Il rabbino statunitense Noam Marans dirige da qualche mese il dipartimento degli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee (Ajc), una delle più antiche organizzazioni ebraiche di difesa dei diritti civili, fondata nel 1906 in “risposta” ad alcuni sanguinosi pogrom in Russia. Si trova a Roma, dove ha incontrato alti rappresentanti della gerarchia vaticana ed esponenti delle istituzioni ebraiche. Nei prossimi giorni sarà a Hannover, in Germania, per partecipare a una conferenza dell’International Council of Christians and Jews (ICCJ) sul tema “Pentimento, riparazione e riconciliazione: risorse religiose per tempi tumultuosi”. I tempi sono in effetti complessi, sottolinea Marans dialogando con alcuni giornalisti durante un incontro organizzato nella sede dell’Associazione della Stampa Estera dalla rappresentante italiana dell’Ajc, la giornalista Lisa Palmieri-Billig. E se con il mondo cristiano e in particolare cattolico «sussistono divergenze di opinioni» su alcune questioni, riferite soprattutto alla situazione in Medio Oriente, sono per Marans motivo di soddisfazione in questo delicato ambito il «cambiamento di politica» e il «linguaggio più moderato» di papa Leone XIV rispetto a chi l’ha preceduto nell’incarico di guida della Chiesa. «Ha raffreddato la temperatura e questo è certo un bene».
«Indietro non si torna»
Per definire le relazioni tra ebrei e cristiani Marans ha evocato alcune dinamiche del mercato azionario. Perché possono a volte fluttuare in modo repentino, tra cadute e risalite, «ma la direzione presa è quella giusta». E ciò anche per via di alcune «pietre miliari» che segnano da tempo il percorso. Come l’accordo siglato tra la Santa Sede e lo Stato d’Israele nel 1993, da lui definito monumentale. «Lo definisco così perché la visita di un papa in Israele è una visita di Stato e implica tra vari aspetti anche una sosta al Kotel, il Muro Occidentale; il significato di quest’atto, per israeliani ed ebrei della Diaspora, è enorme». La speranza di Marans è che Leone XIV possa agire nel solco di quello che è stato l’operato della Chiesa da Giovanni Paolo II in poi e quindi «visitare la sinagoga di Roma, lo Stato d’Israele, recarsi come pellegrino ad Auschwitz-Birkenau; però Leone XIV è un uomo indipendente, magari non farà le stesse identiche cose, ma questo non significherà certo una minore attenzione». Intanto, ha sostenuto Marans, «ha già compiuto due atti senza precedenti al momento dell’elezione: ha scritto delle lettere a specifici leader ebraici, tra i quali il sottoscritto, e le ha personalizzate con dei riferimenti alla Nostra Aetate». Indietro, insomma, non si torna. Neanche nel rapporto con Israele. Per Marans, «nessuno ad alto livello nella Chiesa mette in discussione il diritto di Israele a esistere, il dibattito inizia su come si mette in pratica ciò». Problemi non banali persistono invece a livello di “base” di gerarchia e fedeli. È quella «la sfida vera, anche se negli Usa stiamo iniziando a ottenere dei successi». Marans si è anche soffermato sull’impegno dell’organizzazione a «difendere e trasmettere empatia, in ogni direzione; quando lo scorso anno una chiesa di Gaza è stata colpita per errore dall’esercito israeliano abbiamo promosso una donazione». Un modo per dire «ci siamo, non chiudiamo gli occhi davanti alla sofferenza». Marans ha anche qualche messaggio per il mondo ebraico: il primo è quello di scrollarsi di dosso alcune “paure” condizionate dalla difficile relazione con la cristianità nei secoli passati, il secondo è impegnarsi «per allontanare e denunciare alcuni estremisti che pretendono di parlare a nome dell’ebraismo».
a.s.