Monika Bulaj, immagini dal mondo ebraico

Il viaggio di Monika Bulaj nel mondo ebraico inizia tanti anni fa nel piccolo villaggio di Warka, a pochi chilometri da Varsavia, quando la bambina affonda le mani tra la neve. Ne ricava un tesoro di pietruzze frantumate che recano istoriati favolosi leoni, mani, uccelli e misteriosi geroglifici. Sono tutto ciò che rimane del cimitero ebraico, l’ultima testimonianza di quegli uomini e donne che prima della seconda guerra mondiale popolavano le case e le vie dello shtetl. E’ da quei poveri resti, che i bambini oggi percorrono con la slitta e gli sci, che nasce la lunga e appassionata ricerca di Monika Bulaj, fotografa di origine polacca, scrittrice documentarista (l’ultimo suo libro, “Genti di Dio” edito da Frassinelli) che da anni si dedica alle minoranze e alle fedi estreme, lontane, remote irraggiungibili, sulle sopravvivenze dell’ebraismo nell’Europa orientale.
Questa straordinaria avventura è raccontata ora, per la prima volta in un’unica mostra, al Museo ebraico “Carlo e Vera Wagner” di via del Monte 7 di Trieste, ne “Il viaggio di Elia –l’arcipelago ebraico dalla Mitteleuropea alle terre dell’Islam”. Attraverso 40 stampe di grande formato e un bel documento audiovisivo, Monika Bulaj ci immerge nella galassia dispersa del mondo ebraico dalla Polonia alla Bielorussia, da Vilna al Caucaso, da Costantinopoli all’Anatolia, da Teheran a Israele. E’ un incontro sorprendente con tradizioni e volti antichi, tribù dimenticate, eretici, danze estatiche, bimbi sorridenti e vuoti terribili sulle tracce del più ramingo dei profeti.
Monika Bulaj, perché quest’attenzione al mondo ebraico?
E’ stata una mia necessità di riscoperta. Appartengo a una generazione che non ha avuto nessuno stretto contatto con il mondo ebraico. E’ un tema su cui in Polonia dopo la seconda guerra è sceso un profondo silenzio accompagnato dalla sensazione di un vuoto immenso. Per noi l’ebraismo era un tabù e al tempo stesso un’attrazione molto forte perché l’ebraismo è alla base della cultura polacca, delle nostre leggende, della musica, della storia, della letteratura. Il quartiere di Mea Shearim a Gerusalemme, ad esempio, è un colpo al cuore per tanti di noi. Lì rivediamo le case dei nostri villaggi, la stessa ristrettezza dei vicoli e le decine e decine di spazi destinati allo studio e alla preghiera.
In Polonia il tema ebraico è ancor oggi piuttosto delicato.
Rimane una questione non risolta. Basti pensare alla storia terribile del massacro di Jedwabne, dove un intero villaggio ebraico fu massacrato dai vicini, che a lungo non è stata affrontata o alla grande ondata di antisemitismo del ‘68 che vide intere comunità, profondamente integrate nella nostra storia e nella nostra cultura, costrette a emigrare in Israele. In Polonia permane una consapevolezza antisemita viscerale, alimentata dalla Chiesa, che ancor oggi accomuna ceti molto diversi.
Cosa racconta il suo viaggio fotografico?
La ricerca parte da Warka, il villaggio di mia nonna in cui da piccola trascorrevo l’estate e dalla memoria dei suoi ebrei e della sua dinastia chassidica, ormai estinta. Si allarga al resto della Polonia e prosegue in Bielorussia, Lituania, Ucraina, Bucovina, Serbia e Turchia per poi spingersi in Anatolia, Iran e Israele. Ho incontrato gli ultimi ebrei che vivono ad Antiochia e gli eredi dell’antica comunità babilonese e poi i sopravvissuti di Tchernowitz, i sefarditi di Istanbul e i seguaci di Sabbatai Zvi, in bilico tra mistica ebraica e sufi.
Uno degli incontri più coinvolgenti?
Forse quello con gli “ebrei della montagna”, una tribù del Caucaso che parla l’antica lingua persiana e oggi è in via di emigrazione verso Israele. Si considera portatrice di un ebraismo antico e autentico. In realtà hanno assorbito moltissimi elementi dai loro vicini musulmani fino ad assumere una fisionomia così diversa che gli stessi nazisti hanno esitato a sterminarli.
Le sue foto parlano di un mondo lontano, estremo.
Ho cercato di ritrarre la grande complessità del mondo ebraico, anche nelle sue forme estreme ed eretiche, nello sforzo di ricostruire qualcosa che è scomparso dal mio mondo. Vi ho ritrovato un tratto comune alle altre religioni del Libro su cui ho lavorato: un elemento arcaico che ci vive accanto e nutre la nostra sensibilità.
La mostra è aperta fino al 19 aprile lunedì, mercoledì, venerdì e domenica dalle 10 alle 13. Martedì dalle 16 alle 19. Informazioni allo 040 633819.
Daniela Gross

Commenti disattivati.