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    24 settembre 2009 - 6 Tishri 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma Riccardo
Di Segni,

rabbino capo
di Roma
In tutte le Sinagoghe Ashkenazite del mondo (ma non in quelle di rito italiano), nel testo delle Selichot e nel momento solenne della fine del Kippùr, a Neilà, si canteranno due inni, Israel noshà' e Ezkera E. weehemaya. La particolarità dei due inni è che sono stati scritti da due poeti, padre e figlio, Shefatya e Amitai, vissuti in Puglia, a Oria, undici secoli fa, alla fine dell'ottocento. A quei tempi Oria era nel percorso che metteva in comunicazione l'Oriente con ll'Italia e anche per questo ospitava una comunità ebraica fiorente e vivace. Non sappiamo quanti ebrei vivessero allora a Oria, ma sicuramente erano poche centinaia, nelle dimensioni di quella che oggi si direbbe in Italia una media-piccola comunità. Undici secoli fa una "piccola" comunità italiana senza complessi e tormenti identitari era in grado di raccogliere e trasmettere con vitalità una cultura ebraica originaria, le cui tracce sono evidenti fino ad oggi. La forza di una comunità non si misura solo con i numeri. Sono veramente inarrestabili le tendenze suicide delle nostre comunità di oggi?.
Settant'anni fa l'Inghilterra dichiarò guerra alla Germania. La responsabilità della morte di 70 milioni di persone, fra cui sei milioni di ebrei vittime della ritorsione tedesca, fu dunque degli Inglesi. L'ONU nel 1945 avrebbe potuto indagare sulle conseguenze della guerra e se gli Inglesi avessero rifiutato di collaborare, avrebbe potuto denunciare le perdite subite dai civili tedeschi senza dire nulla sulle attività della Germania nazista. Questo demenziale esercizio di sofistica descrive la metodologia del rapporto di Richard Goldstone per
conto del Consiglio sui Diritti Umani dell'ONU sui fatti di Gaza e dintorni dello scorso inverno. Per Goldstone, un ebreo sudafricano, e i suoi tre aiutanti è onesto e intelligente pubblicare un testo basato solo su una delle parti in causa, Hamas, ma senza l'altra, Israele. Il risultato è un ovvio atto di accusa nei confronti dell'esercito e del governo israeliano, pieno di invenzioni, imprecisioni e illazioni non confermate da testimonianze incrociate. Israele aveva rifiutato di collaborare con Goldstone dopo che la sua aiutante inglese Christine Chinkin aveva scritto una lettera a un giornale negando il diritto di auto-difesa di Israele. Lo stato d'Israele sa mettere se stesso sotto accusa con gli abbondanti strumenti costituzionali di cui dispone, e lo ha fatto più volte. È giusto e importante da parte israeliana non perdere mai il senso dei valori etici ebraici, anche quando la "Realpolitik" impone decisioni difficili o anche crudeli. Ma la scelta di Israele di "non giocare" non paga in questa era super comunicativa. L'Aventino è sempre un grave errore strategico. È importante invece essere presenti e spiegare bene le proprie ragioni. Israele avrebbe dovuto preparare e diffondere in simultanea un proprio rapporto alternativo, altrettanto dettagliato, narrando tutta la propria verità. Cosí resta solo tutta la falsità.
Sergio
Della Pergola,

demografo, Università Ebraica di Gerusalemme
sergio della pergola  
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  veltroni Una serata per parlare di Noi

Un caloroso applauso ha salutato l’arrivo di Walter Veltroni intervenuto al Palazzo della Cultura, nel cuore del vecchio ghetto di Roma, per presentare il suo ultimo romanzo Noi, titolo con molti doppi sensi per indicare il cognome della famiglia attraverso cui si snoda l’intera vicenda, ma anche per segnalare che dentro quella storia ci siamo tutti noi le nostre vite, i nostri sentimenti, le nostre emozioni, la vicenda di un’Italia che parte dal passato e si proietta nel futuro. Quattro generazioni della stessa famiglia, quattro ragazzi colti ciascuno in un punto di svolta, quattro capitoli ambientati in quattro epoche diverse attraverso le figure di Giovanni, Andrea, Luca e Nina che vivono negli anni 1943, 1963, 1980 e 2025, mentre dietro a tutta la vicenda campeggia la figura di Giuditta, giovane ragazza ebrea che vede dalle finestre della famiglia Noi da cui ha trovato rifugio, la deportazione dal Portico d’Ottavia del 16 Ottobre 1943.
“Che tipo di Ebrei vedi?” - ha domandato con nota polemica a Veltroni il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni che è intervenuto a presentare il libro insieme al Presidente della Comunità Ebraica della Capitale Riccardo Pacifici, al Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna al Presidente della Fondazione Museo della Shoah Leone Paserman e al rabbino Benedetto Carucci Viterbi direttore delle scuole Angelo Sacerdoti e Renzo Levi. Domanda che fa riflettere quella posta dal Rav Di Segni perché Giuditta, vive la Shoah, sposa un non ebreo e i suoi figli, che ebrei sarebbero, perdono completamente l’identità ebraica. “L’idea di questo romanzo mi è venuta a Cracovia,  in una di quelle serate trascorse a discutere con Piero Terracina durante uno dei viaggi con i ragazzi delle scuole romane a visitare i campi di concentramento - ha spiegato Veltroni - per me il senso di questa storia, il senso del percorso, del cammino è attribuire un omaggio alla cultura ebraica, un omaggio alla Memoria”. “Il senso che volevo trasmettere - ha proseguito Veltroni riferendosi all’ultima parte del libro ambientata nel futuro - è la preoccupazione per un mondo che trasmette ciascuno l’identità individuale. Dove ciascuno ha una realtà blindata, protetta. Il senso ultimo di questo racconto è un’idea inclusiva: nella trasmissione c’è l’antidoto a questa società che rischia di perdersi”.




