La Risiera di San Sabba

LA RISIERA DI SAN SABBA, LE DEPORTAZIONI, LA LIBERAZIONE

La Risiera di San Sabba, l’unico dei quattro lager realizzati dai nazisti in Italia dotato di forno crematorio, si trova alla periferia di Trieste ed è un importante luogo della memoria

Oggi è monumento nazionale e civico museo del Comune di Trieste.

Tra l’inverno del 1943 e la primavera del 1945 fu luogo di eliminazione fisica e campo di transito. Dopo l’occupazione di Trieste, avvenuta il 9 settembre 1943, e la costituzione della Zona di operazioni del Litorale Adriatico / Operationszone Adriatisches Küstenland-OZAK (territorio formato dalle province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana/ Ljubljana, Pola/Pula e Fiume/Rijeka), i tedeschi attivano negli stabilimenti di un ex opificio per la pilatura del riso – situato in una zona periferica della città denominata San Sabba – un Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia).

Qui trovano la morte tra le 2 e le 4 mila persone (secondo le stime emerse dal Processo della Risiera, svoltosi nel 1976), per lo più oppositori politici, partigiani italiani, sloveni e croati. Per gli ebrei triestini e fiumani, italiani e stranieri, la Risiera è invece, come il carcere del Coroneo, nella maggior parte dei casi una sistemazione temporanea, in attesa della deportazione finale ad Auschwitz-Birkenau o in altri lager. Alcune decine di ebrei tuttavia trovano la morte all’interno della Risiera (accertate fino ad ora 28 vittime).

La prima retata avviene il 9 ottobre 1943, nel giorno di Kippur, il grande digiuno penitenziale.

La seconda ha luogo venti giorno dopo mentre il 23 novembre si colpisce la Comunità di Gorizia. Fino al 24 febbraio 1945 da Trieste partiranno ben 70 trasporti alla volta di Auschwitz e, in qualche caso, di Dachau. Tra gli episodi più feroci, la deportazione che il 20 gennaio del ‘44 colpisce la “Pia casa Gentilomo”, l’ospizio per anziani e malati.

La Comunità triestina è colpita nel profondo. Al momento della liberazione i soldati neozelandesi dell’ottava Armata britannica trovano in città solo poco più di 400 ebrei, ormai ridotti allo stremo. Il 7 maggio del 1945 una quindicina di loro, insieme al rabbino Lipscitz della Brigata ebraica e a un corrispondente di guerra canadese, si reca alla Sinagoga e ne riapre le porte. Il grande Tempio, come gli uffici comunitari ai piani superiori, ha superato quasi indenne la tempesta bellica. I nazisti lo hanno infatti trasformato in deposito di libri e opere d’arte.

Gli argenti rituali della Comunità, in parte ora esposti al Museo ebraico “Carlo e Vera Wagner”, si sono però miracolosamente salvati dalla razzia, grazie a un ingegnoso nascondiglio ricavato all’interno dello stesso complesso sinagogale. La Shoah riduce la grande Comunità triestina all’ombra di se stessa. E’ difficile conoscere con esattezza il numero degli ebrei deportati. Ma si tratta di almeno 700 persone, il 10 per cento degli ebrei italiani. Considerando anche gli ebrei non iscritti alla Comunità il numero sale a oltre 1000.

Fanno ritorno dai campo di sterminio solo una trentina di deportati, soprattutto donne, che testimonieranno l’orrore subito. Dopo la guerra rientra in città anche un migliaio di persone, salvatesi nascondendosi in Italia o in Svizzera. Molti di loro emigreranno in Palestina o nelle Americhe. Rimangono a Trieste circa 1.500 ebrei e a metà degli anni ‘60 un netto scompenso tra morti e nascite ridurrà il loro numero di circa 500 unità.


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