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Bokertov 22 luglio 2026

Bokertov 22 luglio 2026

Il presidente libanese Joseph Aoun è stato ricevuto da Donald Trump nello Studio Ovale — prima visita di un capo di Stato di Beirut alla Casa Bianca dal 2009 — ottenendo la promessa di sostegno americano. «È un posto che è stato a lungo maltrattato, ma noi lo tratteremo con il rispetto che merita», ha dichiarato Trump. Aoun, riferisce il Corriere della Sera, ha portato a Trump un piano dettagliato per il disarmo di Hezbollah e chiesto garanzie vincolanti per il completo ritiro delle Idf dal sud del Libano, previsto nell’accordo quadro trilaterale del 26 giugno ma senza tempistiche definite. Trump si è detto disposto a parlare anche con Hezbollah, annunciando la ripresa dei voli americani per Beirut dopo quarant’anni. Il presidente Usa, aggiunge Repubblica, ha rinnovato la proposta che la Siria di Ahmed al-Sharaa intervenga militarmente per disarmare Hezbollah: «Li ha combattuti per molto tempo. Penso che sarebbe molto efficace».
Beirut ha criticato Israele per i colpi di avvertimento sparati dalle Idf nei confronti di soldati libanesi che avevano superato l’area compresa nelle “zone pilota”. I libanesi, sottolinea Libero, «si lamentano, ma negli ultimi vent’anni i terroristi sciiti hanno speso una cifra stimata in 1-3 miliardi di dollari per costruire una rete di tunnel nel sud del Libano, all’insaputa o con la complicità delle forze armate di Beirut. Ci deve pensare ancora lo Stato ebraico a smantellare le macchine da guerra, se altri non riescono a farlo».

«Colpiremo Pickaxe Mountain molto presto e molto duramente». Così il presidente Usa Trump annunciando l’imminente attacco alla montagna nel centro dell’Iran che nasconde nei suoi tunnel, scavati fino a 600 metri sotto roccia granitica, migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, riportano i quotidiani. «L’Iran non ha ancora visto niente. Siamo stati gentili», ha minacciato il presidente. La guerra è costata agli Usa 37,5 miliardi di dollari, ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth in audizione al Senato, chiedendo altri 67 miliardi. Sul fronte opposto, l’Iran è tornato a bloccare petroliere a Hormuz e a bombardare basi americane nel Golfo: i pasdaran affermano di aver colpito «l’infrastruttura centrale dei dati Amazon» in Bahrein e droni hanno colpito vicino al consolato americano a Erbil. Un report d’intelligence sul tavolo della Casa Bianca, scrive La Stampa, avverte che lo stallo è destinato a protrarsi: «L’Iran non diventerà più disposto ad accettare negoziati se continuamente sotto attacco». Il Giornale parla di «bivio per Trump, tentato dalla guerra totale» all’Iran.

I ribelli Houthi dello Yemen hanno aperto un nuovo fronte nella guerra Usa-Iran, avvertendo via email le compagnie di navigazione internazionali che le navi dirette ai porti sauditi del Mar Rosso potrebbero subire azioni militari: sei navi hanno già invertito la rotta, tra cui due petroliere dirette in Cina e India, racconta il Corriere della Sera. «I blocchi degli stretti di Bab el-Mandeb e Hormuz fanno parte di una strategia unica elaborata da Teheran: sbaglia chi pensa che gli Houthi decidano da soli», commenta a Repubblica Eyal Pinko, ex ufficiale della Marina israeliana ed esperto di sicurezza marittima al Nato Defense College di Roma. Sulla capacità degli Houthi di bloccare il Mar Rosso, Pinko spiega: «Dispongono di missili, siluri e mine navali forniti dall’Iran. Negli ultimi due anni e mezzo hanno già ridotto le entrate legate a Suez e ogni viaggio via Africa può costare oltre un milione di dollari in più». Sullo scenario futuro Pinko è pessimista: «Il passaggio successivo può essere un attacco dell’Iran contro Israele, poi Hezbollah tornerebbe in guerra. Nessuno pare intenzionato a fermarsi».

