Perché il conflitto israelo-palestinese suscita, in una parte significativa dell’opinione pubblica occidentale, un livello di mobilitazione che non si riscontra per nessun’altra guerra contemporanea? Perché le piazze si riempiono di bandiere palestinesi mentre tragedie altrettanto drammatiche, dall’Ucraina al Sudan, dallo Yemen ad altri teatri di guerra, raramente generano una partecipazione analoga?
Le vittime e la violenza del conflitto non bastano, da sole, a spiegare questo fenomeno. Per comprenderlo occorre guardare alla convergenza di due potenti correnti culturali e ideologiche che, intrecciandosi, hanno prodotto quella che si può definire una vera e propria “tempesta perfetta”.
Nel suo libro La tempesta perfetta, Sebastian Junger racconta come i disastri più devastanti non nascano da un singolo evento, ma dall’incontro di sistemi atmosferici diversi, ciascuno con una propria origine e una propria forza. Separatamente sarebbero fenomeni affrontabili; insieme generano qualcosa di imprevedibile e dirompente.
Una dinamica analoga, secondo questa interpretazione, aiuta a comprendere anche la particolare intensità dell’ostilità che oggi circonda Israele.
La prima corrente interpreta Israele come l’emblema del capitalismo globale e dell’Occidente post-coloniale, trasformandolo nel simbolo di tutte le responsabilità attribuite al mondo occidentale. Questa rappresentazione, tuttavia, tende spesso ad attingere a un immaginario ben più antico. Per secoli la propaganda antisemita ha associato gli ebrei alla ricchezza, alla finanza e allo sfruttamento economico, alimentando lo stereotipo di un popolo che prospererebbe a spese degli altri. In questa prospettiva, identificare Israele con il capitalismo finisce per riproporre, in forma politica e contemporanea, schemi narrativi molto precedenti alla nascita dello Stato ebraico.
Una lettura che trascura aspetti fondamentali della storia israeliana. I kibbutz hanno rappresentato una delle esperienze più originali e durature di socialismo comunitario del Novecento: comunità fondate sulla proprietà collettiva, sulla condivisione del lavoro e delle risorse e su un’adesione volontaria, non imposta da un regime. Ridurre Israele alla caricatura di uno Stato esclusivamente capitalista significa quindi semplificare una realtà storicamente molto più articolata.
La seconda corrente nasce da un diverso processo culturale. Il senso di colpa maturato in Occidente per secoli di persecuzioni antiebraiche, culminate nella Shoah, si traduce, in alcuni ambienti, nella tendenza a rappresentare gli ebrei come coloro che, una volta acquisito potere, avrebbero assunto il ruolo dei loro antichi persecutori. È un ribaltamento della narrazione storica che produce anche un effetto psicologico: se la vittima diventa il carnefice, il peso morale del passato sembra attenuarsi e la responsabilità storica dell’Occidente appare meno gravosa.
È nell’incontro di queste due correnti che si produce l’effetto più potente. La critica politica nei confronti del governo israeliano si intreccia con stereotipi sedimentati nei secoli, mentre fake news, manipolazioni e antichi pregiudizi riemergono con un linguaggio apparentemente nuovo. Cambiano le categorie politiche, ma il meccanismo resta simile: non si giudicano soltanto le decisioni di uno Stato, bensì si tende ad attribuire una responsabilità collettiva agli ebrei in quanto tali.
Naturalmente, criticare le scelte del governo israeliano è pienamente legittimo e costituisce parte integrante del dibattito democratico. Il problema nasce quando la critica smette di riguardare decisioni politiche concrete e ricorre agli stessi schemi narrativi che, per secoli, hanno alimentato l’antisemitismo. In quel momento il bersaglio non è più un governo, ma uno Stato identificato con un intero popolo.
Come nella descrizione di Junger, il pericolo non risiede nella forza di un singolo fenomeno, bensì nella convergenza di fattori diversi che, presi isolatamente, sembrano meno rilevanti. È proprio il loro incontro a generare conseguenze difficili da prevedere.
Se questa lettura coglie almeno una parte della realtà, il rischio è sottovalutare l’effetto combinato di tali dinamiche culturali. Separatamente possono apparire come semplici chiavi interpretative; insieme possono contribuire a creare un clima in cui il pregiudizio si presenta come giudizio morale, gli stereotipi diventano categorie politiche e l’antisemitismo trova nuove forme espressive senza rinunciare ai suoi meccanismi più antichi.
Nel libro di Sebastian Junger, l’equipaggio dell’Andrea Gail non sopravvisse alla tempesta. Il popolo ebraico, invece, ha attraversato nei secoli persecuzioni, espulsioni, pogrom e la Shoah senza rinunciare alla propria identità.
Anche questa è una tempesta. E come tutte le tempeste passerà. La sfida, oggi come ieri, è non lasciarsi trascinare dall’odio né paralizzare dalla paura, ma mantenere la barra dritta. Perché le onde possono cambiare il mare, ma non la rotta di chi sa dove vuole arrivare.
Davide Balata