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		<title>Qui Roma &#8211; Candidati UCEI a confronto</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 10:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Primo confronto pubblico, in occasione dell’assemblea comunitaria, tra i <a href="http://moked.it/blog/2012/05/13/depositate-le-liste-dei-candidati-al-consiglio-dellunione/">candidati romani</a> per le elezioni del Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che si terranno il 10 giugno. Molto intenso, partecipato e vivace, il dibattito ha avuto luogo in una sala del Tempio Bet El di via Padova, baricentro delle attività della comunità tripolina, e si è protratto fino a tarda notte coinvolgendo numerosi candidati delle due liste Binah e Uniti per l’Unione in corsa per i venti posti attribuiti alla Capitale nel parlamento dell’ebraismo italiano voluto dalla recente riforma. I candidati si sono presentati al pubblico e hanno illustrato progetti e obbiettivi che vorrebbero veder realizzati. Numerosi i temi toccati, spesso, nelle enunciazioni di principio, con idee e valori non distanti fra loro, altre volte con alcuni punti di dissonanza. Impossibile qui riportare al lettore in modo esaustivo ogni dettaglio, ma si è andati dalle politiche di assistenza ai meno abbienti al coinvolgimento dei giovani nella vita comunitaria, dalla cooperazione con altre forze della società italiana nella lotta alla discriminazione alle sfide dell’informazione e della comunicazione, all’allargamento partecipativo degli iscritti, network con le altre Comunità, kasherut, raccolta dell’Otto per Mille. Ad aprire la sessione di interventi una panoramica generale sul senso dell’impegno delle due formazioni da parte del rappresentante delegato da ciascuna lista: Sabrina Coen, in testa alla lista di Binah assieme a Eva Ruth Palmieri e l’attuale presidente dell’Unione Renzo Gattegna, capolista di Uniti per l’Unione. Entrambi hanno ricordato le significative specificità delle rispettive esperienze: da una parte un gruppo formato di sole donne che vogliono “portare aria nuova” all’UCEI, dall’altro la lista che mette assieme le attuali tre forze di governo unitario della Comunità ebraica di Roma (Per Israele, Hazak, Efshar) e porta come garante lo stesso Gattegna, che dell’unità in campo ebraico si è fatto una bandiera. “Binah – ha affermato Coen – è un progetto nato tra amiche e che si sta arricchendo ogni giorno di volti nuovi e di persone che vogliono dare una mano. In queste ore il nostro sforzo è finalizzato soprattutto a imparare e a conoscere vari aspetti dell’Unione confrontandoci direttamente con i responsabili dei singoli dipartimenti. L’UCEI è una realtà che lavora in modo positivo, ma alla quale vogliamo apportare il nostro contributo per affrontare nuove e pressanti sfide che possiamo vincere tutti assieme”. “La lista unitaria – ha spiegato invece Gattegna – è nata da una scelta libera, precisa e consapevole, non certo da una forzatura. Una scelta che fonda su due ragioni. La prima è la speranza che ci possa essere un salto di qualità nei rapporti tra persone e gruppi. La seconda è la consapevolezza del lavoro positivo svolto dalle Giunte unitarie che hanno contraddistinto questi ultimi due mandati dell’Unione. Un risultato, quello dell’impegno comune tra persone con visioni della vita anche estremamente diverse, ma non per questo inconciliabili, che nel mio caso ha rappresentato la condizione essenziale per accettare a suo tempo la presidenza e che lo è adesso per lanciare questa nuova sfida”.<br />
Inevitabile l’emergere di alcune incomprensioni alla luce di puntate polemiche recentemente sviluppatesi sul web e tra le pagine dei social network. L’addebito rivolto ai candidati della lista unitaria era essenzialmente quello di aver cercato di evitare un confronto elettorale attraverso la composizione di un blocco unito di persone con idee e appartenenze politiche differenti che di fatto sarebbe servito per vanificare il risultato del voto. La nascita di Binah sarebbe dunque da leggere come un tentativo di scongiurare, in nome del pluralismo, un esito scontato del voto.<br />
Le accuse sono state decisamente rigettate dai tre leader che hanno deciso di accettare la sfida dell’unità, Riccardo Pacifici (Per Israele), Victor Magiar (Hazak) e Raffaele Sassun (Efshar), protagonisti assieme al presidente Gattegna dell’iniziativa. “La presentazione della lista Uniti per l’Unione non ha certo precluso l’entrata in gioco di altre formazioni. Cosa che è infatti avvenuta e della quale non possiamo che rallegrarci” hanno spiegato Pacifici e Magiar. “Contro di noi sono state lanciate accuse gravi e prive di fondamento” ha sottolineato Sassun.<br />
Recriminazioni anche tra le esponenti di Binah, con Daniela Pavoncello in particolare che ha denunciato un clima di tensione e cattiva informazione orchestrato da alcuni persone vicine alla lista avversaria. “Siamo una squadra di donne che hanno grande voglia di apprendere e impegnarsi nelle istituzioni ebraiche in un clima di collaborazione. Chi vota per noi – ha detto Eva Ruth Palmieri – vota per un progetto”. “Siamo donne, che hanno un ruolo professionale e una dignità e che per questo meritano rispetto” ha ribadito Silvia Mosseri. Anche le donne candidate con Uniti per l’Unione non hanno tardato a farsi sentire. “Non sono molto convinta – ha osservato Donatella Di Cesare – che la chiave di volta per una maggiore partecipazione delle donne alla vita comunitaria sia la nascita di un gruppo chiuso tutto al femminile. Binah rischia di essere una lista autoreferenziale che non porta al dialogo, ma alla divisione”. Tra i punti nodali del dibattito anche l’indicazione di un candidato per la presidenza dell’Unione. Mentre nel programma di Uniti per l’Unione è esplicito l’intento di confermare Gattegna, in quello di Binah non appaiono indicazioni definite in questo senso. Ma un chiarimento è giunto in assemblea: “Vogliamo vivere e partecipare alla vita dell’Unione ma non abbiamo pensato alla presidenza, ruolo per il quale intendiamo sostenere anche noi Gattegna” ha detto Fabiana Di Porto. Più volte, nel corso del dibattito moderato dal giornalista Giacomo Kahn, ci si è poi soffermati, tra i punti più stringenti, sul coinvolgimento dei giovani anche a fronte degli interventi critici del consigliere Ugei Raffaele Naim e del vicepresidente