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  25 dicembre 2016 - 25 Kislev 5777
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convocato l'ambasciatore usa a causa della risoluzione dell'onu 

Netanyahu-Obama, l'ultimo braccio di ferro

img headerNelle scorse ore il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato l'ambasciatore americano Dan Shapiro per chiedere "chiarimenti" in merito alla decisione degli Stati Uniti di astenersi dal voto sulla risoluzione passata venerdì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gerusalemme si aspettava che l'amministrazione Obama ponesse il veto sulla risoluzione, che chiede l'immediata “cessazione di ogni attività legata agli insediamenti” in Cisgiordania da parte d'Israele. Il presidente Usa, oramai con la valigia pronta visto che il 20 gennaio alla Casa Bianca entrerà il suo successore Donald Trump, ha però scelto l'astensione, dando così la possibilità alla risoluzione di venire approvata. Una scelta definita da Netanyahu come “un'imboscata” contro lo Stato ebraico. Un nuovo capitolo dunque dello scontro durato praticamente otto anni tra lo stesso Netanyahu e Obama. Ora il Primo ministro israeliano ha convocato l'ambasciatore Usa Dan Shapiro – che verrà sostituito da David Friedman una volta avviata l'amministrazione Trump – per esprimere le proprie proteste e chiedere chiarimenti così come farà con alcuni dei rappresentanti dei Paesi che hanno votato a favore della risoluzione: Gran Bretagna, Cina, Russia, Francia, Egitto, Giappone, Uruguay, Spagna, Ucraina e Nuova Zelanda.
Secondo il canale israeliano Arutz 2, Netanyahu sarebbe però preoccupato della situazione venuta a crearsi in queste ultime settimane di presidenza Obama. In particolare ha invitato i suoi ministri a mantenere un basso profilo su una questione delicata: la legge di Regolamentazione, ovvero la norma - criticata anche dall'avvocatura israeliana - che porterebbe de facto a una sanatoria su decine di insediamenti in Cisgiordania.

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dalla diaspora all'irgun, Gundar-Goshen racconta l'anima sabra

Sionisti, eroi profondamente umani

img header Vi è un topos ricorrente, che vede nella contrapposizione tra l’ebreo sionista, halutz (pioniere) e combattente, e l’ebreo diasporico, urbanizzato e intellettuale, una declinazione in ambito ebraico dell’antitesi tra virilità belligerante ed egocentrata di contro a femminilità accogliente, creatrice, ma in qualche modo passiva. Chi oggi idealizza l’ebraismo pre-sionista si culla in questa contrapposizione non diversamente da quanto fecero, agli esordi del sionismo, i leader dei diversi movimenti, da quello socialista maggioritario a quello della minoranza di destra. Ayelet Gundar-Goshen, una giovane donna israeliana, psicologa di formazione e nipote di un ex combattente dell’Irgun, affronta a colpi di penna questi cliché (Una notte soltanto, Markovich, Giuntina 2015) confrontandosi, attraverso una scrittura lieve, con lo stupore e l’amarezza, come ci racconta nell’intervista, di una bambina di colpo posta di fronte all’umanità degli eroi del nonno.
Stupore, perché gli eroi di guerra rivelano, secondo la migliore tradizione dei sabra, il loro aspetto più dolce e intimo. Amarezza, perché quella stessa umanità mostra dell’eroismo bellico il lato più vero, fatto di sofferenze inflitte e subite, e l’eros si offre nelle sue meno auliche manifestazioni, dal tradimento alla brama di possesso sino alla mestizia di chi del proprio corpo ha riconosciuto il desiderio per vederlo estinguersi, prima del tempo, nella disillusione della realtà. Così il profilo dell’uomo «tutto di un pezzo», dallo sguardo sicuro tanto nel mirino del fucile quanto sotto le lenzuola, si intacca, ma senza distruggersi: ritroviamo questo sguardo, la sua ambizione di certezza e possesso, e allo stesso tempo ne ritroviamo anche la pochezza, di fronte agli imprevisti della vita.
Così il profilo dell’uomo «tutto di un pezzo», dallo sguardo sicuro tanto nel mirino del fucile quanto sotto le lenzuola, si intacca, ma senza distruggersi: ritroviamo questo sguardo, la sua ambizione di certezza e possesso, e allo stesso tempo ne ritroviamo anche la pochezza, di fronte agli imprevisti della vita. Così uno dei protagonisti, non troverà pace, dopo aver accidentalmente ucciso una giovane madre araba con il proprio bimbo, sino a redimerne la morte mettendo in salvo della figlia di un gerarca nazista. Quasi contrappasso dantesco che, visto da alcuni critici in Italia come sintomo di pietas, potrebbe essere letto invece come un modo sapiente e amaro per fare i conti con alcune delle verità storiche della Guerra di Indipendenza. Specularmente il protagonista del romanzo, l’antieroe Markovitch, mostra come l’eroismo bellico, il «fervore» sionista possa essere «causato dall’amore per una donna» – amore non corrisposto – «e non per la patria». Freud versus Jabotinski, verrebbe da dire, pensando agli studi di Gundar-Goshen e all’insistenza con la quale l’autrice ricerca dietro ogni retorica altisonante la prosaicità dei desideri. Fin qui, una storia al maschile. Le figure femminili, nella loro diversità, non sono tuttavia degne di minore attenzione. In particolare Bella e Rachel, intrappolate in vite non scelte, mostrano la via di una sublimazione che non risolve il desiderio erotico in amor patrio, ricercando invece nella scrittura, in quella poetica in particolare, un mezzo per riconoscere la bellezza del quotidiano. Ritroviamo in questo modo il topos sopra menzionato tra esilio e femminilità? Dovremmo rispondere affermativamente, guardando a Rachel, la cui bocca si esprime in ebraico ma la cui mano scrive in tedesco, e al suo destino. Anche il giovanissimo Yair, i cui tratti fisici descritti nel libro ricordano quelli dell’Autrice, è costretto a disprezzare l’odore di frutta della propria pelle, ereditato dalla madre e stigma di femminilità, per intraprendere un rischioso tentativo di emulare le imprese belliche del genitore. L’assalto di Guntar-Goshen al mito della virilità sionista non si risolve, come ci dice lei stessa, in una «critica distruttiva». Si potrebbe concludere, strizzando di nuovo l’occhio a Freud, che è consigliabile, ma non sempre facile, uccidere i miti paterni, prima di farsene schiacciare. Il che ha un chiaro significato, oggi, in Israele, e di riflesso, per la diaspora. Abbiamo voluto chiedere che cosa sta dietro questo romanzo sorprendente.

