"Se anche dovessero essere cancellate tutte le feste dal nostro ricordo, la festa di Purim sarà sempre ricordata."
" ... Questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli
ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro
discendenza..." (Libro di Ester, 9; 28).
Nella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il
Mishnèh Torà, Maimonide (1135-1204) sostiene
che nell'era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in
disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo
come i cinque libri della Torà, l'esistenza della
quale è eterna e, continua, "...anche se dovesse
scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di
Purim non sarà mai cancellato".
Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il
ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La
Meghillàh (termine che deriva dalla g-l-l, che
significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un
rotolo di pergamena come il Sefer Torà) è un libro
che narra di una comunità completamente assimilata,
sradicata dalla sua terra d'origine, lontana, materialmente e
spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il
racconto, non si fà alcun cenno, né come ricordo
né, tantomeno, come mèta di aspirazione. Siamo nel
pieno della golàh, dell' esilio, quindi, al punto
che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro
identità.
Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto
si fà durante la festa di Chanukkàh, a
Purim non si legge l' Hallel (lett. lode; è
il nome dato ai Salmi 113-118), riservato solo ai miracoli
avvenuti in Terra di Israele.
Ciononostante, Estèr ottiene quello che ai valorosi
fratelli Maccabei non è stato concesso: non solo il suo
libro viene incluso nel canone biblico, ma questo ha dato anche
il nome ad un trattato talmudico, chiamato appunto
"Meghillàh".
Ciò che però più sorprende, nel libro di
Estèr, è che in tutto il testo non viene mai citato
il Nome di Dio, né alcuno dei Suoi attributi. Questa
peculiarità della Meghillàh, cioè di
essere l'unico libro della Bibbia non solo privo della parola e
dell'azione di Dio, ma anche di qualsiasi riferimento a Lui, ha
fatto discutere molto i Maestri, prima che si arrivasse alla
decisione di inserire anche questo testo nel canone biblico.
La stessa storia di Estèr, sembra essere un concatenarsi
di eventi del tutto casuali: ad esempio, il grande banchetto del
re Assuero, la decisione di chiamare la regina Vashtì, il
rifiuto di questa di presentarsi, la scelta di Estèr, il
tentativo del colpo di Stato scoperto casualmente da
Mordekhài, l'insonnia del re, l'arrivo di Hamàn e
di Assuero proprio in quella notte. Il destino del popolo ebraico
sembra completamente abbandonato al caso e alla
fatalità.
Il termine Purim, dal persiano pur, designa le
sorti che si gettano per fissare una data o per regolare il
destino altrui secondo il decreto del solo caso. L'esistenza
degli ebrei sembra legata a una partita a dadi e il popolo stesso
appare impotente in un mondo mosso dalla sorte, abbandonato a un
destino cieco, in un mondo da cui Dio sembra assente o,
quantomeno, così ben nascosto che tutto accade come se
Egli non esistesse.
I Maestri del Talmùd, ricorrendo ai più
originali espedienti interpretativi, si domandano "...dove si
parla di Estèr nella Torà..." (Talmùd
babilonese; Haghigàh 5, b). I Maestri fingono di
non sapere che tra la Torà ed Estèr
trascorrono almeno sette, otto secoli.
Per capire il senso della loro domanda bisogna interpretare il
testo come segue: in quale punto della Torà si
trova un'allusione alla storia di Estèr? Nella
Torà, dove è compresa la storia passata,
presente e futura del popolo ebraico, deve pur esserci un qualche
riferimento al tipo di miracolo che caratterizza Purim e
molta parte della storia ebraica. I Maestri leggono quindi nel
verso del Deuteronomio 31; 18: "...ed Io continuerò
a nascondere il Mio volto in quel giorno...", un preciso
riferimento a Estèr e a Purim.
Il Talmùd, quindi, scorge uno stretto rapporto tra
il tema del Dio nascosto, che si eclissa, e l'etimologia del nome
Estèr, che significa appunto nascosta.
La salvezza del popolo di Estèr e di Mordekhài
avviene in modo nascosto e discreto, diversamente da quanto
accade per altri miracoli, nei quali Dio si manifesta e opera in
forma palese, come, ad esempio, nella liberazione degli Ebrei
dall'Egitto.