del Bene Berith Giovani Edoardo Amati. Da parte dei ragazzi la richiesta alle istituzioni di erogare stanziamenti più consistenti per le loro attività ricreative e la constatazione del progressivo allontanamento delle nuove generazioni dalle responsabilità comunitarie. Impegno di tutti, ma anche appello ai giovani a riscoprire, senza cadere nel vittimismo e nel qualunquismo, il gusto della progettualità, dell’iniziativa e dell’indipendenza, a cominciare dalla capacità di reperire le risorse, sono venuti da più parti. Intervenendo nella discussione, animata, intensa e caratterizzata dall’apertura di un tavolo di discussione da parte di tutti e due gli schieramenti, Riccardo Pacifici si è tra gli altri impegnato a valorizzare e dare nuovo impulso alla gloriosa testata giornalistica dei giovani ebrei italiani HaTikwa, che attualmente è stata con grande fatica riportata in vita, resa un giornale mensile a larga tiratura e restituita all’autonoma gestione dei giovani grazie all’assistenza tecnica della redazione del Portale dell’ebraismo italiano.</p>
<p>Adam Smulevich twitter – @asmulevichmoked</p>
<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/liste-roma.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/liste-roma.jpg" alt="" title="liste roma" width="1024" height="764" class="alignright size-full wp-image-362" /></a></p>
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		<title>Yom HaTorah &#8211; Una festa per studiare</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 08:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Prende il via domenica 20 maggio la prima edizione dello Yom HaTorah, la giornata di studio della Torah promossa dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in tutto il paese. Numerose le sfide, molti i protagonisti della vita ebraica in Italia e&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prende il via domenica 20 maggio la prima edizione dello Yom HaTorah, la giornata di studio della Torah promossa dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in tutto il paese. Numerose le sfide, molti i protagonisti della vita ebraica in Italia e nel mondo che si confronteranno con gli iscritti alle varie Comunità per un’iniziativa che vuole essere un ponte di sensibilizzazione verso una maggiore conoscenza delle proprie radici storiche, culturali e religiose. &#8220;Ognuno deve studiare, ogni giorno, in modo fisso e abituale &#8211; scrive il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni &#8211; e questo obbligo dura tutta la vita&#8221;.<br />
Per ulteriori informazioni e programmi nelle varie Comunità vai su www.yomhatorah.it</p>
<p>Yom HaTorah &#8211; Studiare non è un optional</p>
<p>Un aspetto essenziale che distingue la religione ebraica è lo studio. Studiare non è un optional, un qualcosa in più rispetto a una fede o una pratica religiosa, per noi è l&#8217;essenza e il fondamento, da solo vale quanto tutto il resto. Ognuno deve studiare, ogni giorno, in modo fisso e abituale, e questo obbligo dura per tutta la vita.<br />
Se questa è la cornice, può sembrare strano che si organizzi uno Yom HaTorah, un giorno dedicato allo studio in tutta Italia, contemporaneamente e in numerose sedi. Un giorno solo e gli altri no?<br />
La risposta è semplice: anche se non sono pochi i luoghi di studio e quelli che studiano, non si può far finta di ignorare che questo precetto fondamentale rischia di essere, come purtroppo molti altri, ignorato o trascurato. Bisogna invece rimetterlo al centro dell&#8217;attenzione dimostrando come lo studio della Torah sia interessante, attraente, utile e come in ogni comunità esistano maestri validi e studenti appassionati, e come sia utile ed opportuno investire le nostre risorse comunitarie nella crescita culturale basata sulla Torah. Si pensi a quante risorse vengono dedicate dalle comunità alle giornate della &#8220;cultura&#8221; o della &#8220;shoah&#8221;. Sono tutte cose importanti, soprattutto nel nostro rapporto con l&#8217;esterno, ma rischiano di far perdere di vista ciò che invece deve essere centrale e prioritario.<br />
Inoltre nessuno può studiare tutto, ammesso che lo desideri. Alcuni temi e alcuni testi, benché fondamentali rischiano di essere trascurati. Per questo è opportuno talvolta attirare l&#8217;attenzione di tutti su un argomento specifico. E&#8217; quello che si è fatto ora sollevando un problema essenziale, quello della responsabilità di ognuno nei confronti degli altri. Una società che si disgrega, dove ognuno si isola e si fa i fatti suoi, che sia apparentemente ultra ortodosso o &#8220;ultralaico&#8221; è ben lontana da qualsiasi ideale ebraico. Si cerchi allora di capire con lo studio quali siano le indicazioni tradizionali con cui misurarsi.<br />
Altre comunità europee, come quella francese, hanno realizzato da anni con successo l&#8217;iniziativa del giorno della Torah. Noi stiamo iniziando ora e ci auguriamo il successo, con la partecipazione anche critica di molti.<br />
Vi aspettiamo con il vostro contributo  di curiosità e di entusiasmo.</p>
<p>Rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma twitter @raviologist</p>
<p>Tutte le informazioni e gli aggiornamenti su: www.yomhatorah.it</p>
<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/yomhatoraapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/yomhatoraapp.jpg" alt="" title="yomhatoraapp" width="1024" height="683" class="alignright size-full wp-image-355" /></a></p>
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		<title>Ron Leshem e quell’incontro mancato</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 14:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/leshemapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/leshemapp-300x200.jpg" alt="" title="leshemapp" width="300" height="200" class="alignright size-medium wp-image-351" /></a>Doveva essere uno degli incontri più significativi del Salone del libro di Torino. Un momento simbolico, carico di nuove possibilità di dialogo. Ma alla fine le ragioni della politica hanno avuto la meglio. L’incontro fra lo scrittore israeliano Ron Leshem&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/leshemapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/leshemapp-300x200.jpg" alt="" title="leshemapp" width="300" height="200" class="alignright size-medium wp-image-351" /></a>Doveva essere uno degli incontri più significativi del Salone del libro di Torino. Un momento simbolico, carico di nuove possibilità di dialogo. Ma alla fine le ragioni della politica hanno avuto la meglio. L’incontro fra lo scrittore israeliano Ron Leshem e l’iraniano Mahmoud Doulatabadi, in programma stamattina, è dunque saltato. E i due autori hanno incontrato il pubblico ciascuno per suo conto. Un vero peccato, soprattutto alla luce di Leshem, Underground Bazar (Cargo editore), dedicato proprio all’incontro con il mondo iraniano.<br />
