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Bokertov 3 luglio 2026

Bokertov 3 luglio 2026

«La firma dell’accordo bilaterale tra Israele e Libano rappresenta una svolta storica nel Mediterraneo orientale». Su La Stampa l’ambasciatore israeliano in Italia Jonathan Peled definisce l’intesa «molto più che un semplice cessate il fuoco», sottolineando come il governo di Beirut abbia per la prima volta preso formalmente le distanze dalla dottrina della «unità dei fronti», dichiarando priva di validità qualsiasi pretesa di Hezbollah di esercitare un ruolo nella difesa nazionale. Peled chiarisce che «Israele non avanza alcuna rivendicazione territoriale nei confronti del Libano» e che il ritiro graduale è collegato al processo di disarmo di Hezbollah. «Non si tratta più di gestire una crisi, ma di guidarne la risoluzione graduale», conclude l’ambasciatore.

«La solidarietà è durata pochissimo. Subito dopo sono iniziati gli attacchi a Israele per la reazione militare, con una grave recrudescenza di antisemitismo». Così Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, intervistata dal dorso locale di Libero a mille giorni dal 7 ottobre. Gubbay racconta episodi di antisemitismo in città: tredicenni picchiati davanti alla sinagoga, un argentino malmenato in un supermercato perché parlava ebraico, svastiche sui palazzi. Il 25 Aprile, la Brigata Ebraica è stata cacciata dal corteo: «La gente mi urlava “assassina”. A me, in faccia». Alla futura amministrazione comunale, Gubbay chiede dialogo, ringraziando il sindaco uscente Beppe Sala per aver mantenuto fermo il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv: «Per noi era fondamentale, non c’era alcun motivo reale per boicottarlo». Gubbay poi conclude: «Siamo ancora qui, pronti ad andare avanti con speranza».

In merito ai mille giorni dal 7 ottobre, Enrico Cerchione sul Riformista rivendica la resilienza israeliana: Hamas ha perso gran parte della leadership, Hezbollah è stato decapitato, l’Iran ha subito attacchi diretti. «Israele non ha ancora vinto contro l’odio dilagante, ma ha messo in ginocchio i principali nemici armati e ha riaffermato che la deterrenza, sostenuta da una società unita, può prevalere». Repubblica dà invece voce alle conclusioni opposte di Gideon Levy, opinionista israeliano di Haaretz: «Israele non ha ottenuto nulla. Hamas è viva e vegeta e forse politicamente è anche più forte di prima». Sulle stesse pagine, Ruwaida Amer, giornalista palestinese in Egitto, descrive la situazione a Gaza: «Mille giorni sono come mille anni: mille anni sotto il peso delle preoccupazioni che abitano i nostri cuori».

Il Foglio commenta con durezza la legge fondamentale sullo studio della Torah, approvata in prima lettura alla Knesset per proteggere gli studenti delle yeshiva dalla leva militare. La norma, imposta dai partiti religiosi sotto minaccia di far cadere il governo Netanyahu, arriva mentre Israele affronta la guerra più lunga della sua storia su più fronti contemporaneamente, con una grave carenza di riservisti. «Dal 7 ottobre è iniziato il più lungo periodo di guerra di Israele, in totale sono morti circa milleduecento soldati», ricorda il Foglio: «Perché soltanto i figli di una parte del paese devono morire per difenderlo? La Torah non c’entra più». La legge, conclude il quotidiano, «sta scavando una ferita dentro al paese».

Israele ha assegnato agli Stati Uniti un terreno confiscato ai palestinesi dopo il 1948 per costruire la nuova ambasciata americana a Gerusalemme, scrive il Corriere della Sera. Il canone è di un dollaro per 99 anni: un «regalo», sostiene il quotidiano, del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu al presidente Usa Donald Trump, che nel 2018 riconobbe Gerusalemme come «capitale eterna del popolo ebraico». «Pianteremo la nostra bandiera», ha annunciato l’ambasciatore Mike Huckabee. Per l’ong Adalah, il terreno era stato espropriato con la legge sulla «proprietà degli assenti, che molti giuristi considerano discriminatoria».

