DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 1 luglio 2026

Bokertov 1 luglio 2026

A Doha si aprono i negoziati sul futuro di Hormuz, con Steve Witkoff e Jared Kushner inviati dal presidente Usa Donald Trump ma senza contatti diretti con gli iraniani: i colloqui avvengono in «salette separate coi mediatori qatarini e pachistani», ricostruisce il Corriere della Sera. Il nodo è il pedaggio: Teheran vuole una tariffa obbligatoria cancellando per sempre i passaggi gratuiti, l’Oman si accontenterebbe di tariffe inferiori e flessibili, Washington vorrebbe limitarsi a «contributi volontari» per tornare a una navigazione libera come prima della guerra. Teheran si sente rafforzata e non intende mollare, spiega il Corriere. L’Oman, non invitato a Doha, resta il «piccolo convitato di pietra»: le convenzioni Onu sul diritto del mare impongono la libertà di navigazione e Muscat non può ignorarle come fa Teheran. Attualmente il traffico nello Stretto, aggiunge il Sole 24 Ore, resta a circa la metà dei livelli pre-conflitto: ieri solo quaranta navi hanno attraversato Hormuz, con sedici che hanno seguito la rotta iraniana.

La Stampa analizza la strategia iraniana nella pausa del conflitto: il negoziatore capo Mohammad Bagher Ghalibaf vola in Cina snobbando Witkoff, in missione a Doha, per assicurarsi forniture di armi e continuare a vendere petrolio a Pechino. Teheran sta costruendo una riserva galleggiante di 180 milioni di barili al largo dell’isola di Kharg per resistere a un eventuale nuovo blocco americano. Gli iraniani contano di avere fino a novembre per ricostituire arsenali e riserve, convinti che gli Usa abbiano esaurito metà dei missili da crociera e dei sistemi antimissile e che Trump vorrà prolungare i negoziati fino alle elezioni di midterm. I pasdaran puntano poi a usare il Libano come leva negoziale. La Stampa cita l’analista israeliana Elizabeth Tsurkov: «Israele ha di fatto castrato il governo libanese, ma così facendo rafforza il peso e l’influenza dei Pasdaran e di Hezbollah». Il meccanismo è spiegato da un altro analista, Ussama Makdisi: «Il Libano diventerà come la Cisgiordania, con uno pseudo governo totalmente subordinato a Israele».

«Non lasceremo il Libano meridionale finché la minaccia non sarà stata eliminata. E finché Hezbollah rimarrà qui, rimarremo qui anche noi»: visitando le truppe nella zona di sicurezza al sud del Libano insieme al ministro della Difesa Israel Katz, il primo ministro Benjamin Netanyahu blinda il fronte libanese, riportano Sole 24 Ore e Stampa. Per Netanyahu, il riconoscimento reciproco tra Israele e Libano sancito dall’accordo di Washington è «uno schiaffo, un pugno in pieno volto all’asse iraniano». Hezbollah, aggiunge, è rimasto con solo l’8% del suo arsenale iniziale di 150mila missili, e con 9mila uomini uccisi. L’accordo, sottolinea il quotidiano torinese, divide la politica libanese lungo le fratture storiche del paese: il blocco cristiano lo appoggia, il governo Aoun-Salam lo sostiene con cautela, l’asse sciita Hezbollah-Amal lo respinge come capitolazione. Preoccupa il rischio di uno scontro civile per il disarmo dei terroristi libanese.

A Gaza Hamas continua ad arruolare nuove reclute e, secondo l’Onu, blocca i convogli umanitari tramite checkpoint illegali, avendo fermato per diverse ore l’uscita di un centinaio di pazienti gravi ai quali Israele aveva già concesso il via libera, scrivono Stampa e Sole 24 Ore. Sul futuro della Striscia lavora Tony Blair, presente a Cipro alla riunione del Board of Peace, il consiglio per la ricostruzione di Gaza voluto da Trump, racconta il Corriere della Sera. L’ex premier britannico, sgradito ai Paesi arabi per il suo ruolo nella guerra in Iraq del 2003, ha convinto la Casa Bianca ad affidargli la gestione dei contenuti del Board e degli aiuti umanitari, portando in dote un progetto finanziato dagli Emirati Arabi Uniti per costruire nei prossimi quattro mesi «un complesso residenziale temporaneo» sulle rovine di Rafah. Il risultato del Board dopo sei mesi, commenta il Corriere, «è però zero»: dei 17 miliardi promessi dai Paesi donatori a febbraio, nessuno è arrivato, mentre il ministro di estrema destra israeliano Bezalel Smotrich contropropone la costruzione «immediata di tre colonie nella Striscia». «Gaza è un disastro», dichiara il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, al Sole 24 Ore dopo una visita nell’enclave palestinese: «Le città sono rase al suolo, livellate e azzerate. Una delle piaghe più presenti sono i topi, che mordono soprattutto i bambini». Repubblica racconta come 28mila giovani di Gaza stiano cercando di prepararsi agli esami di maturità sotto le tende.