Religioni, culture, democrazia. - Gadi Luzzatto Voghera
spiega la ricetta ebraica fra valori e poteri

gadi luzzatto voghera “Religioni, culture e democrazia” è il tema degli incontri organizzati quest’anno dal Centro Studi sul Pensiero Contemporaneo (CESPEC) di Cuneo fino al 26 settembre. La sede cuneese dell’Università di Torino ospita un ciclo di interventi incentrati sul complesso tema dei rapporti mutevoli e spesso spinosi fra religione e ordinamento democratico.
Tra i docenti universitari italiani e stranieri che saranno presenti figurano i nomi di Arnaldo Nesti, Gadi Luzzatto Voghera (nella foto a fianco), Pier Cesare Bori, Massimo Campanini e Silvio Ferrari.
Di “Ebraismo e democrazia” ha trattato l’incontro con Gadi Luzzatto Voghera, docente di Storia dell'ebraismo moderno e contemporaneo all'Università di Padova e autore del libro “L’antisemitismo di sinistra”, che ha illustrato a studenti, professori e semplici spettatori, l’intreccio che da secoli intercorre fra la Legge ebraica e quella civile, fra tradizione religiosa e istituzioni secolari. “Un compito arduo quello di riassumere in una lezione i temi per cui a Padova faccio interi seminari” scherza in apertura il professor Luzzatto; a giudicare dalla pioggia di domande, il pubblico ha decisamente apprezzato il suo, seppur breve, intervento.
Attraverso salti temporali, citazioni ed esempi, lo storico ha cercato di tratteggiare un quadro di come le società ebraiche siano riuscite a regolare per secoli le proprie comunità applicando i dettami talmudici. La legge ebraica regolava, e lo fa tutt’ora, la vita degli ebrei della Diaspora, i quali, come minoranza, devono rispettare il diritto positivo dello stato in cui vivono. I problemi sorgono inevitabilmente con la nascita di Israele, sottolinea il professore, perché ci si comincia a chiedere quali siano le norme da seguire, o meglio quale sistema normativo applicare ad uno Stato ebraico di cui però non faranno solo parte gli ebrei. Al momento come è noto in Israele vi sono sia tribunali civili quanto rabbinici e questi ultimi sono investiti del potere decisorio in riferimento al diritto di famiglia.
La discussione sul ruolo che la religione ebraica deve avere nella democrazia è molto viva nella società israeliana e non solo; ma vogliamo sottolineare un punto preso in esame da Luzzatto: la necessità di evitare fanatismi, questione quanto mai attuale in un mondo in cui si tende a radicalizzare le proprie posizioni, spesso con esiti violenti. “In Israele il fanatismo ha ucciso leader politici” dice il professore “gli estremisti godono dei privilegi che la democrazia gli garantisce, utilizzano i suoi strumenti per avere visibilità e poi dichiarano di volerla distruggere”. E’ necessario evitare tali degenerazioni e garantire, tramite il rispetto di principi comuni a ebraismo e democrazia, tolleranza e  comprensione.
Luzzatto termina il suo intervento citando Ezechiele (il riferimento è alla necessità o meno di convertire all’ortodossia la massa di ebrei russi che cercano rifugio in Israele e di cui non si sa effettivamente l’origine, ma il significato della citazione è sicuramente estendibile): " [..]Dice il Signore Dio: Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?  Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana,
ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge.  Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza.”

