Yaacov Agam ha trascorso tutta la vita a sottrarre l’arte all’immobilità. Morto a 98 anni, l’artista israeliano considerato tra i fondatori dell’arte cinetica lascia un’opera che ha modificato il rapporto tra chi crea e chi guarda, facendo del movimento la condizione stessa dell’esperienza estetica. Le sue opere non chiedono di essere contemplate da un unico punto di vista: cambiano con lo spostarsi dell’osservatore, incorporano il tempo, trasformano la percezione in parte integrante del lavoro artistico. «È un linguaggio fortemente legato alla luce, al movimento e alla percezione», spiega lo storico dell’arte e critico Daniele Liberanome, che sottolinea come le radici di questa ricerca affondino lontano, in oltre un secolo di studi sul colore e sulla percezione visiva. È l’idea che attraversa oltre settant’anni di ricerca e che il comitato del Premio Israele, conferitogli (non a lui) quest’anno, aveva sintetizzato riconoscendogli il merito di aver «infranto i confini dell’arte tradizionale e creato nuovi linguaggi visivi». Nato nel 1928 a Rishon LeZion con il nome di Yaacov Gipstein, in una famiglia religiosa, Agam studiò alla Bezalel prima di trasferirsi in Europa.
La formazione europea…
A Zurigo seguì le lezioni di Johannes Itten, protagonista dell’esperienza del Bauhaus, approfondendo le teorie sull’armonia dei colori e il costruttivismo. Un percorso che Liberanome inserisce in una genealogia più ampia: «Si parte dagli studi sul colore condotti nell’Ottocento, con ricerche anche di carattere scientifico sull’impatto visivo di colori diversi accostati tra loro. Da lì si sviluppa un intero mondo artistico, che passa attraverso figure come Delaunay, Kandinsky e Miró. Vasarely, Agam e gli altri rappresentano in qualche modo l’ultima frontiera di un lungo percorso iniziato molto tempo prima». Nel 1951 si stabilì a Parigi, città destinata a diventare il centro della sua attività creativa. Anni difficili, segnati anche dalla povertà, durante i quali, avrebbe raccontato più tardi, recuperava materiali dai cassonetti per continuare a lavorare. L’incontro con un artista parigino gli aprì però la strada alla prima mostra personale e all’inizio di una carriera internazionale. Da allora le sue opere entrarono nelle collezioni di istituzioni come il Museum of Modern Art e il Guggenheim di New York, mentre la consacrazione arrivò nel 1964 con la partecipazione a The Responsive Eye, la celebre esposizione del MoMA dedicata all’arte ottica e alle nuove sperimentazioni percettive. Parallelamente Agam sviluppò un linguaggio sempre più personale, fondato sull’idea che la realtà non sia mai definitiva ma sempre in divenire. Per questo integrò spazio, tempo, colore e movimento in un’unica esperienza, arrivando anche a ideare l’Agamograph, tecnica che combina immagini differenti su un supporto piegato, così che l’immagine muti secondo l’angolo di osservazione.