«Non deve essere facile pensare di tornare a vivere con accanto questo ricordo dell’orrore», scrive il Corriere della Sera con un reportage nei kibbutz distrutti dai terroristi palestinesi il 7 ottobre 2023. Da Kfar Aza al bosco del Nova Festival, Israele, spiega il quotidiano, è alle prese con un dilemma: come custodire una tragedia «senza permetterle di occupare ogni spazio della vita». A Kfar Aza il 70% dei membri ha votato per spostare il quartiere dei giovani, dove tredici ragazzi sono stati assassinati, e costruire un memoriale, ma i genitori di alcune vittime hanno fatto ricorso all’Alta Corte: quelle case, sostengono, «sono la prova materiale di ciò che accadde». Mazal Tazazo, sopravvissuta al Nova Festival fingendosi morta tra le foglie, racconta di riuscire a dormire «solo perché il nostro esercito è a Gaza». «Il problema non è se ricordare ma come impedire che la memoria finisca per occupare ogni spazio della vita quotidiana», scrive il Corriere.

Israele sta erigendo un muro di terra lungo la linea gialla che separa la popolazione di Gaza dalla zona controllata dalle Idf: il terrapieno ha già raggiunto i 23 chilometri sui 59 totali del confine, «allontanando ulteriormente la possibilità per i gazawi di tornare alle proprie case», scrive il Sole 24 Ore. La prospettiva della separazione, spiega il Giornale, «è considerata questione vitale di sopravvivenza per gli israeliani, convinti che sia indispensabile creare un cordone di sicurezza, tanto che attorno alla linea di demarcazione l’esercito israeliano (Tsahal) ha ammesso di aver creato una “zona di sicurezza”». L’Onu, aggiunge il Sole, denuncia che nella settimana dal 13 al 20 luglio «l’esercito israeliano ha ucciso 57 palestinesi, tra cui sei bambini e otto donne», ricordando che «attaccare deliberatamente i civili è un crimine di guerra».

«7 ottobre in Europa»: il Foglio racconta le indagini tedesche sulla rete di Hamas nel Vecchio continente, «con 45 attentati islamisti registrati in ventuno stati Ue nell’ultimo anno». La Procura federale tedesca ha arrestato nove uomini da Copenaghen a Berlino a Londra a Vienna, che pianificavano attacchi contro strutture ebraiche o israeliane fissando come data il secondo anniversario del 7 ottobre. In Grecia, una cellula ha pianificato un attacco contro una nave da crociera israeliana. «L’islamismo radicale non vuole “resistere” a Gaza, ma destabilizzare l’Occidente», scrive il Foglio. «Ignorare il salto di qualità significa prepararsi a un futuro di terrore».

I Paesi Bassi hanno annunciato che a partire da settembre i prodotti provenienti «dagli insediamenti israeliani illegali situati nei territori palestinesi» non potranno più entrare nei suoi confini. Diversi Paesi Ue si sono espressi a favore del divieto ma, spiega il Sole 24 Ore, non è ancora stato raggiunto un accordo condiviso: Irlanda, Belgio e Spagna hanno già imposto proprie restrizioni commerciali.

Su Domani lo storico Simon Levis Sullam recensisce Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio di Omer Bartov (Laterza). Il libro, scrive Sullam, documenta «una disarmante assenza di empatia, fondata in molti casi su una disumanizzazione del nemico palestinese» nella società israeliana, e si chiude con la proposta di una confederazione binazionale, «ultimo, quasi utopistico barlume di speranza».

Una quarantina di docenti del Comitato Sapienza per la Palestina ha firmato una lettera aperta che pretende dal futuro rettore o rettrice un impegno esplicito e «vincolante» contro Israele, racconta il Foglio. «Un’università pubblica non è un partito né un comitato di lotta. Pretendere il contrario significa trasformare l’ateneo in un attore di politica estera parallela, scavalcando governo e Parlamento», commenta il quotidiano, sottolineando come «Lettere che trasformano i rettori e i docenti in militanti e catechisti sono l’opposto di una democrazia. Ricordano tanto il fascismo». Sempre sul Foglio Lucio Capone racconta «il paradosso di Biella»: gli attivisti di Ultima Generazione, passati dallo scioperare per il clima all’imbarcarsi sulla Flotilla per Gaza, si oppongono ora alla realizzazione di un impianto agrivoltaico da 47 MW a Cavaglià perché l’azienda proponente, Econergy, è israeliana. «Il climate change ha smesso di essere il problema più grave dell’umanità. Prima c’è Israele», commenta Capone.

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