7 ottobre

Vigevani e l’Università Ebraica come «isola felice»

Vigevani e l’Università Ebraica come «isola felice»

Gli anniversari servono anche a fare il punto sul passato. «Ricapitoliamo e cerchiamo di capire la nostra vita oggi: vale per questi mille giorni dal 7 ottobre, sarà ancora più forte quando cadrà il terzo anniversario dell’attacco», riflette Mara Vigevani, milanese d’origine, da anni in Israele e responsabile comunicazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Ripensando a quella mattina, la prima parola che le viene in mente è sorpresa. «Tutti siamo rimasti sorpresi, nessuno si aspettava un attacco simile. E poi mi viene in mente il passaggio da una vita normale, di fiducia verso il futuro, in cui quasi si vedeva una luce in fondo al tunnel, a un’atmosfera completamente disillusa. Ogni speranza cancellata». Anche prima del 7 ottobre, osserva, «era chiaro che “pace” in Medio Oriente non fosse la parola più diffusa, ma si viveva sicuramente in un clima diverso».
Mille giorni dopo, la frattura è tuttora presente, anche attraverso problematiche meno evidenti. «Ci sono insegnanti che in questi tre anni sono stati più soldati riservisti che docenti in classe, e i ragazzi ne risentono. Ci sono medici di famiglia che sono stati più con la divisa militare che non con il camice a curare gli anziani e gli altri pazienti. Sono elementi che trasformano il quotidiano». La guerra ha spostato anche le priorità dello Stato. «Tutto ciò che riguarda il sociale, la scuola, la sanità è molto peggio rispetto a mille giorni fa, perché il budget va molto di più verso il settore della Difesa».
Per Vigevani, il punto non è negare la necessità di alcune risposte militari. «In questi tre anni mi è spesso capitato di pensare che diverse azioni fossero necessarie», spiega, citando l’Iran e il fronte libanese. «Ti dici: bisogna fare qualcosa, non possiamo restare fermi come prima del 7 ottobre. Dobbiamo anticipare il regime iraniano prima che sia lui ad attaccarci, come ha fatto Hamas». Il problema, aggiunge, è la visione del dopo. «I conflitti non sono stati risolutivi e non c’è stata una vera diplomazia. Non c’è stata una filosofia, un pensiero sul futuro. Sono state condotte operazioni militari, ma sono cadute nel nulla».
È qui Vigevani punta il dito sul governo israeliano. «Lo vedo responsabile, non l’unico, ma sicuramente responsabile dell’isolamento in cui oggi si trova il Paese». A suo giudizio, le operazioni militari sono state usate anche per rinsaldare consenso interno, «sfruttando il sentimento di unità che nasce quando ci si sente attaccati», senza però trasformarlo in una strategia politica. Il risultato, conclude, è un Israele più solo, mentre nel mondo crescono «problemi di antisemitismo, di anti-israelismo, di anti non so che, chiamateli come volete».

L’università sotto pressione
Questa pressione arriva anche nel suo lavoro quotidiano. All’Università Ebraica di Gerusalemme si parla di Bds, boicottaggi, atenei che interrompono o riducono i rapporti con le istituzioni israeliane. «Non tutte, naturalmente. Ci sono anche università che continuano ad avere relazioni con noi». Molti legami formali restano, ma la cooperazione accademica vive soprattutto di rapporti personali, progetti tra ricercatori, fiducia. Ed è lì, racconta, che la frattura si sente di più. «Se sei un ricercatore olandese e hai la possibilità di fare ricerca con un collega israeliano o di un altro paese, oggi spesso scegli il secondo». Nei Paesi Bassi, osserva, il fenomeno è molto forte, come in Spagna, in Germania meno. «L’Italia è ancora un po’ a metà». Diversi atenei italiani hanno rifiutato sulla carta il boicottaggio e «continuano a cooperare. Detto questo, dal punto di vista personale il numero di professori, ricerche e collaborazioni tra università israeliane e italiane è sicuramente diminuito».

Un’isola a Gerusalemme
Se attorno a Israele l’aria è pesante, per Vigevani dentro l’Università Ebraica il clima è diverso. «È quasi opposto a quello che si vede fuori, anche nel Paese. L’università è davvero un’isola felice. Chi viene qui rimane sempre molto colpito». Nell’ateneo di Gerusalemme la popolazione studentesca è particolarmente diversificata: il 17 per cento sono arabi israeliani, accanto a palestinesi di Gerusalemme Est e giovani israeliani provenienti da mondi molto diversi. Dal 7 ottobre, spiega Vigevani, sono stati fatti «sforzi enormi» per evitare che questa convivenza si spezzasse.
I docenti hanno ricevuto indicazioni e sostegno per gestire eventuali tensioni nelle classi. Ci sono state manifestazioni da entrambe le parti, ma «non c’è stato nessun atto di violenza». Ogni giorno, nel Forum, la piazza centrale dell’università, si incontrano studentesse con l’hijab e studenti con la kippah, che poi entrano nelle stesse aule. «Certo, ci sono stati e ci sono ancora momenti di discussione, anche accesa, con ragazzi divisi dalle rispettive idee politiche. Però tutto resta a un livello non violento». A tenere insieme questo microcosmo contribuisce anche il lavoro della vicepresidente per diversità e inclusione, con gruppi di musica, teatro, studio, frequentati da arabi ed ebrei, israeliani e palestinesi. «Veramente di tutto. È un’isola felice, un piccolo spazio di ottimismo».

d.r.

I nostri siti