Video Mantova ebraica 1 (Sorgente di vita)
Sorgente di vita
Rubrica televisiva di vita e di cultura ebraica a cura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

“GLI EBREI DEL DUCA”
puntata del 23 aprile 1992
Testo: Fausto Coen
Regia: Leandro Lucchetti
Redazione: Fausto Coen, Emanuele Ascarelli, Piera Di Segni
Guida alla Mantova ebraica: Manuela Norsa
Ci troviamo all’interno della basilica di Sant’Andrea, in una piccola cappella laterale dove è posto questo quadro che vuole rappresentare una scena di vita ebraica all’epoca dei Gonzaga. Nella parte bassa del quadro è ritratta la famiglia Norsa, di evidente origine ebraica, come ci mostra il cerchietto giallo che appare sui loro vestiti. Infatti questo contrassegno era utilizzato all’epoca dei Gonzaga per evidenziare le famiglie che appartenevano alla religione ebraica.
Il banchiere Daniel Norsa aveva fatto rimuovere, col permesso del Vescovo e pagando un tributo, un’immagine sacra dalla facciata della casa da poco acquistata, ma il marchese Francesco Gonzaga ordinò che l’edificio fosse invece abbattuto e che al suo posto fosse eretta una chiesa. Reduce vittorioso nel luglio del 1495 dalla battaglia di Fornovo, Francesco fece erigere, sulle rovine della casa Norsa, una chiesa che dedico a Santa Maria della Vittoria perché, prima della battaglia, aveva fatto un voto. Ordinò anche ad Andrea Mantegna, a spese del banchiere, un grande dipinto che esaltasse l’evento.
Il quadro che abbiamo visto non è quello splendido e famoso del Mantegna, che si trova al Louvre, è il rifacimento di un ignoto e non eccelso pittore che vi ha aggiunto la famiglia Norsa e i cerchi gialli che nella splendida tela del Mantegna non esistono.
Usciti dalla solenne basilica ideata da Leon Battista Alberti, seguiamo la nostra guida, una giovane ebrea mantovana. Ci accorgeremo che, più che un atto di persecuzione antiebraica, quella del banchiere Norsa fu l’atroce beffa di un potente ai danni di un suddito, non certo rara a quei tempi; un episodio che fa però spicco nella storia secolare degli ebrei di Mantova, proprio perché contrasta con la tolleranza e la pacifica convivenza di cui essi godettero a lungo nella città dei Gonzaga. Le vicende, infatti, della minoranza ebraica si mescolano, si intrecciano, fanno spesso da contrappunto alla storia di questa segreta e splendida città. Palazzi, torri, arengari raccontano gli anni di concordia costruttiva all’epoca dei Comuni, anni prosperi e di buon governo, più tardi, però, turbati dalle rivalità tra alcune famiglie divenute ricche e potenti. Su tutte prevalgono in un primo tempo i Bonacolsi, che nel 1274 si proclamano Capitani del popolo, generali e perpetui. Ma, sessant’anni dopo, anche l’astro dei Bonacolsi tramonterà: con un sanguinoso colpo di mano il 16 agosto del 1328, Luigi Gonzaga toglie loro il potere e sarà lui il nuovo Capitano del popolo.
Questa è piazza Sordello, posta al centro della città, racchiusa tra il Palazzo ducale e il Duomo. In questa piazza, nel 1600, venne messa al rogo l’ebrea Giuditta Franchetti, accusata di stregoneria.
Intraprendenti ma avveduti, i Gonzaga riescono, a differenza di altre signorie lombarde, a sottrarsi sia al dominio di Milano, sia a quello della Repubblica veneta. Mantova, isolata e ben difesa dai laghi che la circondano, è uno Stato a sé.
La storia degli ebrei di Mantova ha praticamente inizio nella seconda metà del ‘300 ed è strettamente legata, per quattro secoli, alla dinastia gonzaghesca.
