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Bokertov 7 luglio 2026

Bokertov 7 luglio 2026

Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio governo di Gaza, con il premier Mohammed Jawad Abdul-Khaliq al-Farra che ha presentato le dimissioni da capo del governo d’emergenza: «Una mossa per mollare alla comunità internazionale la patata bollentissima degli aiuti e aprire la Striscia al Comitato per l’amministrazione di Gaza», il board di tecnocrati palestinesi voluto da Trump, commenta il Corriere della Sera. Il movimento terroristico ha però chiarito che «solo il personale tecnico e professionale» rimarrà a gestire gli affari quotidiani, e nessuno parla di disarmo. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha liquidato l’annuncio come «concepito per evitare il disarmo»: dietro le dimissioni ci sarebbero Turchia e Qatar, «per destabilizzare Israele prima delle elezioni». Il Board of Peace ha preso nota avvertendo che valuterà gli sviluppi «in base alle azioni, non alle promesse». Repubblica si interroga: è «una svolta o l’ennesima cortina di fumo»? Il nodo sono le armi con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu contrario a far partire la ricostruzione senza un disarmo effettivo di Hamas. Per Libero, i terroristi puntano a replicare a Gaza il modello di Hezbollah in Libano: «Un partito in giacca e cravatta in Parlamento e una milizia armata fino a denti al confine con Israele». «Rinunciando al controllo della Striscia», prosegue il quotidiano, «Hamas elimina ogni pretesto per l’occupazione, che continua la sua aggressione». Il Sole 24 Ore aggiunge che nelle ultime ore sono stati registrati cinque morti e almeno venti feriti nella Striscia, mentre il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha annunciato su Instagram l’avvio di una «rivoluzione negli insediamenti» che, scrive il quotidiano economico, «non si limiterà al territorio occupato della West Bank, ma anche nel Negev e in Galilea». Dall’entrata in vigore della tregua, gli attacchi di Hamas hanno ucciso cinque soldati israeliani, mentre i palestinesi uccisi nello stesso periodo superano i mille, tra cui 275 bambini secondo Save the Children. Le truppe delle Idf, spiega il Giornale, «controllano oltre il 60% della Striscia, una zona cuscinetto per scoraggiare gli attacchi di Hamas. Il mese scorso Netanyahu ha ordinato all’esercito di riconquistare il 70% dell’enclave».

I prossimi colloqui diretti tra Israele e Libano si terranno a Roma il 14 e 15 luglio, ha annunciato l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter. Lo spostamento della sede da Washington a Roma, sottolinea La Stampa, suona inaspettato nel clima di tensione tra il presidente Usa Donald Trump e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, «ma non sorprende»: già in aprile il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani aveva proposto Roma come sede neutrale per i tavoli diplomatici diretti tra Gerusalemme e Beirut. L’ambasciatore Leiter è ottimista nonostante le «differenze significative» che rimangono tra i due Paesi: «Abbiamo bisogno di tempo e di gruppi di lavoro che si siedano e collaborino sui punti controversi» (Sole 24 Ore e Giornale). Netanyahu nel frattempo critica la possibilità che gli Usa forniscano caccia F-35 alla Turchia, sostenendo che «potrebbe sconvolgere gli equilibri di potere in Medio Oriente e minacciare la superiorità aerea israeliana nella regione». Il presidente libanese Joseph Aoun incontrerà Trump il 21 luglio alla Casa Bianca.

In occasione del vertice Nato di Ankara, il Riformista raccoglie le voci degli analisti israeliani sul rapporto con la Turchia di Erdogan: «Il sultano è comunque meglio degli ayatollah», la sintesi. Tra Netanyahu ed Erdogan non corre buon sangue, ma c’è ancora chi a Gerusalemme non dimentica che la Turchia è stato il primo Paese musulmano a riconoscere lo Stato ebraico nel 1949 e che preferisce il «fare da realpolitiker del sultano» all’alternativa iraniana. «A quel punto sarà più facile concludere accordi con il mondo musulmano piuttosto che con l’Occidente», prevede una fonte israeliana citata dal quotidiano.

