Arte

Alla Fondazione Marco Besso, l’immagine si fa silenzio

Alla Fondazione Marco Besso, l’immagine si fa silenzio

In un mondo dominato dalle immagini, la provocazione di Vittorio Pavoncello è togliere. Sottrarre, non accumulare. Nasce da questa idea I quadri del silenzio, la nuova personale dell’artista romano, a cura di Velia Littera, direttrice della Galleria Pavart. L’esposizione sarà inaugurata il prossimo 2 luglio, dalle 17.00 negli spazi della Fondazione Marco Besso, a Roma, dove resterà aperta fino al 2 agosto. «Il progetto nasce da un momento di riflessione, ma anche di saturazione rispetto al visivo», racconta Pavoncello. «Prima parlavamo soprattutto di fake news, oggi possiamo parlare anche di fake images». Il punto di partenza è un presente in cui lo sguardo è continuamente sollecitato: pubblicità, design, guerre, simulazioni digitali, produzioni generate dall’intelligenza artificiale. «L’IA può produrre strumenti di falsificazione, una sorta di fake vision», osserva l’artista, «e apre scenari che fino a poco tempo fa difficilmente avremmo potuto immaginare». Un territorio ambiguo, aggiunge, in cui spesso «convivono iperrealismo e surrealismo».
La risposta di Pavoncello passa dalla pittura. «Ho sentito la necessità di azzerare, di riportare lo sguardo a un punto più essenziale», spiega. Il silenzio richiamato dal titolo è una condizione di attenzione. Non una fuga dal mondo, piuttosto una pausa dentro la complessità contemporanea. «Questi quadri non vogliono aggiungere ulteriore rumore alle immagini già presenti», prosegue, «ma invitano alla riflessione, alla meditazione».
La serie, si legge nel testo curatoriale, è composta da opere autonome e insieme legate tra loro, «una costellazione di presenze indipendenti» che trovano nel dialogo reciproco la loro consonanza. La grammatica scelta dall’artista è essenziale, scrive la curatrice, «quasi una scrittura algoritmica o la memoria di codici indecifrabili». In alcuni passaggi le composizioni possono richiamare in lontananza la logica del QR code. «Il codice QR normalmente rimanda a un’altra immagine, a un altro contenuto», sottolinea Pavoncello. «In questo caso, invece, il rimando è interiore».
Il rapporto con chi guarda diventa così una parte decisiva del progetto artistico. «Il visitatore, il fruitore, è chiamato a fare un lavoro diverso», spiega l’artista. «Non deve semplicemente subire un’immagine, come spesso accade oggi, ma iniziare a proiettare qualcosa di sé all’interno dell’opera». Il quadro diventa «quasi un oggetto di meditazione».
Anche la scelta di non diffondere fotografie delle opere prima dell’apertura rientra in questa impostazione. «Non vogliamo che escano immagini della mostra. Chi è interessato è invitato a venire a vederla nello spazio della Fondazione Marco Besso». Non si tratta soltanto di una strategia comunicativa, ma di una posizione coerente con il progetto. «Se il lavoro nasce come riflessione sulla ridondanza visiva che ci circonda, anticipare le opere attraverso altre immagini significherebbe contraddire il senso stesso della mostra».
Il legame con la Fondazione Marco Besso arriva da un percorso già avviato. Con la Fondazione, Pavoncello ha collaborato in questi anni su diversi progetti, tra cui le tre edizioni della mostra sull’Antropocene, con circa cento artisti. Un rapporto che si è sviluppato anche sul piano cinematografico e che si intreccia con il profilo plurale dell’artista, regista, pittore e scrittore.
«Proprio per questo sento in modo forte la saturazione dell’immagine», conclude Pavoncello. «A un certo punto l’immagine stessa diventa rumore». I quadri del silenzio prova a lavorare su questa soglia: «non sottraendosi al presente, ma chiedendo allo sguardo di fermarsi». L’obiettivo, nelle parole dell’artista, è generare «una riflessione emotiva, una maggiore attenzione da parte del pubblico».

d.r.

I nostri siti