“Attendevo con grande interesse quest’incontro con Doulatabadi, ma sapevo che sarebbe stato molto difficile realizzarlo”, dice Ron Leshem. “Non mi stupisce però che l’appuntamento sia saltato: per gli iraniani incontrare un israeliano può essere molto pericoloso – continua – Anche nei giorni della riforma del presidente Katami sono stati uccisi dalla polizia segreta più di cento giornalisti, scrittori, traduttori, editori. E il mondo è rimasto in silenzio. Per questo iraniani e israeliani non s’incontrano mai in pubblico. Ed è un peccato perché si elimina così un’opportunità preziosa di dialogo”.<br />
“Le somiglianze tra i nostri popoli sono più profonde delle differenze. E questa somiglianza è bella e terribile al tempo stesso” ha ricordato lo scrittore nell’incontro condotto da Farian Sabahi. “Sono molto attratto dalle cose vietate – ha continuato – Così mi sono chiesto cos’avrei fatto io in una situazione quale quella iraniana. Volevo anche capire in che modo un giovane si arrende a un credo religioso, come si vive in un paese in cui c’è un regime. Ed è una questione politica, prima che religiosa. Un tema che riguarda non solo l’Iran o Israele ma molti altri paesi. Quella storia in qualche modo mi ha trovato e l’ho scritta insieme agli iraniani che poi sono diventati miei amici. Anche se non è una storia dell’Iran ma una storia d’amore che coinvolge i giovani iraniani”.<br />
Quanto alle analogie fra i due paesi, Leshem ha sottolineato come tanti ragazzi iraniani si trovino oggi a vivere in un mondo di illusioni, alimentato da internet (è vero che lì c’è la censura, ma i ragazzi sanno bene come fare a evitarla). “Io vivo a Tel Aviv, che è un’isola di liberalismo con club, discoteche, bar, la spiaggia in cui si può girare nudi. Ma chi sta lì spesso non s’interessa del contesto più generale: vive in questa bolla di libertà, in una realtà di sesso, droga e rock’n roll, senza più la speranza di poter cambiare le cose”.<br />
Infine le minacce di guerra. “Non credo ci sia un pericolo incombente. Mi spaventa di più il fatto che dall’altra parte del confine ci siano donne lapidate a morte per adulterio o persone picchiate e uccise per la strada per presunti comportamenti immorali. Il mio nemico, in realtà, è la politica basata sulla religione”.</p>
<p>Daniela Gross twitter @dgrossmoked </p>
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		<title>Roma &#8211; A posto le pietre della Memoria</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 14:13:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/inciampoapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/inciampoapp-300x225.jpg" alt="" title="inciampo app" width="300" height="225" class="alignright size-medium wp-image-347" /></a>Sono tornate nella loro collocazione originaria le pietre d&#8217;inciampo in ricordo delle sorelle Graziella, Letizia ed Elvira Spizzichino barbaramente divelte a poche ore dalla loro apposizione lo scorso 12 gennaio. La cerimonia di riposizionamento delle stolpersteine, efficace incontro tra Memoria&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/inciampoapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/inciampoapp-300x225.jpg" alt="" title="inciampo app" width="300" height="225" class="alignright size-medium wp-image-347" /></a>Sono tornate nella loro collocazione originaria le pietre d&#8217;inciampo in ricordo delle sorelle Graziella, Letizia ed Elvira Spizzichino barbaramente divelte a poche ore dalla loro apposizione lo scorso 12 gennaio. La cerimonia di riposizionamento delle stolpersteine, efficace incontro tra Memoria e arte opera dell&#8217;artista tedesco Gunter Demnig, si è svolta questa mattina in via Santa Maria in Monticelli di fronte al civico 67, da dove le tre donne, allora giovanissime, furono deportate verso i Campi di Bergen Belsen (Graziella e Letizia) e Auschwitz (Elvira). Tra la piccola folla di giornalisti, familiari e curiosi radunatasi attorno agli operatori del Comune anche la curatrice del progetto &#8216;Pietre d&#8217;inciampo a Roma&#8217; Adachiara Zevi. </p>
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		<title>L&#8217;eredità di Netanyahu</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 19:11:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/Benzion-41.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/Benzion-41-300x200.jpg" alt="" title="Benzion-41" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-343" /></a>Da lungo tempo circolava in Israele la malignità che Bibi Netanyahu è succube politicamente di due persone: il padre Ben Zion (nell&#8217;immagine), e la moglie Sara. Il padre, che è morto questa settimana all’età di 102 anni, è stato un&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/Benzion-41.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/05/Benzion-41-300x200.jpg" alt="" title="Benzion-41" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-343" /></a>Da lungo tempo circolava in Israele la malignità che Bibi Netanyahu è succube politicamente di due persone: il padre Ben Zion (nell&#8217;immagine), e la moglie Sara. Il padre, che è morto questa settimana all’età di 102 anni, è stato un noto storico, specialista dell’ebraismo iberico durante il periodo dell’inquisizione, ma anche segretario del capo del movimento revisionista Zeev Jabotinsky negli anni ’30. Ben Zion Netanyahu è stato fiero e coerente oppositore del piano delle Nazioni Unite di spartizione della Palestina in uno Stato ebraico e uno Stato arabo al termine del Mandato britannico; esponente certo molto colto e articolato della vecchia scuola storiografica ebraica, ma anche di quella certa visione negativista del mondo che non lascia alcuna speranza alla trattativa col nemico e che alla fine intravvede solamente un cosmico confronto fra le forze del bene e del male, e la morte inevitabile. Di tutti. In confronto alle idee espresse dall’anziano padre, Bibi – che alcuni considerano troppo di destra – poteva apparire come un attivista di sinistra. Non è dato sapere quanto nella recente retorica di Bibi – coi suoi frequenti richiami alla Shoah e alla persecuzione perenne del popolo ebraico – sia stato farina del suo sacco, e quanto sia stato invece detto per istintiva metabolizzazione dei messaggi paterni, o forse perfino per offrire alcuni momenti di conforto al vecchio, amato, e declinante genitore. Ora che il babbo non c’è più, resta da vedere se Bibi vorrà radicalizzare ancora di più i suoi messaggi, sostituendosi in un certo senso alla figura del padre; o se – finalmente liberato dall’incombente figura – preferirà la via opaca del pragmatismo politico a quella immacolata dell’ideologia pura. L’influenza di Sara, intanto, continua.</p>