Prima di tutto vorremmo sapere qualcosa su di te, sul tuo rapporto con la scrittura.
Mi ci è voluto molto tempo per raccogliere il coraggio di scrivere. Quando ho finito la laurea triennale in psicologia e ho iniziato la magistrale, all’improvviso mi sono spaventata pensando che la mia vita fosse come un’autostrada senza uscite, dove correvo avanti senza riflettere su cosa davvero volessi. Ma la paura di non vivere la vita che vorresti non è necessariamente negativa, è anche uno stimolo. Così mi sono iscritta a un corso per sceneggiatori alla Sam Spiegel Film and Television School di Gerusalemme, dove ho incontrato Eshkol Nevo. È lui il mio maestro e sento che questo libro lo devo a lui. Senza di lui non sarebbe successo perché in una certa fase mi ha detto che saper scrivere non significava che ci sarebbe stato un libro. Perché ci sia un libro bisogna smettere di avere paura, bisogna rischiare, e se lo avessi voluto fare lui mi avrebbe accompagnata, altrimenti avrei dovuto restare tutta la vita in compagnia del «cosa sarebbe successo se…». Paura, senso di colpa e invidia sono le motivazioni più forti che ci siano.

Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini  

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sulle colline della galilea, l'area in cui poter sviluppare nuove idee 

Yokneam, dove nascono le start-up

img header“Siamo qui. Nel giardino accanto. I vicini di casa di un orrore su cui aprire gli occhi. Ora è il nostro turno di agire, di fare, di cambiare”. E ancora, “insieme possiamo essere dalla parte giusta della storia”. Sono alcuni degli appelli lanciati dall'associazione umanitaria Israeli Flying Aid (IFA) che ha avviato una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma di crowdfunding mimoona a favore dei vicini siriani. L'organizzazione israeliana è infatti impegnata ad aiutare la popolazione che al di là del confine oramai dal 2011 è coinvolta in una dei conflitti più sanguinosi della storia recente. “Portiamo beni alimentari e di prima necessità, medicine, attrezzature per l'inverno” spiegano dall'organizzazione, abituata ad agire in quelle zone di conflitto dove i regimi non permetto alle organizzazioni umanitarie di operare. Gi appelli dell'associazione israeliana non sono rimasti inascoltati: al momento sono oltre 5800 le persone che hanno donato sul mimoona, toccando la cifra di un milione di shekel, oltre 250mila euro. “25 shekel servono per il biberon di quel bimbo che ha appena festeggiato il suo primo compleanno, 100 shekel sono per il cappotto del bambino che non vedrà più il quartiere dove è cresciuto; 200 shekel per cinque coperte termiche per quelle ragazze il cui primo ricordo sarà questa devastazione”. Queste alcune delle forniture portate in Siria dall'Ifa, a cui coloro che hanno donato hanno lasciato decine di messaggi di ringraziamento: “Complimenti! Grazie per avermi dato l'opportunità, anche se piccola di aiutare.

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sulle colline della galilea, l'area in cui poter sviluppare nuove idee 

Yokneam, dove nascono le start-up

img headerYokneam è una piccola cittadina sulle colline della Galilea, alle spalle del Monte Carmelo: con Itzhak Rabin primo ministro, negli anni’90, insieme ad altre località in Israele, venne considerata zona prioritaria per lo sviluppo tecnologico. Sgravi fiscali e incentivi hanno accelerato in due decenni lo sviluppo della città. “Mi raccontava una persona del posto che venti anni fa qui c’era solo un lampione e una fermata dell’autobus” ci dice Astorre Modena: fisico, nato a Milano, in Israele da molti anni, è manager di Terralab, incubatore tecnologico che ha sede proprio a Yokneam.
Il paese è diviso in due dalla statale 70: da una parte il villaggio residenziale, palazzine bianche in mezzo al verde, con parabole e pannelli solari sui tetti. Dall’altra la zona industriale, con moderni palazzi in vetro e cemento. Ospitano le sedi di oltre cento società che operano nel campo dell’hi tech, dell’informatica, delle tecnologie applicate all’agricoltura e alla medicina. Tra queste c’è l’ufficio di Terralab: spazi ampi, moderni e luminosi dove un piccolo gruppo di segretarie e amministrativi supportano il lavoro di alcune start up. Ma cos’è una start up?

Piera Di Segni

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