«In tutto questo tempo nessun governo israeliano ha mai nominato i nostri tre milioni di morti», commenta Aram, ceramista armeno di Gerusalemme, a colloquio con Francesco Battistini del Corriere della Sera. Il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Netanyahu, scrive Battistini, «non è un soprassalto di coscienza. È un calcolo politico» contro la Turchia di Erdogan. La reazione più gelida, prosegue la firma del Corriere, è arrivata dall’Armenia: «Questa è una pura strumentalizzazione». «Non c’è niente di peggio che usare le vittime come testimonial», conclude Battistini.

Fawzia Sido, yazida irachena rapita dall’Isis nel 2014 a dieci anni, venduta cinque volte e finita nel 2020 a Gaza come schiava di un combattente jihadista di Hamas, ha testimoniato il 26 giugno al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra. «Avevo solo dieci anni, fui venduta da un uomo all’altro come se fossi un mobile, senza sentimenti, senza sogni, senza dignità. Oggi sono solo un corpo senza anima». Liberata dall’esercito israeliano il primo ottobre 2024, Sido vive oggi in Germania. Il Foglio ne ricostruisce la storia e commenta: «L’occidente woke incontra una vittima reale e sceglie il silenzio. Perché la sua liberazione porta la stella di David».

Le Idf hanno confermato l’autenticità di una foto di un detenuto palestinese bendato e legato su un letto da campo a Gaza, attribuendo la responsabilità ai propri soldati. «È in corso un’indagine interna, i responsabili saranno trattati in base ai risultati che emergeranno», precisa il portavoce militare. Il detenuto, scrive il Fatto Quotidiano, era stato arrestato per aver oltrepassato la «linea gialla» che separa le zone sotto controllo delle Idf dal resto della Striscia. Su Gaza, L’Espresso riporta invece la storia di Avraham Zarbiv, operatore di bulldozer Caterpillar D9 impegnato nell’enclave palestinese per oltre 500 giorni. Il settimanale lo accusa di essere una «icona della distruzione», definendolo il «rabbino con il bulldozer». Zarbiv, prosegue l’Espresso, sarebbe diventato popolare sui social per i video «in cui si vanta» di aver demolito circa 50 case palestinesi a settimana. Lo scorso 21 aprile è stato scelto per accendere una delle torce della Cerimonia nazionale dell’Indipendenza israeliana.

Il Consiglio comunale di Teramo ha revocato il gemellaggio con la città israeliana di Rishon Lezion, in vigore da quasi trent’anni. Il sindaco Gianguido D’Alberto ha giustificato la scelta, scrive il Fatto Quotidiano, sostenendo che mantenere il legame «significherebbe ignorare una realtà che non può più essere derubricata a semplice conseguenza della guerra» a Gaza. Teramo ospita una piazza dedicata a Rishon Lezion e c’è chi propone di intitolarla «ai bambini di Gaza».

Il Giornale racconta la discesa in campo politica sempre più probabile di Francesca Albanese, la contestata relatrice Onu sulla Palestina, che a Palermo ha dichiarato: «Facciamo tutti parte di un progetto politico di rinnovamento». Albanese, che ha presentato il suo nuovo libro La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, starebbe valutando una candidatura con Avs o con l’ex Cinque Stelle Alessandro Di Battista.

Una 34enne portoghese residente a Milano è stata interrogata dalla Procura e perquisita nell’ambito di un’indagine per istigazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale, riporta il Giornale. La donna, fotografata ai cortei pro-palestinesi avvolta nella bandiera di Hezbollah, è accusata di aver fatto «apologia di terrorismo». Gli inquirenti sospettano faccia parte di «una più ampia rete di sostenitori delle Guardie repubblicane iraniane e di Hezbollah presenti in Italia, dediti alla propaganda radicale e all’istigazione a compiere azioni violente». Nell’inchiesta risultano altri quattro indagati.