Ecco perché qualche commentatore ha tentato di trovare
un'allusione al Nome di Dio nel verso in cui Mordekhài,
spazientito dalle esitazioni di Estèr a presentarsi al re
ed intercedere per la salvezza del popolo, dichiara: "... se tu
in questo momento taci, liberazione e salvezza sorgeranno da un
altro luogo.." ( Ester 4; 14).
Il termine Maqom, Luogo, designerebbe la stessa
residenza divina, conformemente a quanto sostiene la letteratura
rabbinica: "Egli è il Luogo del Suo mondo, ma il Suo mondo
non è il Suo Luogo", nel senso che Dio è
onnipresente anche quando Egli è nascosto.
La parola ebraica che indica il mondo è olam e
deriva dalla radice alum, nascosto, forse per significare
che l'esistenza di Dio in questo mondo è nascosta e lo
scopo dell' olam, cioè del mondo nascosto, è
la ricerca di quella verità, emèt, che
secondo il Midràsh al momento della creazione Dio ha
gettato a terra, affinché l'uomo la facesse germogliare
con i suoi propri strumenti.
Compito dell'uomo quindi, è quello di cogliere
l'intervento di Dio non tanto nelle dieci piaghe o nell'aprirsi
del mare, quanto piuttosto negli eventi di ogni giorno,
poichè un'eccessiva enfasi sull'attività miracolosa
di Dio può farci dimenticare che la Sua presenza è
in ogni luogo.
Benchè altri quattro libri biblici portino il nome di
Meghillàh, quello di Estèr è
considerato il Rotolo per antonomasia.
Durante il suo srotolamento ci viene gradatamente rivelato
ciò che è avvolto e nascosto. Dio si rivela una
guida così silenziosa e invisibile, che la Sua reale
partecipazione agli eventi dell'uomo può anche essere
messa in discussione.
L'abilità, la forza di Israele consiste nel saper
srotolare il rotolo, dipanare la matassa: potremmo dire
nel saper "meghillare estèr", cioè svelare
il nascosto, sollevare il velo dell'ascondimento, saper
leggere dietro la maschera dell'apparenza e restituire un
significato autentico al volto della maschera, che di umano ha
solo la parvenza.
è detto nel Talmùd che nel pasto del giorno di
Purim è consuetudine bere tanto vino fino al punto di non
saper più distinguere la destra dalla sinistra, di non
saper più riconoscere la differenza tra "maledetto
Hamàn e benedetto Mordekhài".
(è notevole tra l'altro che le due espressioni, arur
Hamàn e baruch Mordekhài, abbiano lo
stesso valore numerico secondo la Ghematrià, regola
interpretativa che si basa sul valore numerico delle
lettere).
In un universo, quindi, dominato dalla confusione, dove non si
discerne il giusto dall'ingiusto, dove la fatalità sembra
reggere i due estremi della catena della storia e il mondo
rischia di trasformarsi in una gigantesca mascherata, e in una
sbornia generale, i Maestri invitano a mantenere quel
discernimento che permette di decifrare il senso del trucco
universale.
In ebraico la differenza tra golàh, esilio,
e gheullàh, redenzione, è data da una
sola lettera la a Alef, la prima lettera dell'alfabeto
ebraico, la lettera con cui iniziano fra l'altro diversi nomi di
Dio, la parola Adàm, uomo, i Dieci Comandamenti, la
lettera con cui doveva avere inizio la Torà, ma che
ha dovuto lasciare il posto alla b Bet, la seconda lettera
dell'alfabeto, forse per insegnare al mondo, simboleggiato dalla
dualità della Bet, di tendere alla ricerca
dell'Uno.
Se la gheullàh è la condizione ideale a cui
deve aspirare il popolo ebraico, ed essa sarà raggiunta
con la celebrazione di quel Seder, quell'ordine di tutta
l'umanità, la golàh del libro di
Estèr, è la condizione reale del mondo, dove tutto
è confuso, distorto, disordinato.
Tuttavia la golàh e la gheullàh non
sono così distanti fra loro come potrebbe sembrare;
infatti negli anni embolismici, quando si aggiunge un tredicesimo
mese, Adar , si celebra Purim nel secondo Adar, per
avvicinare il più possibile questa ricorrenza alla festa
di Pesach. Purim, infatti è la preparazione a
Pesach, una preparazione per la completa
gheullàh.
Purim, le sorti del popolo ebraico, sono legate alla
ricerca e alla riconquista dell'Alef, dell'unicità,
dell'identità individuale e collettiva, di quella
particella dell' Unico che è in ognuno di noi e in
virtù della quale Gli somigliamo.
