Alla fine degli anni Trenta, Charlotte Michel fece arrivare negli Stati Uniti una spilla con una pietra azzurra a forma di rosa. Racconta Anne Pollmann sulla Jüdische Allgemeine che sarebbe dovuta partire anche lei per l’America, in fuga dalla Germania nazista, ma non ci arrivò mai: ebrea originaria di Andernach, fu deportata e uccisa ad Auschwitz nell’agosto del 1942. Quasi 85 anni dopo quella spilla è stata indossata dalla nipote, Carolyn Oliner, durante la cerimonia in cui ha riottenuto la cittadinanza tedesca a bordo della Gorch Fock, la nave scuola della Marina tedesca ormeggiata nel porto di New York. Prima della consegna dei certificati il comandante della nave ha parlato di un «momento di dignità e riconciliazione». Una definizione che ha colpito Oliner: «Riconosce che non ci stiamo aggiungendo a qualcosa, ma che stiamo tornando», ha spiegato. Con sé aveva anche una fotografia in bianco e nero dei nonni nel giorno del loro matrimonio, celebrato proprio ad Andernach. Oliner è tra i discendenti delle vittime del nazismo che hanno ottenuto la cittadinanza grazie alla Wiedergutmachungseinbürgerung, la naturalizzazione prevista come forma di riparazione per chi perse la cittadinanza a causa delle persecuzioni. Nel suo caso i nonni e la madre ne erano stati privati nel 1941, e per arrivare al riconoscimento è stato necessario ricostruire la storia familiare attraverso documenti sparsi tra archivi e registri. Le richieste sono in aumento costante: secondo i dati del consolato generale tedesco di New York, le domande sono passate da 734 nel 2022 a 1.357 nel 2024, fino a 1.771 nel 2025; a favorire la crescita ha contribuito la riforma della legge sulla cittadinanza entrata in vigore nel 2021 in Germania, che ha ampliato il numero degli aventi diritto, includendo categorie di discendenti che in precedenza erano rimaste escluse. Tra loro c’è Eugene Wolff, che ha trascorso due anni a cercare documenti tra Colonia e alcune località della Polonia: «È stato come uno scavo archeologico», dice. Il nuovo passaporto, racconta, rappresenta certamente un vantaggio, ma è soprattutto un modo per rendere omaggio al nonno, costretto a lasciare la Germania negli anni Trenta. Per molti la decisione non è stata priva di interrogativi. Naomi Huth racconta che sua nonna, cresciuta in Germania e poi fuggita dal nazismo, probabilmente non avrebbe capito la scelta di recuperare quella cittadinanza. Per lei, invece, significa riconoscere una parte della propria storia familiare. Karen Adler parla di una «ri-connessione con le mie radici tedesche» e racconta che il padre, pur costretto all’esilio, continuò ad amare la lingua e la cultura tedesca. Ma riconosce anche un altro elemento: il clima politico negli Stati Uniti: «Non siamo contenti di quello che sta succedendo qui», osserva, spiegando che una seconda cittadinanza rappresenta anche una possibilità in più per il futuro. La cerimonia sulla Gorch Fock racconta entrambe le dimensioni: quella della riparazione storica e quella di un ritorno simbolico a una cittadinanza che, per molti, rappresenta il recupero di un diritto sottratto ai loro familiari.
(La nave scuola della Marina tedesca Gorch Fock)
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Ebrei americani, passaporto tedesco: quanti e perché