Il governo israeliano ha riconosciuto all’unanimità il genocidio armeno, ponendo fine a decenni di riluttanza ufficiale. La mossa, scrive il Foglio, è vista da molti osservatori non come motivata da ragioni morali ma come «un affronto al leader turco Recep Erdogan». Il premier armeno Nikol Pashinyan ha reagito con fastidio: «È l’utilizzo del genocidio armeno come arma». «Anche per molti armeni le dichiarazioni di Netanyahu hanno il sapore dell’ipocrisia», sottolinea il quotidiano: Israele aveva aiutato militarmente l’Azerbaigian a sconfiggere l’Armenia nel 2020. Erdogan, prosegue il Foglio, ha reagito con toni morbidi: i rapporti commerciali tra Turchia e Israele «proseguono a ritmo sostenuto».

Il 23 giugno le spoglie dello storico Marc Bloch e di sua moglie Simonne sono state accolte al Pantheon di Parigi, con una cerimonia solenne alla presenza del presidente Emmanuel Macron. Su richiesta dei familiari, erano assenti i rappresentanti del Rassemblement National di Marine Le Pen, «in quanto eredi di quelli che avevano assassinato Marc Bloch nel 1944», ricorda Anna Foa su La Stampa. Bloch, nato nel 1886 da una famiglia ebraica alsaziana, fu uno dei più grandi storici del Novecento e partigiano fucilato dalla Gestapo a Lione. «Sono ebreo. Non ne traggo motivo né di orgoglio né di vergogna», scrisse: «Non rivendico mai la mia origine salvo che in un caso: quando mi trovo di fronte a un antisemita». Per Foa la cerimonia rappresenta «la spinta verso la verità» e l’universalismo, in un momento in cui «razzismo e generalizzate accuse di antisemitismo hanno sempre più spazio».

Repubblica Firenze e il Corriere Fiorentino intervistano la cantante e attivista israeliana Noa in occasione del festival «Re-Imagine Peace», in programma a Firenze dal 10 al 12 luglio con quaranta artisti israeliani, palestinesi e italiani. «La pace deve diventare un posto dove tutti vogliono abitare», dichiara Noa, che ha scelto Firenze sulle orme di Giorgio La Pira: «È stato il primo a portare qui israeliani e palestinesi». Sui boicottaggi culturali, la cantante sottolinea di essere «contraria, senza alcuna eccezione. L’arte è dialogo, scambio, sfumatura, umanità».

Avvenire recensisce Gioconda di Nikos Kokantzis, «piccolo classico della letteratura greca» del 1975 e pubblicato ora in Italia da e/o. Il romanzo racconta il primo amore di un adolescente per una ragazza ebrea di Salonicco durante l’occupazione nazista, destinata a scomparire ad Auschwitz. Kokantzis, si legge, rifiuta di trasformare la storia in «un monumento al dolore»: la Shoah rimane sullo sfondo «come un rombo cupo e continuo» mentre al centro c’è la vertigine del primo amore.

La scelta di omaggiare il gerarca fascista Italo Balbo al «Festival delle Città Identitarie» di Ferrara, organizzato dalla fondazione di Edoardo Sylos Labini, ha scatenato polemiche, racconta Avvenire. L’arcidiocesi di Ferrara ha preso posizione ricordando che Balbo «è stato mandante di violenze e complice di omicidi nel ventennio, oltre che tra i primi a sostenere le leggi razziali che hanno colpito anche molti ebrei della nostra città», e che «l’abilità dell’aviatore non deve sminuire le responsabilità politiche e morali di un uomo che non può essere a fondamento dell’identità di una città».

Il Foglio ripercorre la storia di Monte Carlo come «regno dell’intrigo», in occasione dell’attentato all’oligarca ucraino Vadim Ermolaev. Tra i casi più clamorosi, la morte del banchiere ebreo siriano Edmond Safra, ucciso nel 1999 nell’incendio del suo attico: grande filantropo e sostenitore di Israele, finanziatore di sinagoghe nel mondo e del memoriale della Shoah di Milano, morì per un «terribile quanto banale incidente provocato dall’avidità maldestra del suo infermiere», ma il suo profilo «alimenta ogni complotto».

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