I Gonzaga ben presto primeggiano tra le signorie d’Italia per la loro passione di mecenati, per una specie di indomabile sete di grandezza e di splendore. Le grandi sale e le interminabili gallerie del Palazzo ducale evocano grandi nomi, ma domina su tutto e tutti una delle più alte espressioni della pittura rinascimentale: la “Camera degli sposi”, la famosa Camera pitta di Andrea Mantegna. Quando Mantegna dipingeva il suo capolavoro, gli ebrei si trovavano a Mantova da oltre un secolo. Sviluppo economico e prosperità dei commerci richiedevano danaro fresco, cioè prestiti bancari. I Gonzaga aprirono così le porte ai prestatori ebrei, ai quali essi stessi non di rado ricorreranno. La Chiesa vietava ai suoi fedeli il cosiddetto “prestito a usura”; l’attività bancaria diventa così appannaggio degli ebrei, che la esercitano con soddisfazione generale. Le signorie preferiscono i banchieri ebrei, perché anche quando diventano ricchi e influenti non possono nutrire ambizioni politiche o di potere.
Come sempre, attorno ai primi prestatori, affluiscono altri correligionari, soprattutto da Roma e dalle terre tedesche, perlopiù commercianti e artigiani, molti gli orefici. La popolazione ebraica cresce e si organizza in due comunità a lungo distinte: quella dei banchieri e gli “altri”. La vita degli ebrei di Mantova, sotto l’ala protettrice dei Gonzaga, trascorre serena per lungo tempo. L’aumentato benessere favorisce l’istruzione, nascono scuole talmudiche importanti, dotti ebrei scelgono la città padana per i loro studî. Sorgerà a Mantova una stamperia ebraica, la prima in assoluto in Italia. Più tardi vedrà la luce la prima edizione dello Zohar, il trattato fondamentale della Cabbalà.
I Gonzaga non si accontentavano di ingrandire e abbellire di continuo la loro reggia; costruirono alle porte di Mantova, in un’isola allora circondata da acque, una grandiosa villa, il cosiddetto “Palazzo Te”. Destinato ai festini e ai grandi ricevimenti, qui Federico II Gonzaga ospitò per due volte, con grande fasto, l’imperatore Carlo V e molto più spesso la bella e amata Isabella Moschetto. In queste sale Giulio Romano, con i suoi allievi, aveva lavorato nove anni, dando libero sfogo alle sue geniali inventive. Ogni sala sviluppa un tema: i cavalli, i giganti, lo zodiaco… La sala di Psiche, col suo squillante erotismo sarà il luogo preferito per gli incontri con Isabella, mentre le raffigurazioni dei banchetti degli dei rallegreranno le interminabili cene delle elaborate gastronomie rinascimentali. Non mancano nelle varie sale, nudi prorompenti, scene audaci, baci e amplessi, ma è sempre grande pittura.
Ci troviamo nella Loggia di Davide, dove sono rappresentati affreschi che si rifanno alla più tipica tradizione ebraica. Questa loggia ha sempre rappresentato un mistero nella storia del Palazzo Te di Mantova, in quanto non si sa come mai Federico Gonzaga abbia accettato che venissero disegnati temi di questo genere; probabilmente era una sorta di ringraziamento verso gli ebrei che avevano finanziato in parte la costruzione di questo palazzo.
E’ proprio un segno di ringraziamento per i prestiti ebraici? Oppure Federico Gonzaga ha creduto di trovare in sé delle affinità col re d’Israele? Nelle virtù e nelle imprese di Davide, così come ce le narra la Bibbia, Federico Gonzaga forse ha inteso esaltare le proprie virtù, quelle che almeno lui considerava tali.
Le sontuose dimore dei Gonzaga non sono precluse agli ebrei. Benjamin Portaleone diventerà il loro medico fidato, il più illustre fra i non pochi medici ebrei del tempo, Leone de’ Sommi Portaleone, drammaturgo e regista, allestirà spettacoli e dirigerà una compagnia teatrale di soli attori ebrei, l’unica ammessa stabilmente a corte per ben ottantenni. Abraham Colorni proporrà e discuterà coi duchi i suoi progetti di ingegneria militare; infine, Salomone de Rossi eseguirà le sue applaudite musiche.
