Il novecento

IL NOVECENTO TRIESTE PORTA DI SION

Tra Ottocento e Novecento la città registra un flusso costante di ebrei in fuga dai pogrom dell’Europa orientale e della Russia e diretti in Palestina o nelle Americhe. Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale è proprio Trieste il principale porto d’imbarco per Israele, tanto da vantare il titolo di “Shaar Zion”, “Porta di Sion”. Già sul finire dell’Ottocento i fratelli Cosulich edificano a Servola, per assistere gli emigranti in attesa del visto di transito, un ospizio che oggi funziona come scuola. Dal 1908 è attivo un Comitato pro emigranti ebrei, che si mobilita anche nella raccolta di fondi a sostegno dei profughi, fra cui vi sono tanti giovani pionieri sionisti. E con l’aumento dell’emigrazione le forme di aiuto da parte della Comunità si moltiplicano. Nel 1920 in via del Monte 7 s’istituisce il “Misrad”, un vero e proprio Comitato d’assistenza agli emigranti ebrei, affiancato da un Patronato per i sussidi in denaro, alloggio, vitto o vestiario ai più bisognosi.

L’antico ospedale israelitico, sul modello di quello di Servola, viene anch’esso trasformato in ospizio. La costante presenza a Trieste di ebrei stranieri rende la Comunità più sensibile al tema dell’antisemitismo rispetto i correligionari italiani e ha l’effetto di stimolare lo sviluppo di un Gruppo sionista locale.

Sorto nel 1904, svolgerà un ruolo determinante nella salvezza di tanti ebrei europei negli anni del regime nazista, quando l’afflusso di profughi dalla Germania e dall’est si farà molto più intenso. Fra il 1938 e il 1940 il gruppo riuscirà a mandare in Palestina, sulle navi del Lloyd triestino, 504 ebrei italiani (il 10 per cento degli ebrei fuggiti in quegli anni) e 200 mila profughi da tutta l’Europa dell’est. IRREDENTISMO E SIONISMO Il primo scorcio del Novecento vede la Comunità ebraica pienamente integrata nel tessuto sociale, economico e culturale della città. Rispetto agli altri territori dell’impero asburgico, dove l’antisemitismo è ben diffuso, Trieste vive una realtà privilegiata di tolleranza.

Al suo interno si ripercuotono però i fermenti e le lotte nazionali che negli anni antecedenti la prima guerra mondiale contraddistinguono queste terre di confine. Accanto alla componente sefardita (di origine spagnola), ashkenazita (di origine tedesca o polacca) e a quella corfiota, vi è infatti una presenza veneto-italiana che spesso prende le distanze dall’appartenenza religiosa in favore dell’educazione laica, dell’assimilazione e dell’adesione al modello nazionale e culturale italiano.

Da Trieste si guarda infatti all’Italia come al luogo in cui gli ebrei hanno raggiunto una piena parità di diritti. In termini politici ciò si traduce nella militanza a favore della causa irredentista, tra le fila del partito liberal nazionale. Tra i leader più noti del movimento, vi sono Giacomo e Felice Venezian, Camillo Ara e Teodoro Mayer, fondatore nel 1881 del quotidiano “Il Piccolo”, ancora oggi il principale quotidiano di Trieste. Alcuni giovani ebrei triestini cadranno nella prima guerra mondiale come volontari nell’esercito italiano. Ma l’impegno politico dell’ebraismo non si esaurisce nel campo liberal nazionale. Fra tutti vale la pena di ricordare Angelo Vivante, direttore del quotidiano socialista “Il lavoratore” e critico agguerrito dell’irredentismo.

E’ poi incisivo anche l’influsso del locale gruppo sionista, sorto intorno al “Corriere israelitico”, primo periodico sionista in lingua italiana che si schiera a favore di Teodoro Herzl, il fondatore del sionismo politico considerando irrinunciabile per gli ebrei l’emigrazione in Palestina e la costruzione di un nuovo Stato ebraico. A tale orientamento contribuisce senz’altro in modo decisivo il flusso sempre più consistente di profughi che, con il montare dell’antisemitismo nel centro ed est Europa, emigrano verso la Palestina o le Americhe.

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