<p><strong>Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme</strong></p>
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		<title>Qui Ferrara &#8211; Realtà, percezione e duro confronto</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 14:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/dibattitoferraraapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/dibattitoferraraapp-300x200.jpg" alt="" title="dibattitoferraraapp" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-329" /></a>Realtà dell’ebraismo italiano, percezione del mondo ebraico nei media, Israele. Si è snodato attorno a questi temi l’incontro sulle questioni ebraiche che ieri, nella seconda giornata della Festa del libro ebraico a Ferrara, ha riempito di folla il cortile d’onore&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/dibattitoferraraapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/dibattitoferraraapp-300x200.jpg" alt="" title="dibattitoferraraapp" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-329" /></a>Realtà dell’ebraismo italiano, percezione del mondo ebraico nei media, Israele. Si è snodato attorno a questi temi l’incontro sulle questioni ebraiche che ieri, nella seconda giornata della Festa del libro ebraico a Ferrara, ha riempito di folla il cortile d’onore del Castello estense. Stefano Jesurum (Corriere della sera), Enrico Mentana (La 7), Sergio Romano (editorialista Corriere della sera) e Riccardo Calimani (presidente della Fondazione Meis) ne hanno discusso in un dibattito moderato dal giornalista Guido Vitale, coordinatore dei dipartimenti Informazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Un appuntamento affollato di pubblico che ha rilanciato in un confronto sempre corretto, ma a tratti molto aspro, questioni di grande rilievo.<br />
Vitale ha esordito senza fare sconti e mettendo impietosamente in fila una impressionante e ossessiva serie di affermazioni tratte dagli stessi scritti dell&#8217;ambasciatore Romano. &#8220;Gli ebrei &#8211; ha detto &#8211; a suo dire sarebbero importanti, perché stanno sempre sul giornale; sarebbero influenti, tanto da intimidire la Chiesa cattolica e fermare i processi di canonizzazione; sarebbero ricchi, anche grazie agli indennizzi che seguirono la Shoah; sarebbero dinamici, perché gestirebbero i mestieri più innovativi; sarebbero autorevoli, perché dispongono di una inquisizione autorizzata a controllare il tasso di antisemitismo e sarebbero privilegiati, perché godono vantaggi spinti fino alle estreme conseguenze&#8221;. &#8220;Fin qui &#8211; ha ironizzato Vitale &#8211; per noi dunque solo buone notizie. Ma dove mi sembra di vedere un errore evidente è la sua concezione secondo la quale gli ebrei sarebbero anche unanimi. Le posso garantire, ambasciatore, che non è così. Il nostro è un mondo caratterizzato da un libero dibattito e da molte differenze interne&#8221;.<br />
Romano ha preferito evitare le domande rivoltegli, ripiegando invece sulle sue opinioni riguardo al conflitto mediorientale. &#8220;E&#8217; vero che critico spesso Israele e vorrei spiegarne il perché”. “Quando nacque – ha continuato – ci sembrava di essere davanti a un nuovo affascinante Risorgimento, ma oggi questa non è la stessa Israele&#8221;. Romano ha quindi rimarcato un certo “disagio davanti a un Israele in cui non è mai cessata l’espansione coloniale” e che oggi gli sembra proporsi come “una democrazia solo quanto lo era la Gran Bretagna coloniale”.<br />
Immediata e chiara la reazione degli altri relatori. “Non si può risolvere la questione del Medio Oriente in una battuta – ha detto Riccardo Calimani &#8211; né confondere governo, stato e popolo&#8221; è facile attaccare Israele ma ci sarebbero tante cose da dire anche sul resto del mondo, per esempio la Siria&#8221;. &#8220;Oggi – ha detto Stefano Jesurum &#8211; dimostriamo di nuovo dove sta l&#8217;errore, siamo qui per parlare d&#8217;ebraismo e parliamo di Medio oriente e di Stati mentre in realtà di Medio Oriente sappiamo poco e sappiamo pochissimo di Israele e quasi nulla di ebraismo&#8221;. “Israele – ha concluso – è uno stato democratico, uno stato bizzarro in cui non c’è la Costituzione e dove le leggi religiose influenzano in parte quelle civili ma dove un forte pragmatismo fa sì che si sia all’avanguardia in tanti campi”.<br />
Quanto alla percezione distorta del mondo ebraico da parte di giornali e televisioni, Vitale ha ricordato come alla base di una pericolosa e strumentale sovraesposizione “vi sia un sistema aperto di pensiero e una serie di contraddizioni che vengono utilizzate per fare audience”. “Non è vero che sui media si parla troppo di Israele e di ebrei – ha replicato Enrico Mentana &#8211; c&#8217;è invece un’ipersensibilità delle comunità ebraiche su questi temi”. Quanto al presunto “Risorgimento mancato” d’Israele citato da Romano, ha chiarito, “forse il progresso verso la democrazia non è stato rettilineo, ma l’evoluzione degli stati non è sempre lineare” e certo nel contesto di Israele ha pesato la schiacciante minaccia dello scenario politico e storico circostante.<br />
Altrettanto difficile appare raccontare la realtà ebraica italiana. “L’ebraismo italiano – ha affermato Jesurum – è piccolo, conta poco ed è estremamente contraddittorio e ciò non gioca a favore di una corretta rappresentazione. Inoltre non si deve dimenticare che l’Italia è forse il paese che meno ha fatto i conti con il suo passato. Anche per questo è necessario venga colto appieno il paradigma di una comunità ebraica che è in grado di integrarsi molto bene nella società”.<br />
