Piemonte

Famiglie israeliane tra le Alpi, il modello che sfida l’odio

Famiglie israeliane tra le Alpi, il modello che sfida l’odio

In Germania c’è chi guarda all’esperimento della Valsesia, dove decine di famiglie israeliane hanno trovato casa in questi anni, come a un modello. «In una cittadina non lontana da Berlino sono molto interessati a capire i metodi per attrarre popolazione: è un piccolo centro che si sta spopolando e pensano di poter imparare dalla nostra esperienza in Piemonte», racconta Ugo Luzzati, fondatore del progetto Baita, l’associazione nata nel 2022 per accompagnare l’arrivo degli israeliani tra Varallo e le valli attorno al Monte Rosa.
Luzzati è arrivato in Germania proprio nei giorni in cui, in Valsesia, quel modello è sotto minaccia. Il 21 giugno scorso al Comune di Varallo è arrivata una busta con un proiettile e una lettera firmata “Movimento anti-sionista”, contro la presenza israeliana in valle e contro nuovi trasferimenti. Nel mirino anche lo stesso Luzzati. «In questo momento viviamo su due piani diversi», spiega. «Nella vita quotidiana nessun israeliano ha mai avuto problemi con gli italiani, né viceversa. In Valsesia c’è un’atmosfera di pace e serenità, dove la criminalità praticamente non esiste. Gli israeliani, così come altri gruppi prima di loro, sono stati accolti molto bene».

Le minacce dalla rete
Poi c’è l’altro piano, quello virtuale. «Dopo la lettera al sindaco e dopo gli articoli dei giornali, sui social si è sviluppata una situazione parallela. C’è chi cerca di convincere la gente che esista un complotto sionista, un progetto di espansione israeliana sulle Alpi. È un’assurdità immane, ma il problema è che qualcuno può crederci». È questo, per Luzzati, il punto più inquietante: «Il mondo virtuale sta diventando reale. La mia paura è che questa propaganda riesca a condizionare le persone».
La preoccupazione esiste tra le famiglie israeliane, arrivate in Italia per allontanarsi da guerra e tensioni politiche. «Temono che l’odio online finisca per condizionare le loro vite reali», ammette. «Restano tutte in contatto con Israele e con i media in ebraico, dove è fortissima la narrativa secondo cui per un ebreo vivere in qualunque altro Paese sarebbe pericoloso, e solo lì si starebbe al sicuro». Luzzati, critico verso le politiche di Gerusalemme, ribalta quella rappresentazione: «Paradossalmente, quando le minacce a Varallo hanno fatto notizia in Israele, parecchi mi hanno scritto da lì». Ma esclude un esodo di massa verso le montagne piemontesi: «Oggi le persone che vivono stabilmente in Valsesia saranno circa 150».

L’integrazione in Valsesia
Il progetto Baita nasce proprio da qui: dalla ricerca di un luogo tranquillo, ma anche dalla possibilità di restituire vita a territori che da decenni perdono abitanti. E il contributo più tangibile, in questo senso, sono le scuole. «Abbiamo inserito una settantina di bambini, evitando la chiusura di classi e istituti», racconta. Per borghi che si spopolano da generazioni, è un numero importante. L’integrazione dei più piccoli dipende soprattutto dall’età: «Sotto gli undici-dodici anni bastano tre o quattro mesi per cominciare a comunicare; più tardi diventa complicato». A colpirlo è stata la risposta degli insegnanti: «Alcuni hanno persino seguito corsi di ebraico per comunicare meglio con i nuovi alunni».
Le famiglie si sono integrate senza fare comunità a sé e, prosegue Luzzati, sono interessate a costruire ponti con il territorio. In quest’ottica è nata la traduzione in ebraico di un libro dedicato a Varallo. «Alcuni israeliani me l’avevano chiesto: avevano capito che tipo di libro fosse e li incuriosiva», racconta. Si tratta di Varallo Misteriosa di Ferruccio Baravelli, un viaggio tra storia, cultura e curiosità del capoluogo valsesiano, uscito per l’editore milanese Ledizioni.
C’è poi l’effetto sulle abitazioni. Molti nuovi arrivati comprano immobili nei centri storici o nelle frazioni e li ristrutturano. «Questo fa piacere ai residenti», sottolinea Luzzati. «Vedono recuperare edifici bellissimi ma degradati, persone che investono, sistemano tetti, riaprono case vuote». Non sono interventi semplici: spesso ci sono vincoli, materiali tradizionali da rispettare, costi elevati. E proprio per questo il cambiamento si nota: «Dove prima c’erano abitazioni abbandonate, tornano lavori, famiglie, bambini, voci. In certe frazioni si è rivista un po’ di vita».

Un modello possibile
Un interesse che si ritrova anche all’estero, dove la valle è vista come un possibile laboratorio da osservare per arginare il declino demografico dei piccoli centri. «In Germania il progetto è stato raccontato molto, e in modo positivo», afferma Luzzati. «Ne hanno scritto diversi giornali, tra cui la Süddeutsche Zeitung. Ma se ne sono occupati anche Radio France e un settimanale danese. C’è parecchia curiosità».
Una curiosità che oggi convive con l’allarme. La minaccia al sindaco di Varallo ha mostrato quanto in fretta l’odio online possa uscire dagli schermi. «Nella realtà quotidiana la convivenza funziona», conclude Luzzati. «Il problema è impedire che una narrazione falsa, costruita altrove, rovini quello che qui è stato costruito».

Daniel Reichel

(Foto Comune di Varallo)

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