«Dal Golfo alla Germania, lo Stato ebraico è il principale asset militare dell’Occidente»: il Foglio documenta il ruolo crescente di Israele come pilastro della difesa occidentale. La Germania ha installato una seconda batteria del sistema antimissile Arrow 3 a Kaufbeuren in Baviera nel quadro di un contratto complessivo da oltre 6 miliardi di euro. La Romania ha nel frattempo firmato un nuovo contratto da due miliardi per il sistema Spyder. Sul fronte americano, il Wall Street Journal rivela che gli Usa stanno valutando di ridurre la propria presenza nel Golfo, dove le basi in Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita hanno subito danni per 2-5 miliardi di dollari, e spostare parte delle forze in Israele. «Nel nuovo grande gioco delle potenze, certi avamposti non si sostituiscono. Si difendono», conclude il Foglio.

Il Corriere torna sulla decisione del governo israeliano di non obbedire a una sentenza della Corte Suprema, la prima volta nella storia del paese. La questione formale riguarda le nomine ritenute troppo «politiche» della commissione di vigilanza televisiva, ma lo scontro, spiega il quotidiano, è più profondo. Il ministro della Giustizia Yariv Levin promette: «Apriremo la prossima legislatura con una crisi costituzionale sulle nomine giudiziarie». Il presidente d’Israele Isaac Herzog avverte: «Il mancato rispetto delle sentenze della Corte è una linea che non deve mai essere oltrepassata». L’opposizione contesta la maggioranza: Yair Lapid parla di «crollo delle fondamenta della nostra democrazia», Naftali Bennett di «dissoluzione dello Stato», Gadi Eisenkot accusa Netanyahu di «alzare le mani contro la democrazia per dividere l’opinione pubblica». Un editoriale di Yedioth Ahronot avverte: «Ne vedremo altri, di questi scontri».

Le ong israeliane Peace Now e Kerem Navot affermano in un report che dal 2022 il governo Netanyahu ha costruito 185 nuovi insediamenti in Cisgiordania, di cui 130 definite “fattorie”: «Microscopiche comunità agricole usate per prendere possesso dei terreni in modo violento», sostiene Repubblica. In tre anni, si legge nel report, sono state autorizzate 40.064 nuove unità abitative in Cisgiordania, 118 comunità espulse e 223 chilometri di strade ad uso esclusivo degli israeliani.

La controversa Hind Rajab Foundation ha presentato una denuncia alla procura di Roma contro Arik Ben Asulin, soldato israeliano accusato di aver partecipato alla demolizione controllata di infrastrutture civili a Gaza e attualmente in Italia. Ne scrive il Fatto Quotidiano. È una delle novanta denunce presentate dalla fondazione in trenta giurisdizioni su quattro continenti contro soldati israeliani accusati di crimini di guerra.

La Stampa recensisce Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana di Elena Testi (Sem), inviata di La7: un romanzo-inchiesta che ricostruisce la genealogia dell’estrema destra israeliana da Brooklyn a Gerusalemme, attraverso fondazioni, finanziatori americani, mondo evangelico e insediamenti in Cisgiordania. Il libro, nota la Stampa, «si legge con facilità e inquietudine ma racconta Israele come se fosse già diventato ciò contro cui, in realtà, sta ancora combattendo».

Il caso del furto di 80 fiale di Fentanyl dall’ospedale Israelitico continua ad essere al centro delle cronache: la procura di Roma, riporta Repubblica sul dorso locale, indaga sulla pista dei medici abusivi, un fenomeno già sotto osservazione dei carabinieri del Nas. Le fiale, pari a circa 2.000 dosi (non 20mila come ipotizzato inizialmente), potrebbero essere finite in laboratori clandestini che formulano nuove droghe, o vendute sul dark web. Il furto sarebbe stato commesso in una sola notte, tra l’11 e il 23 giugno, da qualcuno che sapeva già dove piazzare il bottino.

Avvenire recensisce L’organizzazione del pessimismo di Ricardo Ibarlucía (Efesto), saggio sul pensatore ebreo-tedesco Walter Benjamin che esplora la sua formula chiave: «Organizzare il pessimismo» non come rassegnazione alla catastrofe, ma come «strumento conoscitivo e chance rivoluzionaria». Il volume approfondisce il dialogo di Benjamin con il surrealismo, la fotografia e il cinema, mostrando come in lui «marxista e teologo» convivano istanze apparentemente inconciliabili. Segnalata anche la riedizione di L’angelo della storia (Giuntina 2026), con il celebre saggio di Hannah Arendt.

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