Non sono mancati infine gli accenni al tema della Memoria. Vitale ha domandato ragione a Romano della sua affermazione riferita agli indennizzi che seguirono la Shoah secondo cui &#8220;oggi, apparentemente, la &#8216;giustizia&#8217; conta più della politica&#8221;. L&#8217;ambasciatore si è affrettato a specificare che il suo bersaglio non era la giustizia, ma il sistema giudiziario continuando a insistere su una sorta di “vittimismo” da parte ebraica. Calimani: “ciò che accadde in Europa ha traumatizzato il popolo ebraico, e di ciò gli ebrei non possono essere colpevolizzati”.<br />
 A suggellare infine l’incontro, lo spunto di Mentana: “L’ebraismo è una declinazione bellissima della cultura occidentale e italiana. Cerchiamo d’ora in poi di concentrarci e di lavorare su questo aspetto”.<br />
 La Festa del libro ebraico prosegue oggi con una serie di appuntamenti di grande interesse. Ad aprire la mattinata, un incontro al ridotto del Teatro comunale dedicato al medico ferrarese Elia Rossi Bey cui ha partecipato fra gli altri il presidente dell&#8217;Associazione medici ebrei e Consigliere UCEI Giorgio Mortara.</p>
<p><strong>Daniela Gross</strong> <em>twitter @dgrossmoked </em></p>
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		<title>25 aprile &#8211; Milano in festa, tra Liberazione e Indipendenza</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 12:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/25aprileapp.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/25aprileapp-300x224.jpg" alt="" title="25aprileapp" width="300" height="224" class="alignnone size-medium wp-image-324" /></a>Ritrovarsi in quel mare di gente variopinta non è stato facile. C’erano tante persone, tante bandiere, musica a tutto volume e folklore. Ma alla fine la missione è andata a segno: davanti ai Giardini pubblici di via Palestro, sotto il gonfalone dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, si sono raccolti tanti rappresentanti dell’UCEI e della Comunità di Milano, i ragazzi dei movimenti giovanili, Hashomer Hatzair e Benè Akiva, numerosi leader degli enti ebraici milanesi, semplici iscritti. Tutti insieme per partecipare alla Festa della Liberazione, riportando alla luce una storia quasi dimenticata, quella della medaglia d&#8217;oro al valor civile conferita all’Unione per i suoi meriti durante gli anni difficili della persecuzione e dell’occupazione nazifascista. Una storia uscita dalla soffitta dei ricordi grazie al direttore della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea Michele Sarfatti, come è stato ricordato dal vicepresidente UCEI Anselmo Calò durante il corteo, cui hanno partecipato entrambi. Insieme a loro l’assessore UCEI Giorgio Mortara e i consiglieri Riccardo Hoffman e Annie Sacerdoti, il direttore del Dipartimento educazione e cultura rav Roberto Della Rocca (che nell&#8217;immagine sfila con gli altri sotto al gonfalone), il presidente della Comunità Roberto Jarach con tanti componenti del suo Consiglio, l’assessore comunale Ruggero Gabbai, il parlamentare e ex presidente della Comunità Emanuele Fiano. Pochi metri più in là sventolano le bandiere bianche e azzurre sopra lo striscione della Brigata ebraica, la gloriosa formazione che combatté per liberare la Penisola inquadrata nell’esercito alleato.<br />
In cammino verso piazza del Duomo, punto d’arrivo del corteo, la gente faceva la spola tra un gruppo e l’altro, chiacchierava, intonava canti (con grande entusiasmo dei giovani). A un certo punto, da un gruppo che sventola bandiere palestinesi e cartelloni in sostegno della flottilla si alza qualche espressione aggressiva, che però non scalfisce la festa, e non copre gli applausi che si levano al passaggio del gonfalone UCEI e delle bandiere della Brigata ebraica.<br />
Al termine della manifestazione, i discorsi delle autorità. Poi molti vanno via di corsa, c’è da preparare la festa per Yom HaAtzmaut, l’anniversario della nascita dello Stato d’Israele, che quest’anno, per una significativa coincidenza, cade proprio la sera del 25 aprile: una giornata di celebrazioni per l’ebraismo italiano, da un’Indipendenza all’altra. Una giornata di festa anche per il Portale dell’ebraismo moked.it, che ha inaugurato ieri la sua finestra live per permettere a tutti i lettori di seguire le dirette twitter sul sito. Neanche a farlo apposta, i lanci tra gli eventi di Milano, Roma e i contributi della redazione centrale sono stati proprio 25. In quella giornata, il numero perfetto.</p>
<p><strong>Rossella Tercatin </strong>- twitter @rtercatinmoked</p>
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		<title>OSE, 100 anni al servizio del prossimo</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 11:51:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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Un’avvincente storia di assistenza, generosità e Memoria. L’Organizzazione Ebraica di Assistenza Sanitaria, ente no profit internazionale fondato a San Pietroburgo nel 1912 e con sede anche a Roma, celebra in questi giorni cento anni di attività con una mostra&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/oseitalia.jpg"><img src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/oseitalia-300x224.jpg" alt="" title="oseitalia" width="300" height="224" class="alignnone size-medium wp-image-320" /></a><br />
Un’avvincente storia di assistenza, generosità e Memoria. L’Organizzazione Ebraica di Assistenza Sanitaria, ente no profit internazionale fondato a San Pietroburgo nel 1912 e con sede anche a Roma, celebra in questi giorni cento anni di attività con una mostra fotografica inaugurata ieri pomeriggio al Complesso di Vicolo del Valdina della Camera dei Deputati. Visitabile fino a venerdì 27 aprile (orario 10-18; le sale restano chiuse nei seguenti giorni: sabato 21, domenica 22 e mercoledì 25), la mostra si sofferma sui momenti più significativi della secolare vicenda dell’OSE in Italia e nel mondo. Tra gli amici che hanno voluto portare una testimonianza di saluto al taglio del nastro rosso dell’esposizione, che ha il patrocinio tra gli altri dell’Unione Europea, della Provincia di Roma, dell’Ospedale Israelitico della Capitale, di Summit, UCEI, CDEC, Associazione Medica Ebraica e Fondazione Museo della Shoah, il questore della Camera dei deputati