Daniel Reichel




Qui Firenze – Accadde in Italia, ma forse non proprio in quel modo

it happened“It happened in Italy”, un libro che racconta principalmente le vicende degli ebrei confinati nel campo di internamento di Campagna, località in provincia di Salerno dalla quale proviene la famiglia dell’autrice, è stato al centro di un dibattito nella sede della comunità ebraica di Firenze con la scrittrice newyorkese Elizabeth Bettina. La Bettina, che nella vita si occupa principalmente di marketing, ha recentemente pubblicato il libro negli States. Molte polemiche sono nate intorno a questo scritto, soprattutto negli ambienti ebraici nordamericani, a causa della marginalità con cui sono state trattate le persecuzioni razziali e dell’immagine edulcorata del fascismo che emerge dal testo. Ondata di polemiche che è giunta anche in Italia, tanto che alcuni, all’interno della comunità, si sono chiesti perché sia stato organizzato un incontro con un personaggio così controverso. Risponde Daniela Misul, presidente della comunità, che ha assistito all’incontro in compagnia di Joseph Levi, rabbino capo di Firenze: “Volevamo conoscere di persona questa scrittrice prima di giudicarla; in ogni caso eravamo consapevoli che la sua non sarebbe stata una testimonianza sulla Shoah, ma la narrazione di eventi accaduti in un’area geograficamente limitata”. Elizabeth Bettina, infatti, si è occupata quasi esclusivamente della storia degli ebrei, in buona parte fiumani, che si trovavano nella cittadina campana, evitando di parlare delle altre decine di migliaia di correligionari sparsi sul territorio italiano. Poche centinaia di “fortunati” che, grazie alla solidarietà ed all’aiuto rivolto loro dalla popolazione locale, poterono trascorrervi un’esistenza quasi normale. Un’oasi felice in mezzo al deserto dell’indifferenza, sentimento provato da gran parte della popolazione nei confronti delle sorti della minoranza ebraica. Tanti aiutarono gli ebrei, e se siamo qui a discuterne lo dobbiamo certamente a loro, ma molti di più preferirono far finta di non vedere. Eppure, leggendo il libro ed ascoltando le parole pronunciate nella conferenza di martedì scorso dalla Bettina, si potrebbe pensare che “italiani brava gente”, uno stereotipo che viene utilizzato spesso e volentieri per evitare di approfondire alcune pagine dolorose della storia del nostro paese, sia uno slogan che descriva efficacemente la realtà di quel periodo. Invece, le lapidi che ricordano migliaia ebrei italiani massacrati dai fascisti e dai nazisti sono là a testimoniare come le cose, molte volte, siano andate diversamente. “Come mai non ha parlato di loro o quantomeno l’ha fatto solo marginalmente?”, domanda qualcuno. “Non sono una storica, ho solamente voluto raccontare, basandomi sulle testimonianze di alcuni sopravvissuti, una bella storia di solidarietà”, la difesa della scrittrice. Spiegazione che molti non ritengono soddisfacente. “Chi si occupa di argomenti delicati come questo deve prendersi la responsabilità degli effetti che le sue parole possono avere per i lettori”, tuona lo studioso Sandro Servi, preoccupato per le strumentalizzazioni alle quali si potrebbe prestare il testo. Molto sospetto, a tal proposito, è stato il recente incontro avvenuto tra la scrittrice ed il papa. “Ha voluto che gli raccontassi le storie dei tanti preti e suore che aiutarono gli ebrei a salvarsi dalle persecuzioni”, la spiegazione, forse un po’ troppo semplicistica, della Bettina. In realtà, si mormora, che il libro possa servire per spianare ancora di più la strada alla beatificazione di Pio XII, con tutti i risvolti negativi che un avvenimento del genere potrebbe avere nei rapporti tra mondo ebraico e mondo cristiano. “What? That’s incredibile!”, la reazione di incredulità della scrittrice davanti a questa prospettiva. Eppure il suo “cascare dalle nuvole” non sembra molto spontaneo, visto che è impossibile che non si sia mai accorta delle feroci critiche che le sono state rivolte in tal senso nei mesi passati dalle principali testate ebraiche americane, che l’hanno accusata di avere colpevolmente omesso di parlare dei silenzi del Vaticano durante il secondo conflitto mondiale.

Adam Smulevich
 
 
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pilpul    
 
  tizio della seraProblemi alla frizione

La preghiera del venerdì santo per la conversione degli ebrei cambia così di continuo che i cattolici cominciano a fare compassione. Ormai non sanno più per quale motivo pregare: se perché ci convertiamo, se perché facciamo a modo nostro, oppure, in modo originalissimo, perché ci convertiamo senza accorgercene. Alla fine, la preghiera per gli ebrei è come un’automobile che tenta di ingranare la prima per mezzo secolo, ma ingrana di continuo la marcia indietro. Forse, dopo tutti questi sforzi spirituali, è il momento di contraccambiare la gentilezza con una preghiera per la Chiesa: “Signore, sono decine di anni che la Chiesa va avanti e indietro con questa preghiera per Noi, ma sono sempre lì. Signore, con tutto il rispetto, sembrano un’automobile con il cambio rotto. Noi ti preghiamo affinché il Papa si decida a mettere un pò d‘olio nella frizione. Amen”. 