Questo scrigno del ‘700 è una creazione del Bibiena. In questo teatro, inoltre, suonò Mozart all’età di quattordici anni. Noi invece parliamo della grande tradizione musicale degli ebrei mantovani.
Claudio Gallico, musicologo: “Sì, conviene attirare l’attenzione su due fasi differenti, che coincidono curiosamente con due periodi di relativa tolleranza e reciproca convivenza fra le due culture, fra le due civiltà. La prima è collegata al periodo rinascimentale, e più precisamente tra la fine del ‘500 e i primi anni del ‘600, e la seconda dopo l’unità d’Italia. Durante la prima fase, sotto il ducato dei Gonzaga, ci sono tutta una serie di musicisti ebrei, non tutti ci hanno lasciato della musica, ma tutti sono notevolmente presenti nella documentazione. Fra quelli che ci hanno lasciato della musica, che possiamo leggere e interpretare vanno citati David Civita, Allegro Porto, ma soprattutto colui che è considerato un po’ la star di quest’epoca: Salomone Rossi. Compagno di Monteverdi, quindi vissuto in una fase cruciale della storia musicale non solo mantovana, non solo italiana, ma direi europea, quando nasce un nuovo gusto dentro al quale la vita musicale vivrà per decenni, forse per secoli, compone musica di corte, musica cantata profana, madrigali, compone musica strumentale molto significativa, di danza, di accompagnamento di momenti scenici e poi un libro del tutto singolare in questa storia che è una serie di salmi e di inni in ebraico, però musicati secondo lo stile polifonico corrente in quel tempo: è un’edizione veneziana del 1623. Un’edizione molto interessante, appunto, perché denota questa congiunzione fra una cultura esterna e il servizio della sinagoga; naturalmente sono inni e salmi in ebraico, però stesi su una musica che arieggia a quella che veniva cantata nelle chiese o nelle cappelle signorili. Per quanto riguarda il secondo periodo, che viene dopo l’unità d’Italia, come ho già detto, quindi verso la fine dell’800 ed è contrassegnato da una reminiscenza di un’attività musicale sinagogale. C’è un musicista che ricordiamo, Vittorio Norsa, che ha lasciato un buon numero di pezzi, che venivano cantati quando la Comunità contava numerosi membri nel Tempio maggiore, e sono pezzi di stile naturalmente moderno, contemporaneo, insomma, quindi legano un po’ il gusto pucciniano a quello wagneriano: orecchiabili, cantabili, gradevoli, molto gradevoli”.
Molti ebrei, banchieri e non, avevano preferito insediarsi nei centri minori del vasto territorio gonzaghesco, come Bozzolo, Revere, Serrmide, Viadana: Comunità da tempo estinte, di cui ci restano purtroppo pochi segni. A Sabbioneta, la “Città ideale” di Vespasiano Gonzaga, assurse a grande importanza una stamperia ebraica.
Vittore Colorni, storico: “La stamperia è stata creata dalla genialità, diciamo, di Vespasiano Gonzaga, il quale, volendo avere tutte le possibili illustrazioni del suo centro per farne una vera città, ha favorito la creazione di una stamperia ebraica, incaricandone un certo dotto dell’epoca, Tobia Foà – il quale deriva da Foix, in Francia – e il Foà comincia a stampare nel 1553 e stampa proprio fino, con molti salti, molti vuoti di anni, forse si era allontanato poi era ritornato, comunque l’ultima delle stampe è del 1591. Esiste il catalogo e gli specialisti sanno che è stato fatto da quel grandissimo dotto del ‘700 che era l’abate Gian Bernardo de Rossi e il catalogo esiste tuttora; altri poi hanno aggiunto dei complementi e quindi sappiamo pressoché tutto sulle edizioni. Edizioni peraltro rarissime, che sarebbe sempre grande fortuna riuscire a reperire sul mercato”.