Antonio Mazzocchi, il vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera Fiamma Nirenstein, il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, il professore Daniele Garrone e il giornalista Roberto Olla. Per l’occasione la dirigenza dell’OSE Italia ha deciso di ristampare una pubblicazione storica realizzata nel 1948 subito dopo la nascita dello Stato di Israele e appena due anni dopo l’inizio delle attività della sezione italia. Un documento prezioso e ricco di interventi autorevoli tra cui quelli di Boris Tschlenoff, presidente dell’Unione OSE dal 1924, del rabbino capo di Roma David Prato, di rav Dante Lattes, del fondatore e presidente dell’OSE Italia Raffaele Cantoni e del medico Arrigo Citone. “Ognuno dei testi di questo documento – spiega l’attuale presidente dell’OSE Italia Giorgio Sestieri – testimonia la frenetica attività, la determinazione e la fattiva opera dell’OSE al servizio dell’infanzia. Un esempio illuminato, un’azione che non può essere dimenticata e che costituisce le fondamenta per i cento anni di avvenire”. L’impegno dei padri dell’OSE prosegue infatti oggi tra i suoi eredi. “Oggi l’OSE – sottolinea ad esempio Sestieri – opera in campo sanitario con il Centro di Sostegno all’Apprendimento e allo sviluppo Edoardo Della Torre, che aiuta i bambini, fin dalla prima infanzia, a superare i problemi di linguaggio e apprendimento”. In zona Marconi è poi in funzione un nido per bambini da 18 a 36 mesi e nel corso dell’anno sarà inaugurato anche un micronido per la fascia di età da uno a tre anni con strutture e soluzioni all’avanguardia nel settore, in ambienti moderni, attrezzati, gestiti da personale esperto e qualificato. Una serie di opportunità cui, ricorda Sestieri, “le famiglie più bisognose potranno come sempre usufruire gratuitamente”.</p>
<p><strong>Dovere dell’assistenza</strong></p>
<p>Gli ebrei d’Italia non potranno mai dimenticare la manifestazione pratica di solidarietà che hanno avuto da parte dei loro fratelli d’oltre mare per la ricostruzione morale ed economica dell’Ebraismo italiano sortito mutilato, scosso, abbattuto dalle macerie materiali e morali della guerra. Questo generoso e quanto mai commovente aiuto porto prima dai baldi soldati della Brigata Ebraica e in seguito dalle grandi Istituzioni Assistenziali ha fatto vibrare fra noi una corda che da tempo sembraa non possedsse più vibrazioni; quella dell’Unità d’Israele.<br />
È questo uno di quei benefici che misteriosamente scaturiscono dai malefici della guerra. Essa devasta è vero, ma fa affiorare istinti che sembravano assopiti. Il prezzo è troppo grande in verità ma tuttavia è confortante poter constatare che c’è ancora da sperare nella bontà degli uomini. Senza questa spinta generosa dei fatelli ebrei, l’Ebraismo italiano non avrebbe potuto riaversi.<br />
Si trattava di un risanamento non solo economico ma anche morale. Occorreva soprattutto rifarsi da capo e provvedere energicamente al prossimo avvenire. Chi aveva sofferto più d’ogni altro, chi avrebbe risentito forse per tutta la vita delle disastrose conseguenze della guerra erano i bambini. Denutriti, trascurati, costretti i genitori a vivere per mesi e mesi sotto l’incubo della deportazione, generati e concepiti in circostanze per lo meno anormali, essi sarebbero stati destinati a una vita grama e satura di dolori.<br />
Una grande Istituzione è venuta in loro soccorso in tempo: l’OSE.<br />
Sostenete l’OSE e il sorriso dei nostri piccini da voi aiutati vi conquisterà la gratitudine dell’Eterno padre dei derelitti!</p>
<p><strong>Rav David Prato (Ose Italia 1948)</strong></p>
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		<title>Pesach e le regole per vivere insieme</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 08:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/Schermata-2012-04-02-a-10.53.40.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-303" title="Schermata 2012-04-02 a 10.53.40" src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/Schermata-2012-04-02-a-10.53.40-300x165.png" alt="" width="300" height="165" /></a></p>
<p>Non sempre la Scuola di Hillel assume una posizione più facilitante rispetto alla Scuola di Shammai nella Halakhah. La Mishnah (Yevamot 1,4; ‘Eduyyot 4,8) cita una particolare controversia matrimoniale fra le due scuole dalla quale risulta che i figli&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/Schermata-2012-04-02-a-10.53.40.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-303" title="Schermata 2012-04-02 a 10.53.40" src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/04/Schermata-2012-04-02-a-10.53.40-300x165.png" alt="" width="300" height="165" /></a></p>
<p>Non sempre la Scuola di Hillel assume una posizione più facilitante rispetto alla Scuola di Shammai nella Halakhah. La Mishnah (Yevamot 1,4; ‘Eduyyot 4,8) cita una particolare controversia matrimoniale fra le due scuole dalla quale risulta che i figli di un certo tipo di unione del tutto permessa secondo Beth Shammai erano addirittura considerati mamzerim (lett. “meticci”: sono i figli di unioni per le quali la Torah commina la pena divina del karèt, come l’incesto e l’adulterio; essi potranno sposarsi soltanto fra loro per tutte le generazioni successive) da Beth Hillel: si tratta di una situazione che avrebbe potuto dividere in due la discendenza d’Israel&#8230; La Mishnah in questione peraltro aggiunge che “sebbene (in quel dato caso) gli uni considerassero le donne permesse e gli altri le vietassero, cionondimeno non si astennero mai quelli della Scuola di Shammai dallo sposare donne che provenivano dalla Scuola di Hillel, e non si astennero mai quelli della Scuola di Hillel dallo sposare donne che provenivano dalla Scuola di Shammai”. La Ghemarah spiega che gli uni solevano sempre indicare agli altri quali donne potevano sposare in base ai rispettivi rigori, affinché non ci fossero problemi. In questo modo si arginava una situazione potenzialmente assai pericolosa per l’unità del nostro popolo. Conclude la stessa Mishnah: “E con tutti i casi di purità e impurità che gli uni dichiaravano puri e gli altri dichiaravano impuri, non si astennero mai (quelli di una Scuola) dal compiere cose pure con gli utensili degli altri”, senza timore di contravvenire ai propri principi. Così facendo applicavano il versetto: “Amate la verità e la pace” (Zac. 8,19). Pesach è l’occasione