Riflessioni e propositi a cinquant’anni dalla Nostra Aetate

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Il 28 ottobre 1965 veniva promulgata la Dichiarazione Nostra Aetate, uno dei documenti del Concilio Vaticano II. Un testo breve, ma che ha portato a un cambio radicale nell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti delle religioni non cristiane e in particolare dell’Ebraismo.

Per far memoria di questa tappa importante nel rapporto tra cristiani e altri credenti, martedì 27 ottobre a Padova si è tenuto un incontro dal titolo “50 anni di Nostra Aetate, 50 anni di dialogo”, promosso dal Gruppo di Studio e Ricerca sull’Ebraismo con la collaborazione del Servizio Diocesano per le relazioni cristiano islamiche e del Gruppo Ecumenico di Ricerca, tutte realtà che fanno capo all’Ufficio Ecumenismo e Dialogo della Diocesi.

A trattare il tema sono stati chiamati il rabbino capo di Padova, dott. Adolfo Locci e don Giuliano Zatti, esperto di Islâm e docente alla Facoltà Teologica del Triveneto.

L’obiettivo non era solo quello di celebrare l’evento storico di 50 anni fa, ma anche capire il cammino fatto fino ad oggi e comprendere le prospettive future.

A tal fine il professor Zatti ha fatto una breve esposizione degli antefatti che hanno preparato la strada al documento. La volontà di Giovanni XXIII di far togliere la frase oltraggiosa “perfidi ebrei” dalla preghiera del venerdì santo; l’incontro tra Jules Isaac e il papa per sollecitare un mutamento dell’atteggiamento cristiano verso il popolo dell’alleanza, rompendo definitivamente con il millenario “insegnamento del disprezzo”. Poi il lavoro di preparazione del documento del cardinale Agostino Bea con il significativo passaggio da documento sui rapporti dei cristiani con gli Ebrei a uno sul rapporto con le religioni non cristiani, con un capitolo dedicato alle relazioni con il popolo dell’alleanza.

Al di là delle difficoltà, dei compromessi, dei rimaneggiamenti, il testo votato, nella sua fragilità e con i suoi limiti, rappresenta una assoluta novità. La Chiesa cattolica finalmente passa dalle condanne e dal disprezzo a un atteggiamento di simpatia e di riconoscimento davanti ai fedeli di altre fedi. Non vi sono pretese di descrivere o giudicare gli altri, ma si attesta che l’occhio con cui si guarda all’altro è quello dell’amico, del fratello

Nel capitolo 3, dedicato appunto all’Islâm, afferma d. Zatti, si asserisce che la Chiesa guarda con stima i musulmani. Scompare il sospetto e l’autoreferenzialità a favore di uno sguardo di simpatia e di apprezzamento verso gli altri.

Questo è ancor più vero verso l’Ebraismo: l’inimicizia del passato viene superata dalla nuova consapevolezza che proprio nel popolo di Israele la Chiesa affonda le sue radici.

Non solo. Rav Locci ci ha ricordato, attraverso la descrizione di un midrash riguardante Esaù e Giacobbe, che ebrei e cristiani potrebbero essere legati anche da una sorte comune: rileggendo i passi biblici, i maestri hanno affermato che i due fratelli gemelli non sarebbero accomunati solamente dalla condivisione del grembo materno, ma, pur vivendo vite diverse, condividono lo stesso destino. Se Giacobbe ed Esaù rappresentano Israele e Roma, quindi le genti, significa che ebrei e cristiani possono rispecchiarsi in questa visione: il destino dell’uno è legato a quello dell’altro.

In questo senso la Nostra Aetate ha rappresentato un momento – importante, fondamentale, profondamente innovatore – che non può essere considerato come definitivo. Essa ha rappresentato la svolta a cui è seguito un cammino che continua anche oggi, nella logica del piccolo seme che ha in sé una grande forza, basta assecondarne lo sviluppo.

Rav Locci, nel suo intervento, ha ricordato un grande uomo, rav Elio Toaff, che ha vissuto in prima persona questi primi mutamenti del Concilio, ma ha anche sperimentato i molti passi successivi: uno fra tutti, la visita di Giovanni Paolo II in sinagoga a Roma.

Le dichiarazioni, i gesti, gli incontri e gli scambi tra cristiani ed ebrei hanno segnato questo mezzo secolo. Ci sono stati anche momenti di difficoltà, magari con qualche passo indietro.

L’importante è non desistere. Le parole di rav Locci ci hanno molto incoraggiato: “da quel lontano 28 ottobre 1965 abbiamo costruito un cammino di dialogo e di conoscenza che è stato fondamentale affinché i cristiani si avvicinassero ai fratelli ebrei e abbandonassero i tanti pregiudizi millenari. Questa fase non si è conclusa del tutto: va sempre esercitata prudenza e cura per non tornare indietro, ma ora è anche possibile andare oltre il solo dialogo per ‘operare insieme’. Non si tratta solo di raccontarci l’un l’altro, ma di collaborare per creare le condizioni per un mondo migliore, per la giustizia sociale, per l’apertura all’uomo, per il rispetto dell’ambiente.

Sono temi su cui si gioca la nostra credibilità di uomini fedeli al Dio Unico”.

 

Lucia Poli

 

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