Con il suo ultimo libro Il professore ebreo perseguitato due volte. Tullio Terni e l’ipocrisia italiana (ed. La nave di Teseo), il giornalista Pierluigi Battista si è aggiudicato il prestigioso premio Viareggio-Rèpaci 2026 nella sezione saggistica. Congratulandoci con l’autore, vi proponiamo di seguito la nostra recensione:
Una storia crudele, ingiusta e dal finale tragico ma costellata da episodi di meschinità umana, di soprusi grandi e piccini – dal timore di ospitare un ebreo in una località di villeggiatura all’ambizione, gratificata, di sottrargli la cattedra universitaria – che ne fanno una storia tipicamente italiana. La racconta Pierluigi Battista nel libro Il professore ebreo perseguitato due volte (La nave di Teseo, 2025) il cui sottotitolo non a caso è Tullio Terni e l’ipocrisia italiana. Come gli altri ebrei italiani, nel 1938 lo scienziato Tullio Terni fu vittima dell’ignominiosa cacciata dalle scuole e dagli atenei italiani: studenti e docenti, dalle scuole elementari alle università si riscoprirono solo ebrei, cittadini di ultima classe di fronte alla nuova arianità dei colleghi italici privi di mamma o papà ebreo. Terni ne uscì a pezzi e protestò, ricordando al regime il suo curriculum inappuntabile di italiano. Era stato «in guerra per la Patria dal 1915, Capitano Medico alla Quinta Divisione di Cavalleria» ottenendo una Croce al merito di guerra per «coraggio e sprezzo del pericolo», e dal 1935 era «Ufficiale nell’Ordine della Corona d’Italia». Rivendicò di essere non solo italiano, ma anche ariano (provò come tanti altri ebrei ad attribuirsi quarti inesistenti di non ebraicità) e, se non bastasse, fascista, come milioni di altri italiani, con tessera del partito dal 1928. Infine, era anche membro dell’Accademia dei Lincei «con relativo giuramento». Il fine «non poi tanto disdicevole» di queste rivendicazioni, osserva Battista, era quello «di schivare le conseguenze più dure della discriminazione razzista».
Tutto inutile. A Terni e famiglia non resta che nascondersi, pagare per sopravvivere, acquisire una nuova identità. Tullio Terni diventa Taddeo Tadini. Tanti colleghi, amici e parenti dei Tadini saranno rastrellati e uccisi. Loro sopravvivono e con la Liberazione riacquisiscono il loro cognome di nascita. Ma l’epilogo è forse più drammatico dell’inizio. Dopo la guerra l’Accademia dei Lincei non reintegra lo scienziato per «condotta vile per aver chiesto l’arianità e per conservare la tessera fascista». A stabilire la sua “indegnità” contribuiscono non pochi docenti collusi con il fascismo che nel 1938 avevano approfittato delle leggi antisemite per ottenere una delle cattedre liberate con la cacciata dei docenti ebrei. Terni si tolse la vita con la fiala di cianuro che si era procurato per uccidersi se fosse caduto in mano nazista.
Un libro su una storia del passato, capace però di farci riflettere anche su alcuni immutati tic e ingiustificati complessi di superiorità di una parte della classe dirigente italiana che, in un contesto molto diverso, rischia oggi come ieri di anteporre la pratica della politica attiva e del giudizio morale all’obiettivo della ricerca e al valore del merito scientifico.
dan.mos.