…e le radici ebraiche
Le radici di questa visione, spiegava lui stesso, affondavano nella propria formazione: essere cresciuto in Israele, figlio di un rabbino e vicino allo studio della Qabbalah gli aveva insegnato a cercare una verità interiore e a considerare la realtà come qualcosa che non può essere fissato una volta per tutte. Un collegamento, quello fra questa visione e la tradizione ebraica, su cui però Liberanome invita alla cautela: «Qualcuno ha collegato questo aspetto anche alla tradizione talmudica, dove ogni argomento viene analizzato da prospettive diverse e non esiste un unico punto di vista. A essere sincero, nel caso di Agam mi sembra un po’ forzato». Una concezione che trovò espressione non soltanto nei quadri e nelle sculture, ma soprattutto nelle opere destinate allo spazio pubblico. Fra queste, nessuna è nell’immaginario israeliano quanto la Fontana di Fuoco e Acqua di piazza Dizengoff a Tel Aviv. «L’opera che probabilmente ha inciso di più nell’immaginario collettivo», la definisce Liberanome, che ricorda come sia «collocata in una posizione così centrale è impossibile non notarla». Negli anni Ottanta divenne uno dei simboli della città: una struttura coloratissima che, a orari prestabiliti, univa getti d’acqua, fiamme, luci, rotazione e musica classica in una composizione in continua trasformazione. Non tutti la apprezzavano, ma il pubblico israeliano la fece propria fino a identificarla con la piazza stessa. Oggi, dopo la ristrutturazione della piazza, la fontana non è più completamente funzionante: «Lo stesso Agam si oppose con forza al progetto di spostarla, quando vide i piani della nuova sistemazione», racconta Liberanome, spiegando anche che «nella fontana il passaggio impercettibile da un colore all’altro fa sì che alcuni effetti si perdano, per ragioni puramente fisiche». La stessa attenzione al dialogo fra arte, architettura e spazio urbano caratterizza anche altri interventi, dalla Scala di Giacobbe nel centro congressi di Gerusalemme alla facciata del Dan Hotel di Tel Aviv, pensata perché i colori cambino con la luce del giorno e con il movimento dei passanti, fino alle installazioni realizzate a Parigi, New York, Tokyo, Buenos Aires, Miami e Chicago. Proprio la facciata dell’hotel, secondo Liberanome, restituisce la cifra dell’artista: «Rappresenta ancora meglio il suo linguaggio rispetto alla fontana, perché non ha le successive aggiunte di acqua e fuoco e permette di cogliere con maggiore chiarezza il passaggio graduale tra i colori».
I riconoscimenti
Nel corso della carriera Agam ricevette numerosi riconoscimenti, fra cui il Premio Sandberg, il Premio UNESCO per l’educazione artistica e la medaglia Jan Amos Comenius per il cosiddetto Metodo Agam, dedicato all’apprendimento attraverso l’arte visiva. Dal 2017 Rishon LeZion ospita il primo museo interamente consacrato alla sua produzione. Nell’arte israeliana, ricorda ancora Liberanome, il suo ruolo è stato centrale: «Per molti anni l’arte israeliana è stata una sorta di provincia della provincia, che riprendeva modelli sviluppati altrove. Agam, invece, rappresentava qualcosa di più autonomo e riconoscibile». Pur non sottratta alle critiche, talvolta rivolte al carattere decorativo di alcune opere, la sua ricerca ha cambiato il modo di intendere il ruolo dello spettatore. Un’eredità che, secondo Liberanome, non è del tutto esaurita: «Una parte della videoarte contemporanea è, in qualche misura, collegata a quel grande movimento in cui il gioco dei colori e dei loro effetti era fondamentale», anche se si tratta di «una parentela oramai lontana». Sul piano del mercato, invece, il giudizio è più severo: «Nelle aste non suscita grandi entusiasmi e non raggiunge più quotazioni molto elevate». Con la sua scomparsa si chiude una delle esperienze artistiche più originali nate in Israele nel secondo dopoguerra, ma resta intatta l’intuizione che ha guidato tutto il suo lavoro: un’opera vive davvero soltanto quando incontra lo sguardo di chi la osserva e si trasforma insieme a lui. Come osserva Liberanome, mettendo a confronto la sua ricerca con quella di Rothko: «In Rothko la questione della diversa percezione dell’opera è esplicitamente dichiarata dall’artista: limitarsi a una sola visione significa mutilarla. Agam, invece, questo non lo dice esplicitamente. Me nelle sue opere tutti i punti di osservazione sono legittimi».
Ada Treves
(Nell’immagine in alto, la “Fontaine d’Agam” nel quartiere degli affari La Défense di Parigi; in basso la fontana “Fuoco e Acqua” dell’artista israeliano in piazza Dizengoff, a Tel Aviv)