Sul Fatto Quotidiano la filosofa Donatella Di Cesare scrive una lettera aperta al cardinale Pierbattista Pizzaballa, chiedendogli di non lasciare l’angoscia del popolo ebraico «sullo sfondo» mentre evoca con intensità il dolore palestinese: «Nessuna pace sarà possibile se una delle due vulnerabilità viene espulsa dalla narrazione». Di Cesare denuncia la deriva del pacifismo, cristallizzato in «una rappresentazione morale del conflitto: da una parte le vittime assolute, dall’altra i colpevoli assoluti». E avverte: «Non vorrei che in nome della pace si alimentasse una nuova, antica guerra contro Israele e contro il popolo ebraico».

Sul Corriere 7 la senatrice a vita Liliana Segre risponde ai dati Caritas sulla povertà – 282.539 persone assistite nel 2025, il numero più alto mai registrato, con un aumento del 48% in dieci anni – con un ricordo personale: «Quando con un’altra giovane sopravvissuta riuscii a tornare a Milano, alla fine di agosto del 1945, eravamo così devastate che un signore ci fece l’elemosina e ci diede un barattolo di marmellata a testa, anche se in quel momento non stavamo chiedendo nulla». Quel gesto, scrive Segre, le diede «la consapevolezza di come fossi ridotta» ma anche la prova della generosità umana «in una città distrutta dalla guerra». «No, la povertà non può essere normale», conclude la senatrice a vita: «Dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo».

Ottanta fiale di Fentanyl sono sparite dalla cassaforte della farmacia dell’ospedale Israelitico alla Magliana, a Roma, riporta Il Messaggero. La cassaforte non presentava segni di effrazione: chi ha rubato le fiale aveva la chiave, prosegue il quotidiano, segnalando come sia il primo caso di furto all’Israelitico, mentre episodi simili sono accaduti in altri ospedali laziali. I carabinieri indagano sul personale che vi aveva accesso, non escludendo l’ipotesi di un furto su commissione.

Il Corriere della Sera recensisce la riedizione di Un certo Ramondès di Alberto Vigevani (Palingenia), romanzo del 1966 ambientato nella Milano del marzo 1940: un agente dei servizi segreti francesi, ebreo tunisino, viene continuamente scambiato per un celebre studioso di Proust, mentre raccoglie informazioni sugli intellettuali italiani alla vigilia della guerra. Vigevani, milanese esule in Francia per le leggi razziali del ’38 e poi in Svizzera dopo l’8 settembre, usa la cifra del grottesco per ritrarre «l’ambiguità del momento storico in cui molti letterati dovevano ancora decidere da che parte stare». Sul Giornale si parla di Israele, lo Stato necessario di Carlo Panella (Rubbettino): la tesi è che nel 1483 il sultano ottomano Bayezid II abbia vietato la stampa in arabo e turco per 350 anni, producendo un vuoto culturale da cui è nato il jihadismo: «Dove si stampa, cresce un’élite. Dove si brucia la stampa, cresce il fanatismo». Israele, erede della civiltà del libro, sta dall’altra parte di questa frattura: «La guerra di oggi è cominciata cinque secoli fa, in una tipografia mai aperta».

Ottant’anni fa nasceva il bikini: il 5 luglio 1946 alla Piscine Molitor di Parigi lo stilista Louis Réard presentò il suo costume a due pezzi da 194 centimetri quadrati di stoffa, racconta la Repubblica. Meno noto è che l’idea era stata anticipata nel 1932 da Jacques Heim, stilista parigino figlio di ebrei immigrati dalla Polonia, che aveva chiamato la sua creazione «Atome»: entrato nella Resistenza durante l’occupazione nazista, non aveva potuto portare avanti il progetto, spiega il quotidiano.

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