Ma, se della stamperie non è rimasta traccia, rimane invece la suggestiva testimonianza della sinagoga. Inserita in un edificio cinquecentesco, abitato allora da famiglie ebraiche, nel Tempio fa spicco l’Aron Ha Kodesh, o Arca della Torah, che custodiva i rotoli della Bibbia, un brano della quale veniva letto dal rabbino ogni settimana, fino alla fine dell’anno, cominciando dalla Genesi. Per tradizione l’Aron veniva collocato sulla parete che si considerava rivolta verso Gerusalemme, la città sempre viva nel pensiero della Diaspora. Di fronte all’Aron c’è il matroneo, cioè il posto riservato alle donne, sopraelevato e nascosto da una grata di legno. Nella suggestione dell’antico Tempio, il pensiero va fatalmente ai giorni lontani in cui esso, festoso ed affollato, risuonava di canti e preghiere.
Ma torniamo a Mantova. A ridosso del Palazzo della Ragione e dell’antichissima Rotonda di San Lorenzo si entrava nell’antico ghetto, oggi in gran parte irriconoscibile nelle nuove e più ampie strade e negli edifici in un incerto stile, tra il liberty e il decò.
Via Scuola grande si chiama così in quanto fu sede della vecchia grande sinagoga, demolita nel 1938 con un pretesto, a causa delle Leggi razziali fasciste.
Anche Mantova, verso la fine del ‘500, fu investita dai venti gelidi della Controriforma: violente invettive dei predicatori accendono gli animi, la parodia di una di queste predicazioni, malauguratamente recitata da alcuni giovani ebrei, è ferocemente punita con sette impiccagioni. Nelle piazze si bruciano anche i libri del Talmud, per gli ebrei si praticano le prediche forzate.
Questo edificio alle mie spalle, ancora intatto, è uno dei più rappresentativi del vecchio ghetto, è ancora detto, infatti, Casa del rabbino.
I Gonzaga non interferiscono con i tribunali della Chiesa, ma quando Paolo IV, nel 1555 relega gli ebrei di Roma nel ghetto e chiede ai signori di Mantova di fare altrettanto, essi resistono. I Gonzaga, contrari a questa misura, temporeggiano con vari pretesti per oltre cinquantenni. Solo nel 1610 il duca Vincenzo cederà. Gli oltre duemila ebrei mantovani dovranno abitare in una zona delimitata della città: liberi di circolare e di svolgere le loro attività durante il giorno, al tramonto non potranno uscire dal ghetto, che sarà sbarrato da quattro robusti portoni. Nel quartiere si dovette trovare posto per appartamenti, sinagoghe, sedi comunitarie, negozi, botteghe artigiane, banche… ben presto la zona fu sovrappopolata. Gli edifici divennero fra i più alti della città. Le vie anguste scarsamente assolate rendevano le condizioni igieniche difficili; nella peste del 1630 la mortalità fu altissima. La densità abitativa provocava di quando in quando gravi danni agli edifici; durante una festa per un matrimonio 120 persone furono travolte da un crollo, 65 morirono. Nel 1903 ci fu un primo imponente sventramento del quartiere, l’ultima demolizione è del 1938. Ancora oggi si procede ad alcuni restauri sotto il controllo del Comune, si tratta di rendere vivibili case e vie, conservando però l’antica impronta urbanistica, risultato che in una delle piazzette più raccolte del quartiere sembra raggiunto.
Sull’estremità di questa via [via Bertani, ndr]si apriva una volta uno dei portoni che delimitavano il ghetto. Sulla mia destra sono ancora visibili i segni di questa chiusura, infatti, questo è uno dei cardini su cui il cancello del ghetto stesso roteava.
Con il duca Ferdinando Carlo si estingue la dinastia dei Gonzaga. Nel 1707 l’esercito austriaco occupa la città: Mantova sarà austriaca per ben centocinquant’anni, salvo i diciassette anni di parentesi napoleonica. Parentesi felice, perché il 21 gennaio del 1798 le truppe di Napoleone abbattono finalmente i portoni del ghetto.
