In queste ore il mondo ebraico è raccolto per Tishà BeAv, il 9 del mese di Av, giornata di digiuno e lutto per la distruzione del Primo e del Secondo Tempio di Gerusalemme. Ma prima che crollassero le mura del Santuario qualcosa si era già spezzato nello sguardo del popolo ebraico, scrive D. Tzvi Trenk sulla testata ebraica americana Aish. La radice della distruzione andrebbe cercata molti secoli prima, nella notte in cui i dodici esploratori inviati da Mosè a perlustrare la terra di Canaan tornarono dalla Terra promessa e «la nazione pianse per una catastrofe che esisteva soltanto nella propria immaginazione».
Per spiegare quel meccanismo Trenk parte da un’esperienza comune: le notti in cui ci si sveglia alle tre e una preoccupazione qualsiasi diventa d’improvviso un disastro. L’email difficile, che a mezzogiorno sembrava gestibile, al buio pare la fine di una carriera. «Nulla è cambiato nel mondo reale, ma le nostre menti ansiose hanno riscritto la realtà». E così accadde nell’episodio degli esploratori: dieci dei dodici inviati da Mosè descrissero città fortificate, popolazioni potenti, nemici difficili da affrontare; soltanto Giosuè e Caleb sostennero che la conquista fosse possibile. La paura degli israeliti, osserva Trenk, era umana e comprensibile: schiavi appena liberati, chiamati a combattere eserciti organizzati e uomini descritti come giganti. Il loro errore non fu provare paura. «La loro colpa nacque quando la paura cessò di essere soltanto un’emozione e cominciò a trasformare ciò che vedevano».
Le città non erano semplicemente fortificate: nel racconto le mura arrivavano al cielo. Gli abitanti non erano soltanto alti e robusti: di fronte a loro, dissero gli esploratori, «sembravamo cavallette ai nostri stessi occhi». I pericoli erano reali, ma vennero ingigantiti fino a cancellare tutto il resto: le promesse divine, l’uscita dall’Egitto, la manna, la protezione ricevuta nel deserto.
Il Talmud riassume quella distorsione della realtà con la risposta attribuita a D-o: «Avete pianto un pianto senza motivo, stabilirò per voi un pianto per le generazioni». L’espressione ebraica bechiyat chinam viene di solito tradotta come “pianto infondato” o “pianto per nulla”. Ma quel “nulla”, precisa Trenk, non erano le difficoltà concrete che il popolo avrebbe dovuto affrontare, reali ed effettive: era il futuro catastrofico costruito dall’immaginazione. «Piangere per nulla significa piangere per una realtà che non esiste».
E nel caso degli esploratori, una sfida possibile era diventata un’impresa irrealizzabile, spiega la firma di Aish, mentre la protezione divina ricevuta fino a quel momento fu reinterpretata come ostilità: «Poiché il Signore ci odiava, ci ha fatti uscire dalla terra d’Egitto per consegnarci nelle mani degli Amorrei e distruggerci», si legge nel Deuteronomio. Una storia di liberazione riscritta come un progetto di annientamento. Eppure fuori dalle tende non era cambiato nulla: la manna era caduta quella mattina, le nuvole di gloria continuavano a proteggerli.
Da qui il collegamento con la sinat chinam, l'”odio gratuito” indicato dai Maestri come causa della distruzione del Secondo Tempio. Non soltanto odiare qualcuno senza una ragione, spiega Trenk, ma odiare una versione dell’altro interamente costruita sulla paura. «Quando pratichiamo la sinat chinam, smettiamo di confrontarci con l’essere umano reale che abbiamo davanti. Reagiamo invece alle storie che abbiamo scritto su di lui». Bechiyat chinam e sinat chinam sono lo stesso errore di sguardo rivolto a due destinatari diversi: nel primo caso la paura trasforma un D-o amorevole in un nemico, nel secondo trasforma il vicino, l’amico o chi la pensa diversamente in una minaccia esistenziale. Imparato a leggere in modo distorto il rapporto con D-o, diventa più facile fare lo stesso con gli altri.
La risposta è l’ahavat chinam, tradotta abitualmente come “amore gratuito”. Per Trenk il primo passo è più elementare: guardare le persone per ciò che sono, non attraverso il prisma delle nostre paure. Il silenzio di un amico che non richiama può essere letto come il segno di un allontanamento, di un’offesa, della fine di un rapporto. Oppure può significare che quella persona è occupata, o sta attraversando un momento difficile. «L’amore offre generosità prima del sospetto e curiosità prima del giudizio».
È ciò che la tradizione ebraica chiama ayin tovà, “sguardo buono”: la capacità di superare le difese costruite dalla paura e di osservare l’altro senza ridurlo ai suoi limiti. L’amore non è cieco perché ignora i difetti, prosegue Trenk, ma perché «rifiuta di vedere soltanto quelli. Guarda la superficie e continua a cercare più in profondità, fino a riconoscere il tzelem Elokim, l’immagine divina che nessuna mancanza può cancellare».
In una società segnata dalla polarizzazione e da algoritmi che premiano le interpretazioni peggiori, la tentazione di chiudersi nelle proprie tende e piangere per catastrofi immaginarie è particolarmente forte, conclude l’editorialista. Tishà BeAv ricorda però che il Tempio esteriore poté essere distrutto perché prima si era infranto quello interiore, il cuore umano, corroso dalla paura e dal sospetto. «La distruzione iniziò la notte in cui piangemmo per un mondo che non esisteva; la ricostruzione comincia nel momento in cui apriamo gli occhi sul mondo sacro che esiste davvero».
(La distruzione di Gerusalemme da parte dei romani, David Roberts, 1850)