Dai giornali di oggi

Bokertov 10 luglio 2026

Bokertov 10 luglio 2026

L’intelligence israeliana avrebbe condiviso con la Casa Bianca l’esistenza di un piano iraniano per uccidere Donald Trump. La notizia, data dal Wall Street Journal, è rilanciata anche dalla stampa italiana e resta sullo sfondo degli ultimi aggiornamenti bellici, con al centro ancora le vicende dello Stretto di Hormuz e i funerali di Ali Khamenei. Tra Usa e Iran sarà di nuovo guerra aperta o le trattative proseguiranno? «Né gli Stati Uniti né l’Iran hanno interesse ad avviare un’altra guerra su vasta scala. Al momento Israele sembra l’unico attore che favorirebbe la ripresa di un confronto militare più ampio», sostiene Abdulaziz Sager, fondatore e presidente del Gulf Research Center dell’Arabia Saudita, in una intervista con il Corriere della Sera. Di Hormuz parla tra gli altri Joshua Landis, analista a capo del “Center for Middle East Studies” dell’Università dell’Oklahoma, sentito da Repubblica. Per Landis, tenere ostaggio lo Stretto è l’unica vera forma di deterrenza a disposizione degli ayatollah: «In passato avevano Hezbollah e il regime siriano di Assad che minacciava l’equilibrio della regione, attaccando Israele. Con un nuovo governo siriano così dialogante con gli Stati Uniti, e con Hezbollah indebolito, gli resta solo lo Stretto: come abbiamo già visto, bloccarlo può mettere in ginocchio l’economia mondiale». Il presidente Usa, riporta La Stampa, avrebbe ribadito ai suoi consiglieri di non riprendere la guerra a meno che l’Iran non uccida militari statunitensi. Per La Stampa, mentre «si suppone che l’Iran si astenga dall’oltrepassare la linea rossa», resta «piuttosto chiaro che non ci sarà alcun accordo sulla limitazione del programma nucleare iraniano entro la scadenza dei sessanta giorni».

Dieci Paesi europei sarebbero in trattativa per il sistema di difesa missilistica israeliano “Fionda di Davide”. Ne scrive il Foglio, riportando le dichiarazioni al riguardo del direttore generale dell’Israeli Missile Defense Organization, Moshe Patel. L’interesse europeo non è casuale, sottolinea la testata, ma il «sintomo di un risveglio tardivo ma necessario: di fronte alla minaccia russa e iraniana, il Vecchio continente scopre che la sicurezza non si compra con la retorica o con i Pnrr europei».

Libero propone un reportage dal nord d’Israele con vista su Hezbollah. A dieci chilometri dalle postazioni dei terroristi sciiti «i rifugi antimissile sono pronti e stavolta le porte di sicurezza si potranno chiudere dall’interno, per evitare un altro 7 ottobre». Israele non vede di buon occhio una nuova Unifil, riferisce in tema il Tempo. E quindi vuole sapere «se l’eventuale coalizione internazionale guidata da Italia e Francia, destinata a prendere il posto della missione delle Nazioni Unite, sarà pronta a mettere mano veramente al dossier Hezbollah».

In un colloquio con il Riformista, parlando del vertice Nato di Ankara, l’analista Emanuele Ottolenghi mette in guardia sulla Turchia «esportatrice di radicalismo islamico, non democratica e non allineata con gli interessi strategici Nato». Rispetto ai F-35 promessi a Erdogan, «Trump, con la sua politica mercantilista e la sua debolezza per gli uomini forti, probabilmente non vede il problema; ma oltre all’opposizione israeliana c’è quella, più decisiva, del Congresso americano, che non vuole rischiare che la tecnologia dell’F-35 venga esposta ai sistemi di difesa russi».

Sono arrivate le prime condanne per gli hater online della senatrice a vita Liliana Segre. Come riporta il Corriere, il Tribunale di Milano ha condannato uno degli odiatori, l’unico ad aver scelto il rito abbreviato, a quattro mesi e a un risarcimento di 1.500 euro. Per un altro sono stati invece disposti la messa alla prova con lavori di pubblica utilità e un risarcimento alla Fondazione Memoriale della Shoah. «Non è dato di sapere se Francesca Albanese fosse presente in aula, né se si sia alzata per andarsene indignata alla lettura della sentenza», chiosa il Foglio.

«Dopo il 7 ottobre, cosa è cambiato in Occidente?», chiede il Riformista ad Alexander Meloni, il rabbino capo di Trieste,  «Le persone si sono sentite giustificate nel parlare di antisionismo, inteso come non diritto del popolo ebraico di esistere», risponde il rav, intervenuto ieri al convegno triestino “Italia e Israele: l’una nello sguardo dell’altra”. «Insomma, dietro la parola antisionismo hanno camuffato un concetto antisemita. L’unico ebreo che possono accettare è l’ebreo morto o sottomesso».

«Un abuso intollerabile». Così il presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, commenta una doppia perquisizione svoltasi in modo «aggressivo e umiliante» nei confronti di una famiglia ebraica milanese (tra cui tre bambini) all’uscita di un negozio. Ne scrive il Giornale, segnalando l’identità nordafricana della guardia giurata.

I nostri siti