è proprio l'assenza dell' Alef che consente agli
Hamàn di ogni tempo di giocare a dadi le sorti del popolo
ebraico. La disunione e le scissioni all'interno del popolo
ebraico scatenano le forze di Amalek, antenato di Hamàn,
prototipo dell'antigiudaismo irrazionale e gratutito di tutte le
generazioni destinato a minacciare l'esistenza di Israele in
tutti i tempi della storia.
La salvezza nella storia di Purim, giunge viceversa solo
quando Estèr rivela ciò che ha tenuto celato: la
sua identità, la sua Alef, adempiendo così
all'imperativo della Torà
" ...Ricorda ciò che fece a te Amalek..!"
(Deuteronomio, 25; 17).
Il digiuno istituito da Estèr per invocare l'aiuto divino
contro il decreto di Hamàn diventa, quindi, una premessa a
un radicale capovolgimento della situazione. La
Teshuvàh, il pentimento, il ritorno,
attraverso il digiuno rappresenta l'occasione per scrutare dentro
di sé, per riprendere in mano le sorti del proprio destino
e per liberarsi da un esilio che non ha una valenza
esclusivamente geografica.
La condizione necessaria per passare oltre la golàh
e raggiungere la gheullàh è, dunque,
l'esperienza della Teshuvàh, così come
è detto nel Talmùd "...grande è la
Teshuvàh perché avvicina la
gheullà...." ( Jomà 86, b). Forse
questo è il senso di ciò che è sostenuto
dalla letteratura rabbinica: la parola Purim, sorti,
è contenuta dalla parola Kippurim, espiazioni. Le
sorti sono dentro le espiazioni, nel senso letterale
dell'affermazione, ma si può anche leggere: le sorti sono
nella Teshuvàh.
Solo con la Teshuvàh l'ebreo riprende quindi in
mano, responsabilmente e coscientemente, le proprie sorti, non
consentendo più che il caso decida per lui.
Purim-Kippurim, (in questo caso la k Kaf iniziale
potrebbe avere la funzione di "come") Purim come il giorno
del grande digiuno! La vita dell'uomo oscilla tra queste due
dimensioni, così diverse, ma al contempo così
legate tra loro. Il mascherarsi e lo smascherarsi
completamente!
Il digiuno, in fondo, è la necessaria conseguenza di un
grande banchetto, e l'introspezione è l'inevitabile
reazione a una rumorosa baldoria; talvolta è proprio una
sbornia e il travalicamento dei limiti a stimolare un sincero
esame di coscienza.
Nella concezione ebraica, il corpo non è scisso
dall'anima: la nostra esistenza fisica nel mondo, messa in
pericolo a Purim e, quindi, esaltata attraverso un banchetto,
è inscindibile dalla nostra esistenza spirituale celebrata
nello Jom Ha-Kippurim. Non c'è un Kippurim
senza un Purim che lo determini e lo motivi, e non
c'è un Purim senza un Kippurim che lo
contenga e gli dia senso.
La prima volta che figura la parola estèr nella
Torà è in Genesi 4; 14:
" ... Sarò rimosso dal tuo cospetto...". è Caino
che parla: egli teme di essere abbandonato da Dio e non essere
considerato più come uomo. Caino, uccidendo suo fratello,
tende a restaurare il caos originario dell'universo. Eppure la
sua condanna non è la pena capitale, ma l'esilio: il primo
assassino gode di una strana immunità, nessuno ha il
diritto di imitarlo, grazie a un marchio che Dio incide su di
lui. Il primo segno che il Signore pone nel mondo. Secondo un
midràsh Adamo incontrando Caino rimane stupito nel
trovarlo vivo, tanto da chiedergli:" non hai forse ucciso tuo
fratello Abele?" Caino gli risponde: " Io ho fatto
Teshuvàh padre e sono stato perdonato!" nascondendo
il volto fra le mani, Adamo, allora, esclama: "tanto grande
è il potere della Teshuvàh? ... non lo
sapevo!".
Caino, l'uomo del crimine brutale, rappresenta la prova vivente
che il perdono è possibile e che la forza della
Teshuvàh può far risplendere la luce velata
dall'oscurarsi del volto di Dio: la Hastaràt Panim.