annuale in cui forse più emergono differenze di abitudine e di comportamento fra sefarditi e ashkenaziti, nel solco della Halakhah che è cara a tutti e in linea di principio resta unitaria. Rav Ovadiah Yossef (Resp. Yechawweh Da’at I, 10) cita la nostra Mishnah nel rispondere al quesito se è lecito per un negoziante vendere a clienti ashkenaziti cibi sui quali essi esercitano un rigore maggiore rispetto ai sefarditi, come il riso, i legumi e le cosiddette matzot ashirot (“azzime ricche” impastate con succo di frutta o vino, che gli ashkenaziti permettono durante Pesach solo per bambini, anziani e malati). Il rav ritiene che sia sufficiente in questo caso avvertire la clientela, tramite un avviso appeso all’ingresso del negozio, del fatto che i prodotti ivi venduti non tengono conto di quei rigori. A questo punto i clienti ashkenaziti sono consapevoli di ciò che acquistano e si può supporre che lo facciano a beneficio delle categorie esenti dal rigore. Il principio generale è il seguente. Abbiamo due persone con diverso grado di osservanza che chiameremo rispettivamente mattìr (“colui che permette”) e ossèr (“colui che proibisce”). Da un lato è vietato al padrone di casa mattìr nascondere all’ospite osser il fatto che sta portando a tavola un cibo proibito al secondo: deve rendergli noto quali cibi può mangiare in base al suo livello di osservanza e quali no, altrimenti trasgredisce il divieto: “non porre un inciampo di fronte al cieco” (Lev. 19,14). Una volta reso esplicito tale chiarimento, tuttavia, per tutto il resto l’ospite osser può affidarsi al padrone di casa mattìr senza timore di venir ingannato. In un ulteriore responso della stessa raccolta (V, 32) si affronta il problema di un ashkenazita invitato in una casa sefardita durante Pesach. La sua conclusione è che “è permesso agli ashkenaziti che usano proibire riso e legumi per Pesach intrattenersi a casa dei sefarditi che invece permettono questi alimenti. I primi possono mangiare le vivande che vengono loro offerte anche se sanno per certo che sono state cucinate in recipienti kasher le-Pesach adoperati anche per il riso e i legumi. “Amate la verità e la pace”, poiché quanto alla Torah “le sue vie sono vie di dolcezza e tutti i suoi corsi sono pace” (Prov. 3,17). Dai testi citati impariamo una lezione importante su come gestire in una Comunità la convivenza fra individui caratterizzati da diversi livelli di osservanza, purché siano tutti leciti in base allo Shulchan Arukh. Pesach è solo un esempio: è noto infatti che in molti casi la Halakhah concede gradi differenti di rigore nei confronti di una certa norma e ciò arricchisce il nostro patrimonio spirituale. Il mattir ha un problema di coscienza, mentre all’ossèr si pone un problema di fiducia. La regola numero uno, in questi casi, si chiama chiarezza. Non sono ammissibili da parte del mattir frasi del tipo: “Devi mangiare tutto quello che ti do e se non ti fidi mi offendo”. Ma una volta che sono state fornite tutte le spiegazioni del caso compete all’osser fidarsi dell’onestà e della buona fede di chi lo ospita. Egli riconoscerà a questo punto che la Halakhah ammette diversi gradi di osservanza e, senza timore di venir ingannato sui cibi, accetterà quelli che gli verranno offerti anche se preparati nelle stoviglie del mattir. Testimonianza dell’unità di fondo della Torah e salvaguardia dell’unità del nostro popolo!</p>
<p><strong>rav Alberto Moshe Somekh </strong></p>
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		<title>Chissà come siamo cambiati negli ultimi cinquant’anni</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 09:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/03/Schermata-2012-03-27-a-11.45.51.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-294" title="Schermata 2012-03-27 a 11.45.51" src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/03/Schermata-2012-03-27-a-11.45.51-300x289.png" alt="" width="300" height="289" /></a>Nel lontano 1964, l’Unione delle Comunità allora presieduta dal Giudice Sergio Piperno Beer, decise di accettare la proposta di Roberto Bachi, professore di statistica all’Università di Gerusalemme, di intraprendere una ricerca sistematica sulle caratteristiche demografiche, socioeconomiche e religiose-identitarie degli ebrei&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/03/Schermata-2012-03-27-a-11.45.51.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-294" title="Schermata 2012-03-27 a 11.45.51" src="http://moked.it/paginebraiche/files/2012/03/Schermata-2012-03-27-a-11.45.51-300x289.png" alt="" width="300" height="289" /></a>Nel lontano 1964, l’Unione delle Comunità allora presieduta dal Giudice Sergio Piperno Beer, decise di accettare la proposta di Roberto Bachi, professore di statistica all’Università di Gerusalemme, di intraprendere una ricerca sistematica sulle caratteristiche demografiche, socioeconomiche e religiose-identitarie degli ebrei in Italia. Si trattava per la prima volta di creare una grande base di dati destinata a illustrare il profilo di una comunità duramente colpita dalla seconda guerra mondiale e dalla Shoah, e già allora al centro di importanti trasformazioni sociali e culturali legate a una cospicua immigrazione ebraica in Italia da diversi paesi mediterranei ed europei. Per compiere l’indagine Bachi aveva individuato due giovani, Franco Sabatello, studente di economia all’Università di Roma e prematuramente scomparso nel 1995, e il sottoscritto, studente di scienze politiche all’università di Pavia – entrambi attivi nella Fgei, desiderosi di sviluppare una migliore conoscenza dell’ebraismo italiano, e motivati a contribuire a un miglior funzionamento delle sue istituzioni. Entrambi poi, subito dopo il completamento dello studio che costituiva la base delle rispettive tesi di laurea, sarebbero andati a vivere in Israele. Stabilito che sarebbe stato intervistato un campione del 25 per cento di tutte le famiglie iscritte nei registri comunitari, i due giovani ricercatori si recarono in tutte le città d’Italia sedi di comunità per estrarre il campione delle famiglie da contattare. Le Comunità italiane contavano allora 29 mila 184 iscritti (oggi sono poco più di 25 mila). Ricordo che in una piccola Comunità del nord Italia, il rabbino capo locale – un maestro oggi anziano e pensionato ma ancora attivo e molto apprezzato – stava in piedi accanto a me