Il Tizio della Sera
 
 
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rassegna stampa    
 
 
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Torna a far parlare il caso-Williamson, vescovo lefebvriano e negazionista della Shoah a cui il Papa ha revocato la scomunica nel gennaio scorso. Questa volta ad alzare un polverone entro le mure vaticane è la nuova accusa arrivata da Stoccolma, dove il vescovo Arborelius ha messo per iscritto che il Vaticano era stato informato delle dichiarazioni in cui Williamson negava l'Olocausto (Repubblica, Corriere, Stampa). Naturalmente è arrivata subito la smentita dalla sala stampa vaticana: il Papa ignorava le posizioni del lefebvriano (Avvenire), spiega padre Federico Lombardi. Eppure, personale considerazione, le dichiarazioni di Williamson sulla Shoah sono state rilasciate a un programma svedese, andato in onda il 21 gennaio scorso. La revoca della scomunica da parte della Santa Sede è arrivata poco meno di venti giorni dopo la messa in onda. Possibile che al Vaticano, col fascicolo Williamson aperto sul tavolo, sia sfuggita quella puntata? Possibile. Intanto si avvicina il giorno, ancora non ufficializzato, della visita del Papa nella principale sinagoga di Roma. Sul giornale Tempi Yasha Reibman commenta l'avvicinarsi dell'evento, analizzando incomprensioni e polemiche che, grazie all'incontro, potranno essere superate. Ciò che mi sento di sottolineare è altro: quando Benedetto XVI varcherà le porte del Tempio, darà continuità al grande gesto compiuto da Giovanni Paolo II, aprendo alla possibilità di trasformare l'occasione in consuetudine. I Pontefici che verranno dovranno confrontarsi anche con questo.
Brevemente il vertice internazionale dell'Onu, a New York. Le parole di Ahmadinejad, quelle di Obama, quelle del dittatore libico Gheddafi è materiale che abbiamo ascoltato in queste ore in televisione. Consiglio, da leggere, i seguenti resoconti e commenti: lo show di Gheddafi, su Repubblica; il senso dei discorsi, su La Stampa; le illusioni di Obama sconfitte dall'arroganza dei dittatori, sul Giornale.
A Roma stasera si sfila contro le aggressioni ai Gay. Anche la Comunità ebraica aderisce. Mentre Alemanno allontana, scrive il Corriere, i ragazzi di CasaPound, conosciuti ai più per essere di destra. Di una destra che oggi non è più rappresentata neanche in Parlamento.
 
Fabio Perugia

 
 
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notizieflash    
 
 
Gaza, programma televisivo per bambini                                          
incita all'odio contro gli ebrei
Gerusalemme, 24 set -
Il sito internet israeliano Palestinian Media Watch riferisce che gli ospiti di un programma televisivo per bambini, trasmesso a Gaza dalla Tv controllata dal movimento islamico Hamas, hanno più volte affermato che la "liberazione" della Palestina passa attraverso il "massacro" degli ebrei in Israele. Nel programma per bambini denominato "Pionieri di domani", andato in onda il 22 settembre sulla Tv Al Aqsa, Nassur, un pupazzo con le sembianze di un orsacchiotto, si rivolge a una giovane ospite in studio, dal nome Saraa, spiegandole che tutti gli ebrei "devono essere eliminati dalla nostra terra". "Saranno massacrati", ribatte a sua volta Saraa. Poi Nassur si rivolge telefonicamente a un bambino per chiedergli "Cosa vuoi fare agli ebrei che hanno ucciso tuo padre?". "Voglio ucciderli" è la risposta. Saraa: "Non vogliamo far niente a loro, solo cacciarli dalla nostra terra". Nassur: "Vogliamo massacrarli (Nidbah-hom, in arabo), così saranno cacciati dalla nostra terra, giusto?". Saraa: "Sì. E' giusto. Li cacceremo usando tutti i modi". Nassur: "E se non se ne andranno pacificamente, con la persuasione e il dialogo, dovremo farlo sterminandoli (Shaht, in arabo)". Non è la prima volta che la televisione di Hamas ha mandato in onda programmi per bambini dai contenuti truculenti anche facendo uso di pupazzi, come Topolino.
 
 
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