"... Se si legge la Meghillat Estèr a ritroso
non si è compiuto il proprio obbligo..."
(Mishnàh, Meghillàh, 2; 1)
Quale è il senso di questa norma? Chi legge la
Meghillat Estèr pensando che gli eventi in essa
narrati appartengano solo al passato, "a ritroso", e il
miracolo non è rilevante per il presente, non ha compiuto
il suo obbligo.
Molti eventi della storia ebraica, anche quelli più
recenti sembrano farci rivivere la storia del libro di
Estèr, dove Dio sembra essere completamente assente. Per
questo motivo i Maestri hanno visto nella storia di Purim,
la condizione paradigmatica del popolo ebraico, indicando che sta
all'uomo cercare la presenza divina nella storia, anche quando
l'oscurità dell'esilio è divenuta più fitta,
o quando la disumanità della maschera rischia di
trasfigurare il volto umano.
Non dimentichiamoci, infatti, che nella lingua ebraica, l'etimo
g-l-h significa "esiliare" e "rivelare" nello stesso tempo.
Pesach, la pasqua, è la prima delle tre grandi
ricorrenze liete della tradizione ebraica. La festa commemora la
liberazione dalla schiavitù d'Egitto, evento che diede
origine alla vita indipendente del popolo d'Israele e che fu il
primo passo verso la promulgazione della Legge divina.
Inizia il 15 del mese ebraico di Nissàn, nella stagione
nella quale, in terra d'Israele, maturano i primi cereali; segna
quindi l'inizio del raccolto dei principali prodotti agricoli.
è anche nota col nome Hag hamatzot, festa
delle azzime. In terra d'Israele Pesach dura sette giorni dei
quali il primo e l'ultimo di festa solenne, gli altri di mezza
festa. Fuori d'Israele - nella Diaspora - la durata di Pesach
è di otto giorni, dei quali i primi e gli ultimi due sono
di festa solenne. In ricordo del fatto che quando furono liberati
dalla schiavitù gli Ebrei lasciarono l'Egitto tanto in
fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane, per tutta
la durata della ricorrenza è assolutamente vietato cibarsi
di qualsiasi alimento lievitato o anche solo di possederlo. Si
deve invece far uso di matzà, il pane azzimo, un
pane non lievitato e scondito, che è anche un simbolo
della durezza della schiavitù.
I giorni precedenti la festa di Pesach sono dedicati a una
scrupolosa e radicale pulizia di ogni più riposto angolo
della casa per eliminare anche i piccoli residui di sostanze
lievitate. Usanza mutuata anche dalla lingua italiana nella quale
ricorre spesso l'espressione "pulizie di Pasqua" - sinonimo anche
delle "pulizie di primavera".
La prima sera viene celebrato il Seder, in ebraico
"ordine", suggestiva cena nel corso della quale vengono rievocate
e discusse secondo un ordine prestabilito le fasi dell'Esodo,
rileggendo l'antico testo della Haggadah. Si consumano
vino, azzime ed erba amara in ricordo dei dolori e delle gioie
degli Ebrei liberati dalla schiavitù. Si inizia con
l'invito ai bisognosi ad entrare e a partecipare alla cena e si
prosegue con le tradizionali domande rivolte al padre di famiglia
dal più piccolo dei commensali; la prima di queste
è volta a sapere "in che cosa si distingue questa notte
dalle altre?". Tali quesiti consentono a tutti i presenti di
spiegare, commentare, analizzare i significati dell'esodo e della
miracolosa liberazione dall'Egitto, le implicazioni di ogni
schiavitù e di ogni redenzione.
I simboli della festa, la scrupolosa pulizia che la precede, il
pane azzimo vale a dire il "misero pane che i nostri padri
mangiarono" - il Seder, la lettura della Haggadah,
fanno sì che ben pochi bambini arrivino all'adolescenza
senza conoscere la storia dell'uscita dell'Egitto e senza
avvertire che questa è una parte essenziale della loro
storia.
La matzà, il duro alimento che sostituisce il
morbido e saporito pane di tutti i giorni, sta anche ad indicare
il contrasto tra l'opulenza dell'antico Egitto, l'oppressore, e
le miserie di chi, schiavo, si accinge a ritrovare appieno la
propria identità.
Può anche ricordare che la libertà è un duro
pane, così come l'eliminazione dei lieviti può
rappresentare la necessità di liberarsi dalla corruzione
della vita servile e anche dalle passioni che covano nell'intimo
dell'animo umano.