Nell’atmosfera rarefatta dei due cimiteri ebraici contigui, il vecchio e il nuovo, è scritto un altro capitolo della lunga storia; gli anni del Risorgimento e poi dell’Italia unita vedono gli ebrei inseriti a pieno diritto nella società sempre più legati alla sorte del loro Paese, in pace e in guerra. Qui sono sepolti cittadini che hanno condiviso le lotte e le speranze risorgimentali o hanno dato la loro vita nella prima guerra mondiale, e altri che hanno onorato la Patria, facendola conoscere, spesso aldilà dei confini, con le opere, il sapere, gli studi. Il tributo di sangue, di opere, di sapere degli ebrei italiani non contribuì a salvarli dalla ignominia delle leggi razziali fasciste del 1938, né tantomeno dalla ferocia nazista: alle ore 11 del 5 aprile 1944 furono prelevati quarantadue ebrei dal ricovero israelitico, da cinque mesi dichiarato campo di internamento; insieme ad altri ventotto, che si erano nascosti qua e là, finirono tutti prima a Birkenau, poi ad Auschwitz.
Settanta i deportati in una Comunità con poche centinaia di iscritti, tre soli sono tornati vivi: un bel pesante tributo.
Delle sei sinagoghe di un tempo – tre di rito italiano, tre di rito tedesco – una sola sopravvive perfettamente ricostruita alla fine dell’800. La sinagoga, o Scola Norsa, è resa luminosa da due grandi finestroni che si fronteggiano. Arredi, lumi, bicchieri d’argento per la benedizione del vino… è tutto come quando il Tempio si trovava nel ghetto. C’è la Tevà, cioè la pedana su cui poggia un leggio protetto da un antico broccato. Il rabbino svolgeva le antiche dei rotoli della Legge e recitava le preghiere. Di fronte c’è l’Aron, l’Arca della Torah: gli eleganti intarsi delle porte dell’Aron sono opera pregevole di esperti artigiani del ‘600. Anche qui, in alto, nascosto da una grata, c’è il matroneo. I numerosi lumi che imprimono un inconfondibile carattere al Tempio sono del più puro stile barocco.
Il tempo scorre inesorabile, come le acque silenti dell’antico Rio, che da sempre, in un percorso che ha momenti di rara suggestione, attraversa la città.
Crisi economiche, leggi razziali, assimilazione, hanno assottigliato quella che fu una delle più cospicue e influenti Comunità della diaspora italiana, ma non c’è chi, avendo dovuto abbandonare questa città, non ne abbia a lungo sofferto e non l’abbia rimpianta. Anche dopo molti anni non c’è chi non senta ancora il rimpianto delle sue bellezze spesso splendenti, più spesso sottili e segrete; chi non senta nostalgia della sua gente sobria e schiva, con la sua parlata lenta, dimessa, quasi scontrosa.
Oggi gli ebrei di Mantova sono un’entità modesta, ma ancora fedele alla tradizione e quanto mai legata a questa città, testimonianza vivente di una lunga storia di cui gli ebrei mantovani sono stati nei secoli, di volta in volta, spettatori, attori, protagonisti.
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Il programma è realizzato in collaborazione tra la RAI e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Sorgente di vita racconta la vita, la cultura, la storia delle comunità ebraiche in Italia e all’estero, gli aspetti della tradizione e le ricorrenze del calendario ebraico, ma anche l’attualità con reportage sulle comunità ebraiche nel mondo e inchieste su Israele, antisemitismo, razzismo, neonazismo, beni culturali ebraici, dialogo interreligioso.
E poi eventi culturali, musica, mostre e spettacoli, ritratti e profili di personaggi e, periodicamente, puntate speciali su un unico argomento.
I disegni della sigla sono di Emanuele Luzzati, il brano musicale del gruppo americano “Klezmatics”.
Autore: Emanuele Ascarelli
Redazione: Lucia Correale, Piera Di Segni
Produttore esecutivo: Monica Flores
Programmisti-registi: Augusto Bastianini, Alessandra Di Marco
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