Il settecento

IL SETTECENTO IL PORTO FRANCO E LA FIORITURA DELLA NAZIONE EBRAICA

La proclamazione del porto franco di Trieste nel 1719, a opera di Carlo VI d’Asburgo, porta con sé privilegi e libertà per tutte le nazionalità e le confessioni religiose. Il fiorire dei traffici e dei commerci s’accompagna a un incremento demografico che attraversa anche il nucleo ebraico, destinato ben presto ad assumere un ruolo centrale nelle fortune dell’emporio cosmopolita.

Nel 1746 gli ebrei triestini sentono dunque la necessità di dare vita a una vera e propria Comunità basata su alcune regole. Tali norme confluiscono in una serie di statuti che via via aggiornano i termini di tale convivenza all’aumento costante dei residenti e al mutare del clima politico. Solo due anni più tardi s’inaugura la prima Sinagoga, la Schola n. 1 o Schola piccola, di rito tedesco. Realizzata all’angolo tra la Contrada delle Beccherie e la Contrada delle scuole ebraiche, proprio dove si trova una delle porte del ghetto, sostituisce le sinagoghe private delle singole famiglie in uso fino allora.

Intanto l’imperatrice Maria Teresa per favorire la politica economica dello stato mette da parte l’ostilità personale verso gli ebrei che si esprime invece nel resto dell’Austria Ungheria. Vedono così la luce alcuni decreti specifici tra cui quello che, nell’agosto del 1753, permette a un gruppo di ebrei triestini benestanti di risiedere fuori del ghetto.

Nel 1771 Maria Teresa concede infine agli ebrei di Trieste due Patenti sovrane, veri e propri regolamenti che prevedono, tra l’altro, l’esenzione dall’obbligo di indossare il segno giallo distintivo e l’abolizione della tassa speciale sulla persona (Leibsteuer), che doveva essere pagata da ogni ebreo per entrare in un’altra città. La copia originale in pergamena dello Statuto di Maria Teresa, munita della sua firma autografa, del sigillo imperiale e di una sontuosa rilegatura in velluto rosso, è ora conservata al Museo ebraico Carlo e Vera Wagner. La salvezza del prezioso documento dalle razzie dell’occupazione nazista si deve al vescovo Antonio Santin, cui il documento era stato affidato.

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