Un uomo pio ogni anno inviava al rabbino quattro denari, uno
per ogni tipo di figlio che compare nella Haggadà di
Pesach.
Un anno il rabbino ne ricevette solo tre e incontrato in strada
il pio uomo, gliene chiese il motivo. Al che l'uomo rispose:
"Quest'anno il figlio saggio non ha voluto dare...."
La seconda sera di Pesach, la pasqua ebraica, secondo il
dettato della Torà, si doveva fare un'offerta delle
primizie del raccolto; offerta che doveva essere ripetuta sette
settimane dopo, in relazione alla festa di Shavuot. I grani di
orzo del nuovo raccolto, fino a che esisteva il Santuario, non
potevano essere consumati se non dopo l'offerta; dopo la
distruzione del Santuario è rimasto il precetto di contare
i giorni che separano Pesach da Shavuot. Tale periodo si chiama
"periodo dell'Omer". E' un periodo che viene considerato di
lutto, durante il quale non si celebrano matrimoni. In origine la
parola Omer indicava un covone, ma viene inteso come
unità di misura.
Il trentatreesimo giorno del periodo viene festeggiato Lag
Ba-Omer, una festa allegra, che spezza il lutto. Secondo
un'interpretazione segna l'inizio in cui la manna iniziò a
cadere nel deserto, secondo altri la fine di una epidemia che
aveva colpito i discepoli di Rabbì Akiva o un successo
durante la rivolta in epoca romana. A Lag Ba-Omer viene venerata
la tomba di Shimon Bar Yochai, a cui fu attribuito lo
Zohar, il più importante testo di mistica
ebraica.
Il 5 del mese di Iyar, durante il periodo dell'Omer, si celebra la ricorrenza della fondazione dello Stato di Israele, in ebraico Yom Ha hazmaut. In questo giorno nel 1948 fu firmata la dichiarazione d'Indipendenza. Dopo duemila anni di esilio, si è realizzata l'aspirazione degli ebrei di avere uno Stato proprio. E' giorno di festa sia in Israele che nella Diaspora.
Shavuot cade il 6 e il 7 di Sivan, esattamente sette
settimane dopo Pesach. Fino a quando non fu stabilita la durata
precisa dei mesi la ricorrenza poteva cadere il 5, il 6 o il 7
del mese, fatto unico per le ricorrenze comandate nella
Torà. Shavuot è chiamata anche "Tempo del
dono della nostra Torà". La Torà è
per gli ebrei il dono più grande fatto da Dio all'uomo, il
legame con essa è fortissimo e ha un valore di
sacralità. Questo spiega anche perché la data
precisa non avesse troppa importanza: la cosa fondamentale
è la rivelazione della Torà, il legame con
una data storica riveste una importanza secondaria.
Gli ebrei dopo essere rimasti schiavi in Egitto, finalmente
liberi, trascorsero 40 anni nel deserto; quando furono ai piedi
del Monte Sinai Mosè, loro capo, salì sul monte
dove ricevette in dono da Dio la Torà da consegnare
al popolo d'Israele. Le Leggi contenute nella Torà
sono ancora oggi la base e il cemento del popolo ebraico.
Così come Pesach rappresenta il raggiungimento della
libertà materiale; questa festa rappresenta il
raggiungimento della libertà spirituale, la libertà
di scegliere di accettare la legge morale, di accettare il giogo
divino.
Shavuot è una delle tre feste di pellegrinaggio,
cioè una festa durante la quale ci si doveva recare al
Santuario a Gerusalemme (ai tempi in cui ancora esisteva) e
portare un'offerta, secondo il dettato che si trova in Esodo
XXIII, 16: "Conterete cinquanta giorni fino all'indomani della
settima settimana ed allora presenterete al Signore un'offerta
farinacea nuova (di frumento nuovo)".
A Shavuot ci si reca alla Sinagoga, dove vengono utilizzati degli
addobbi particolarmente sontuosi e il profumo dei fiori che
vengono portati per l'occasione rende particolarmente gradevole
la atmosfera. Le piante e i fiori che si usano per addobbare le
case e le sinagoghe probabilmente rimandano al luoghi
lussureggiante nel deserto in cui fu ricevuta la
Torà.
