Il qualunquismo svuota la democrazia da dentro

A nulla serve continuare a dichiarare, come hanno fatto il presidente d’Israele Yitzhak Herzog e altri esponenti istituzionali e civili come il sopravvissuto alla Shoah, Avraham Blau, in particolare in corrispondenza di Tishà BeAv, che è necessario superare le divisioni interne al nostro popolo, se a quelle parole non seguono scelte politiche e comportamenti coerenti. In assenza di fatti, anche gli appelli più nobili rischiano di trasformarsi in un esercizio retorico.
Questa crisi si inserisce in un contesto più ampio, caratterizzato da un crescente qualunquismo e da una diffusa stanchezza delle società occidentali nel sostenere i costi della democrazia. Una democrazia che non è solo un sistema di governo, ma un progetto collettivo che richiede responsabilità, partecipazione e il continuo impegno a costruire uno Stato sociale capace di promuovere il benessere economico, culturale e civile di tutti, pur nella consapevolezza che nessun modello umano potrà mai raggiungere la perfezione.
Negli ultimi decenni si è invece affermata una convinzione tanto seducente quanto pericolosa: che un liberismo privo di adeguati contrappesi rappresenti, per sua natura, il modello più giusto ed efficiente. Questa idea ha trovato terreno fertile proprio nelle democrazie più avanzate, dove molti hanno finito per considerare il progresso collettivo come un risultato acquisito, lasciandosi affascinare dall’ascesa di una ristretta élite economica e coltivando l’illusione che il successo di pochi, prima o poi, si sarebbe tradotto nel benessere di tutti.
La storia dimostra, però, che quando il potere economico si concentra senza limiti, tende inevitabilmente a ricercare anche il controllo del potere politico. Le trasformazioni non avvengono mai all’improvviso: iniziano con richieste di apparenti e “modeste” riforme, presentate come semplici correzioni tecniche, e proseguono con modifiche sempre più profonde agli equilibri istituzionali e ai meccanismi di controllo reciproco tra i poteri dello Stato. Così, lentamente, la democrazia viene svuotata dall’interno, spesso utilizzando gli stessi strumenti democratici.
Con il trascorrere del tempo, la memoria storica si attenua. Le tragedie della Seconda guerra mondiale e le lezioni che avrebbero dovuto lasciare cedono il passo al fascino dell’uomo forte, dell’efficienza decisionale e della promessa di soluzioni semplici a problemi complessi. Si diffonde così l’idea che sia preferibile affidare il proprio destino a chi afferma di sapere decidere per tutti, persino in nome della democrazia.
È una pericolosa illusione la convinzione che basti concentrare il potere economico e politico nelle mani di pochi, nella speranza che la prosperità finisca prima o poi per raggiungere anche i più deboli, non rappresenta una garanzia di progresso, ma un rischio per la libertà e per la giustizia, in primis quella sociale. La storia europea del Novecento dimostra quanto facilmente l’indifferenza, il conformismo e il qualunquismo possano preparare il terreno all’erosione delle istituzioni democratiche.
Il qualunquismo non nasce dal nulla. Nasce quando i cittadini smettono di sentirsi protagonisti della vita pubblica, quando la memoria si affievolisce e quando la responsabilità viene delegata ad altri. Quel vuoto non rimane mai tale: viene inevitabilmente riempito da chi aspira a concentrare sempre più potere. Ed è allora che a essere risucchiati non sono soltanto il benessere e la giustizia sociale, ma la stessa dignità della persona e il valore universale della convivenza civile.

David Palterer

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