La Comunità ebraica di Mantova presentata dal prof. Vittore Colorni

Vittore Colorni, Mantova (1912 – 2005). Storico tra i maggiori esperti di ebraismo, su cui condusse studi in particolare sulla Comunità di Mantova e sull’espansione delle piccole comunità nel Nord Italia. Costretto dalle leggi razziali a lasciare Mantova, preferì restare in Italia, recandosi a Roma e continuando, nonostante i divieti, le sue ricerche. Nel 1945 pubblicò il volume Legge ebraica e leggi locali. Dall’anno successivo iniziò il suo insegnamento di Diritto Ecclesiastico alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, dove nel 1956 gli fu assegnata la cattedra di Storia del Diritto Italiano e dal 1969 al 1971 fu Preside di Facoltà. I saggi da lui riuniti della raccolta Judaica minora sono divenuti modello di metodo di ricerca interdisciplinare.

Le origini della Comunità ebraica a Mantova
di Vittore Colorni

Il primo rapporto del territorio di Mantova con gli ebrei si è rivelato a me attraverso la spiegazione di due curiosi nomi che trovavo nei documenti e che non avevo ben capito che cosa volessero significare: Conium Judeorum e Castellacium Judeorum. Conium Judeorum e Castellacium Judeorum in epoca attorno al Mille erano due tenute contigue abitate da ebrei e in cui ci doveva essere un piccolo cimitero che serviva a tutte e due le comunità. Il Conium, per la forma a cuneo, e il Castellacium testimoniano di questa prima presenza degli ebrei a Roncoferraro. Nel Duecento ci sono cenni di presenza ebraica a Mantova città e forse ancora nella provincia attraverso questioni legali delle quali è rimasta memoria nei responsi rabbinici del 139 e del 1279.
Tre sono i punti di partenza delle famiglie che giungono nel Nord Italia. Nel primo millennio gli ebrei sono tutti nell’Italia meridionale, da Roma in giù, mentre nell’Italia centrosettentrionale ce ne sono assai pochi. Alla fine del Duecento, per effetto delle ordinanze della Chiesa che vieta l’interesse sui prestiti, gli ebrei sono sospinti verso il prestito a interesse e diventano una via di mezzo tra il monte di pietà e quello che oggi sono le banche. Una corrente parte da Roma e va verso il Nord, una seconda scende dalla Germania e una terza, minore, raggiunge il Piemonte dalla Provenza e dalla Francia del sud. Quindi le comunità che si costituiscono al Nord sono la conseguenza dell’incontro di queste correnti, le quali lasciano la loro traccia soprattutto nei cognomi. In campo ebraico i cognomi, in larga maggioranza, indicano il luogo di provenienza, perché la modestia del nucleo non consente di sviluppare quella complessità di relazioni che dà origine ai cognomi in generale. A Mantova si formano dei gruppi che crescono alla fine del Trecento, fino a raggiungere le oltre duemila unità su una popolazione di circa trentamila, con un peso culturale sensibile. Nel Quattrocento c’è una singolarità da rilevare a Mantova, ed è la stampa.
Ricerche personali mi consentono di dire che dal 1474 al 1480 un ebreo di origine francese, Abraham Conat, comincia a stampare a Mantova opere oggi di grande rarità e che rappresentano gli inizi della stampa ebraica. Se ciò è vero, se gli inizi sono il 1474 e non il 1476, allora viene anticipato a Mantova la gloria di avere iniziato la stampa ebraica in Italia, primato che di solito viene attribuito, nel 1475, a Piove di Sacco e a Reggio Calabria.
Nel Cinquecento e nel Seicento continua l’aumento numerico della Comunità, e anche se non ci sono ancora leggi che stabiliscano dove devono abitare e anche se le case possono essere sparse per la città, gli ebrei amano radunarsi uno vicino all’altro e quindi occupano il territorio oggi compreso tra via Bertani e via Calvi, che è poi quello in cui si formerà il ghetto, nel 1610 – il primo ghetto nasce a Venezia, nel 1516, ed è quello che dà origine alla parola “ghetto”, scritto “ceto”, ma pronunciato “geto” –. All’interno dello stesso perimetro nascono anche le sei sinagoghe, che riflettono le origini della Comunità di Mantova, metà italiane e metà tedesche. Tre sono di rito italiano: la sinagoga Grande italiana (posta fino al 1938 dove oggi è l’hotel Rechigi), la Scuola Cases e la Scuola Norsa – che dal ghetto è stata ricostruita nella sede attuale di via Gilberto Govi, 13 –, e le altre tre di rito tedesco: la Scuola Ostiglia, la Scuola Porto e la Scuola Beccheria, quest’ultima contigua al macello rituale secondo le leggi ebraiche posto in via Governolo.
Il sorgere delle Comunità ebraiche in provincia deriva invece dall’arrivo a Milano degli spagnoli. Questi hanno scacciato gli ebrei da tutti i luoghi in cui esercitavano il potere dal 1492 in poi, quindi gli ebrei del ducato di Milano si spostarono verso l’ospitale ducato di Mantova e così si formarono le Comunità di Bozzolo, Sabbioneta, Pomponesco, Viadana e Ostiano. Tutte Comunità con una loro piccola storia e rappresentate da famiglie importanti, come ad esempio la stampa ebraica a Sabbioneta, iniziata da Tobia Foà nel 1551 e proseguita fino alla fine del secolo, e la famiglia Segrè di Bozzolo, da cui discende Emilio Segrè, premio Nobel per la Fisica.
Gli ebrei crescono, e anche dopo la caduta dei Gonzaga sono molto ben trattati dagli imperatori che reggono Mantova: Maria Teresa (1740 – 1780), Giuseppe II (1780 – 1790), Leopoldo II (1791 – 1792) e finalmente Francesco I (?) (1792 – 1797), col quale si arriva fino all’Ottocento. L’attività ebraica era caratterizzata soprattutto dal prestito su pegno e da altre operazioni commerciali, come prescrivevano le leggi restrittive, e molto attiva era la presenza in campo culturale.
Con l’Ottocento comincia la strada verso l’emancipazione, cioè l’abrogazione di tutte le leggi che restringevano gli ebrei nella loro attività ai rapporti commerciali e feneratizi soltanto e si va verso l’eguaglianza. Tra le personalità illustri nella vita mantovana dell’Ottocento vi sono il rabbino Abraham Vita Colonia, che fu vice segretario del sinedrio voluto da Napoleone nel 1807, e Zaccaria Carpi di Revere, che fu invece deportato dall’Austria perché filo francese nel periodo 1799 – 1801 e una volta tornato a Revere scrisse una relazione sul suo esilio. Con l’Ottocento il declino della Comunità va di pari passo con l’assimilazione e l’integrazione con la popolazione generale. Ormai gli ebrei non sono più un gruppo separato da un’attività speciale e da leggi speciali; con Napoleone si arriva alla parificazione completa e quindi all’assimilazione, che non vuol dire sparizione, ma attenuazione delle peculiarità ebraiche. Ora la Comunità è ridotta a un centinaio di persone, fedeli al passato e che non sono che l’ombra di quella grande Comunità di duemila persone che era stata nei secoli precedenti.
Però la vita ebraica continua, perché, anche se di pochi, la volontà di esistere e di continuare ad esistere c’è.