In Italia a Shavuot molte bambine celebrano il loro bat
Mizwa, cerimonia attraverso la quale diventano "adulte" e in
grado di adempiere ai precetti che riguardano le donne.
Il pasto di Shavuoth è a base di latte. (Le regole
alimentari ebraiche, in osservanza al divieto biblico "non
mangerai il pretto nel latte di sua madre" vietano di mangiare
nello stesso pasto carne di qualsiasi genere e di cibi derivati
da latte). Le origini di questa usanza possono essere diverse, le
più accreditate sono due: il sapore della
Torà viene paragonato a quello del latte e del
miele. La seconda ipotesi è che gli ebrei non avendo
ancora ricevuto la Legge, non erano in grado di procedere alla
macellazione rituale degli animali, per cui si astenevano dal
mangiare la carne.
Dopo la cena della vigilia, molti usano studiare la
Torà per tutta la notte. Il secondo giorno di
Shavuot si legge il libro di Ruth, libro facente parte del canone
biblico, nel quale viene narrata la storia di Ruth la moabita,
della sua conversione all'ebraismo, conversione alla quale
arrivò attraverso tappe spirituali paragonabili a quelle
del popolo ebraico. Ruth è un'antenata del re David, e in
quanto tale il Messia nascerà dalla sua progenie.
Prima della creazione del mondo esisteva già l'alfabeto ebraico. L'Alef , la prima lettera, era molto orgogliosa, mentre la Beth, la seconda lettera, si sentiva trascurata. Allora il Signore, per consolare la Beth, creò il mondo, cominciando con la parola Bereshìth (In principio). La Alef si sentì molto offesa e si lamentò col Signore, ma poi si pentì del suo orgoglio. Allora che cosa fece il Signore? Pensò di appoggiare su Alef la Sua Legge; la Legge del pentimento e del perdono. E dal Monte Sinai, in mezzo ai tuoni e le fiamme, promulgò il primo Comandamento iniziando con la lettera Alef della parola Anokhì che significa Io.
Il 9 del mese di Av per gli ebrei è giorno di lutto e
di digiuno. In questa data a distanza di molti secoli furono
distrutti sia il primo che il secondo Santuario. Il primo
Santuario fu distrutto nel 586 prima dell'era volgare ad opera
dei babilonesi e il secondo ad opera dei romani nel 70 e.V. Il
Santuario di Gerusalemme era il luogo dove si svolgevano le
cerimonie rituali prescritte nella Torà;era il
centro spirituale e anche politico e religioso dell'ebraismo; la
perdita del Santuario segnò anche la perdita di questo
centro, oltre che l'inizio della diaspora. La distruzione del
Santuario è presente nel cuore degli ebrei anche dopo
venti secoli: nelle preghiere, in qualsiasi parte del mondo ci si
trovi, ci si rivolge sempre fisicamente e idealmente verso le
vestigia del Muro occidentale. Tishà Be-Av significa 9 del
mese di Av. Questa data, divenuta simbolo di disgrazia per il
popolo ebraico segna anche altri momenti tragici: proprio il nove
di Av gli ebrei furono cacciati dalla Spagna nel 1492.
Nelle sinagoghe parate a lutto e in un'atmosfera di grande
tristezza, spesso seduti in terra e a lume di candela, si
recitano preghiere ed elegie ispirate alla rovina del Tempio di
Gerusalemme e all'esilio del popolo ebraico.
Secondo la tradizione ebraica nella distruzione già ci
sono i semi della redenzione e proprio in questa data, simbolo di
distruzione, verrà al mondo il Messia: in questa giornata
si usano dei libri liturgici particolari che molti usano gettar
via alla fine della ricorrenza, come segno di cieca fiducia
nell'avvento messianico. Avranno la gioia di vedere Gerusalemme
ricostruite solo coloro che abbiano partecipato alle
manifestazioni di lutto che si tengono a Tishà Be-Av.
Tu be-Av - festa agricola e dell'amore - affonda le sue radici
ancora prima dei tempi del Talmud e cade il 15 (in ebraico
le lettere Tet e Vav che formano la parola "Tu"
equivalgono numericamente a 15) del mese di Av, il penultimo mese
del calendario ebraico. Tu be-Av è l'ultima
festività dell'anno ebraico.