mentre io selezionavo il campione rappresentativo delle famiglie da intervistare. La procedura era del tutto aleatoria e molto semplice. Si trattava di estrarre a sorte un numero da 1 a 4, e poi di procedere a scegliere sistematicamente una famiglia ogni quattro (il 25 per cento) partendo da quella del numero precelto. Mentre annotavo i nomi e gli indirizzi delle unità familiari campionate, il rabbino sorrideva e scuoteva la testa insoddisfatto: “Ma no, questo qui non si vede mai al tempio; quest’altro poi non vuole mai pagare le tasse; ma come si fa a scegliere questa vecchia signora che è antipaticissima. Ma perché non sceglie invece questo qui che è una bravissima persona; oppure il presidente della nostra Comunità che le darà tutte le informazioni del caso. Loro sí che sono rappresentativi”. Io invano cercavo di spiegare che la “rappresentatività” statistica derivava proprio dalla completa cecità o aleatorietà della scelta, e non da una selezione meditata di quelle che a prima vista potevano sembrare “le persone più rappresentative”. È solo cosí infatti che, sempre che il campione totale scelto abbia una cosistenza numerica sufficiente, potrà emergere il profilo reale della popolazione investigata senza deformazioni determinate a priori dal giudizio del ricercatore. Nella primavera del 1965 il questionario d’indagine fu inviato per posta a 3 mila 94 famiglie selezionate aleatoriamente. Di queste, 111 risultavano non più esistenti a causa di decesso, emigrazione, o duplicazione, e 1.243 risposero per posta. Le caratteristiche delle persone che rispondono per posta, notoriamente, sono molto selettive e non rappresentano necessariamente le caratteristiche della popolazione non rispondente. Furono così intervistate direttamente altre 553 famiglie. Tra le rimanenti 1.147 famiglie che non avevano ancora risposto, fu estratto un sottocampione di una famiglia su quattro, ossia 287 famiglie, e di queste 100 furono intervistate direttamente, mentre per le rimanenti 187 furono ottenuti i dati anagrafici disponibili presso le varie comunità. I dati del sottocampione di 287 famiglie venivano poi moltiplicati per quattro, onde restituirli al loro effettivo peso rispetto al campione originale. Dall’indagine risultavano viventi in Italia 30 mila 644 ebrei facenti parte di famiglie reperite attraverso i registri delle diverse comunità. Di queste famiglie facevano parte anche 4 mila 488 membri non ebrei. Inoltre si poteva valutare a circa 1.400 il numero degli ebrei non iscritti a una Comunità e a 1.362 il numero dei non ebrei nelle rispettive unità familiari. Si poteva cosí srimare l’esistenza di una “popolazione ebraica allargata” di circa 37 mila 850 persone, inclusiva di ebrei iscritti e non iscritti e dei rispettivi familiari non ebrei. Si trattava beninteso di un ebraismo italiano molto variegato nelle sue articolazioni di geografia e di dimensione comunitaria, fra Roma, Milano, le sei Comunità medie di Torino, Firenze, Trieste, Venezia, Genova e Livorno, e le altre Comunità più piccole, ma anche fra i diversi gruppi di origine: romani di Roma, italiani di vecchia data, immigrati dal bacino mediterraneo e Medio Oriente, e di origine centro-est europea. Prevedibilmente risultavano molto diversi i livelli socioeconomici delle diverse fasce dell’ebraismo italiano, e in parte legati a questi, i comportamenti riguardanti l’identità ebraica e la pratica religiosa. Emergevano tutte le tipologie possibili di ebraismo, e fra queste anche una certa sovversività molto creativa e italiana di fronte al possibile (anche se concettualmente assai povero) continuum fra conformità alle regole e assimilazione. Per esempio, alla domanda seguente: “Durante la festività di Pesach, voi a casa consumate: solamente azzime; solamente pane lievitato; sia azzime sia pane lievitato”, un anonimo signore rispose per posta: “A Pesach noi consumiano solamente crackers”. È passato quasi mezzo secolo dall’indagine del 1965, e ora sotto la direzione di Enzo Campelli, assistito da un comitato di esperti, sta per incominciare una nuova grande indagine rappresentativa sulle caratteristiche demografiche, socioeconomiche e identitarie dell’ebraismo italiano. Ci auguriamo che il pubblico partecipi di buon grado a questa importante iniziativa che si propone nuovamente di unire la necessaria esplorazione conoscitiva a degli obiettivi di pianificazione comunitaria. Per assicurare il benessere dei membri delle Comunità è necessario capire le loro esigenze, le loro preoccupazioni, la loro valutazione dell’efficienza dei servizi esistenti, e il loro accesso a tali servizi. Viviamo in un periodo di inquietudine non solo per il deteriorarsi della situazione economica in Italia e nei paesi europei, ma anche per quella diffusa atmosfera di ignoranza/allusione/ ostilità/doppio standard che spesso aleggia attorno alle cose ebraiche e alle persone che vi sono coinvolte. Di fronte a queste tendenze è importante conoscersi per meglio sviluppare strumenti di risposta attraverso lo studio, la documentazione, la comunicazione, e l’intervento pubblico. Quello che ci accingiamo a studiare è un ebraismo italiano ridotto numericamente rispetto a quello del 1965, nonostante le numerose immigrazioni verso l’Italia nei decenni intercorsi – dalla Libia, dall’Iran, e da molti altri paesi. Evidentemente il sistema Italia non ha avuto la capacità economica di trattenere presso di sé molti di questi nuovi arrivati, mentre senza dubbio molti altri, nati e cresciuti in Italia, hanno preferito cercare il loro futuro in Israele e altrove. Un altro fattore di erosione è stato senza dubbio l’assimilazione e la conseguente crescita dei matrimoni eterogamici che hanno causato la perdita di una parte della potenziale nuova generazione. Ed esiste oggi una dinamica di scissionismo ideologico interno superiore a quella esistente in passato. Ma va anche riconosciuto che l’ebraismo italiano di oggi è più istruito di quello di allora, possiede migliori strumenti di comunicazione e di diffusione delle proprie idee, ha migliori capacità di difendere i propri interessi, e dispone di molte solide amicizie negli ambienti italiani non ebraici. A tutti sarà utile sapere, con trasparenza e senza timore, quanti e chi siamo oggi.</p>
<p><strong>Sergio Della Pergola, Università ebraica di Gerusalemme</strong></p>
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