Era questa l'ultima data utile per tagliare la legna che sarebbe
poi servita per cucinare, per costruire case, per riscaldare e
per i sacrifici; da quel momento in poi si doveva dare agli
alberi e alla natura un periodo di riposo, fino all'inizio del
mese di Nissan, il mese della primavera. Da notare anche che Tu
be-Av cade esattamente sei mesi prima di Tu bi-Shevat (il
capodanno degli alberi, giorno in cui si usa piantare alberi e
che si celebra il 15 del mese di Shevat).
Anticamente era fissata in questo giorno la festa della fine
della vendemmia. Ancora oggi molti Kibbutzim in questa
data festeggiano nelle vigne questa suggestiva ricorrenza e si
organizzano feste e giochi.
Sempre in questa data venne stabilito che le figlie di una
tribù avrebbero potuto sposare i ragazzi appartenenti a
una tribù diversa. Questo giorno venne scelto - secondo
quanto ci racconta il Talmud - per riconciliare le
famiglie che erano in lite. Al Cairo si usa offrire la dote e far
sposare in questo giorno 5 fanciulle, estratte a sorte tra le
ragazze ebree meno abbienti.
Tanto è antica questa festività, che nessun Maestro
poté stabilirne con esattezza le motivazioni. E' comunque
nel Talmud che troviamo vivaci descrizioni del modo di
festeggiare: in questo giorno le ragazze scendevano nelle vigne e
danzavano. Indossavano tutte un vestito bianco, prestato da
un'altra ragazza. La figlia del re prestava il suo vestito alla
figlia del Sacerdote, la figlia del Sacerdote alla figlia
dell'aiutante, e così via, affinché "non provasse
vergogna chi non lo possedeva" (Talmud Bavlì.
Taanit, 31a). Tutte insieme illuminate dal bagliore della
luna, danzavano nelle vigne, fuori dalle mura di Gerusalemme,
risplendenti grazia e giovinezza nei loro vestiti bianchi, e
invitavano i giovani che non avevano già impegnato il loro
cuore a alzare gli occhi per guardarle. Le più belle
invitavano a ammirare la loro bellezza, quelle provenienti da
nobili famiglie invitavano a considerare la loro nobiltà e
così via, fino alle meno belle e di famiglie umili, che
ricordavano come la bellezza sia fugace, come una buona fama
possa andare perduta e che solo una donna che teme Dio è
degna di lode.
I giovani le seguivano, con la speranza di trovare una sposa, e
così si innamoravano e si celebravano i fidanzamenti. In
perfetta armonia con il clima d'amore e di poesia del Cantico dei
Cantici.
Il 10 di Tevet
Il 10 di Tevet ricorda l'inizio dell'assedio di Gerusalemme da
parte dei Babilonesi. Dopo la Shoà è un
giorno che il rabbinato ha dedicato alla memoria dei deportati.
E' digiuno dall'alba al tramonto.
Il 17 di Tammùz
A questa data si associano diverse sciagure: secondo l'esegesi
in questa data Mosè vedendo gli ebrei danzare intorno al
vitello d'oro spezzò le tavole della Legge. Inoltre
Nabucodonosor nel 586 a.e.V. distrusse le mura di Gerusalemme. Un
episodio analogo si verificò nel 70 e.V., durante
l'assedio dell'esercito di Tito. Sempre in questa data in epoca
romana dovettero essere sospesi i sacrifici che si tenevano nel
Santuario. Le tre settimane che vanno da questa data a
Tishà Be-Av sono considerate periodo di lutto durante le
quali sono proibiti i matrimoni e le manifestazioni gioiose.
Il digiuno dura dall'alba al tramonto.
Il digiuno di Ester
Il giorno che precede Purim, la festa delle sorti, si usa
digiunare, in ricordo del digiuno che fece la regina Ester prima
prima di intercedere presso il re.
Il digiuno di Ghedalià
Il 3 di Tishrì cade il digiuno di Ghedalià,
governatore di Gerusalemme dopo la distruzione del primo Tempio.
Fu ucciso in una congiura e la sua morte determinò la fine
totale dell'autonomia che Nabucodonosor, re di Babilonia, aveva
lasciato.
Il digiuno dei Primogeniti
Il 14 di Nissàn i primogeniti usano digiunare, in ricordo
della morte dei primogeniti d'Egitto. Sono esenti dal digiuno
coloro che partecipano ad una Seudat Mitzvà, pasto
rituale che si tiene in occasione di un matrimonio, o di una
circoncisione o per la conclusione di un importante ciclo di
studi.