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Bokertov 24 luglio 2026

Bokertov 24 luglio 2026

Il presidente Usa Donald Trump ha minacciato un «attacco massiccio, più grande che mai» contro l’Iran dichiarando ad Axios di essere «vicino a prendere una decisione», mentre il Pentagono trasferisce rinforzi che potrebbero condurre interventi via terra, segnalano Repubblica e Sole 24 Ore. Fonti di intelligence occidentali, aggiunge La Stampa, temono che possa essere il regime di Teheran a sferrare l’attacco per primo, con l’obiettivo di provocare Israele a riprendere parte attiva nel conflitto. «Il Mossad ha già sventato un tentativo iraniano di infiltrare terroristi in Israele per assassinarne funzionari apicali», riporta il quotidiano torinese. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza ristretto per oggi e diverse municipalità israeliane hanno autonomamente riaperto i rifugi pubblici. Da Gerusalemme, il ministro della Difesa Israel Katz avverte: «Se l’Iran attaccasse Israele, subirebbe un colpo devastante».

Sul fronte degli alleati regionali dell’Iran, gli Houthi hanno colpito nel Mar Rosso due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, mentre la milizia irachena Awliya al-Dam ha attaccato con droni Giordania, Kuwait e Arabia Saudita, ricostruisce il Sole 24 Ore, raccontando l’impatto economico dell’attacco: il Brent ha superato i 100 dollari al barile. Inoltre, Washington sospetta che la Russia stia fornendo informazioni agli ayatollah e, secondo fonti del Financial Times, l’Iran avrebbe usato un satellite cinese per fotografare le basi americane prima di colpirle. Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa Washington di un atteggiamento «irrazionale, eccessivo e autoritario», mentre il segretario di Stato Usa Marco Antonio Rubio replica che «queste persone stipulano accordi e poi li infrangono». Repubblica cita il commento sarcastico del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: «Volevano punire l’Iran. Hanno finito per punire se stessi con il petrolio a tre cifre. Strategia da 10 e lode».

«Trump ora mette i paletti all’accordo sul nucleare con l’Arabia Saudita», titola il Corriere della Sera, ancor più esplicita Repubblica: «Donald frena sul patto con Riad: per il nucleare riconosca Israele». Il giorno dopo la firma dell’accordo tra il segretario all’Energia Chris Wright e l’omologo saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, Trump ha dichiarato su Truth che se Riad non aderirà agli Accordi di Abramo l’intesa sarà nulla, e che l’accordo non includerà l’arricchimento dell’uranio — contraddicendo quanto riferito il giorno prima dal Wall Street Journal. I sauditi non hanno commentato, ma in passato, sottolinea la Stampa, hanno chiarito di non voler riconoscere Israele senza un cammino chiaro verso uno Stato palestinese. Il Giornale cita invece il commento del primo ministro israeliano Netanyahu: «Se l’Arabia Saudita si unisse agli Accordi di Abramo, sarebbe uno storico passo avanti per la pace in Medio Oriente». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, nota il Corriere, ha negato che Trump abbia introdotto le nuove condizioni su richiesta di Netanyahu.

Il Corriere intervista Arash Azizi, storico iraniano-americano che insegna a Yale, ottimista sull’accordo nucleare civile Usa-Arabia Saudita: «Un’intesa che fa bene alla regione, soprattutto a Israele e all’Iran». Per Azizi oggi i due elementi più destabilizzanti in Medio Oriente sarebbero proprio Gerusalemme e Teheran, mentre definisce l’Arabia Saudita, pur ricordandone le violazioni dei diritti umani, «un attore responsabile che agisce in modo razionale» e «insieme alla Francia è lo sponsor principale della soluzione dei due Stati». Per l’analista l’accordo «mette Israele davanti al fatto che, piaccia o no, l’Arabia Saudita sta diventando una potenza regionale. Dunque a Israele conviene iniziare ad andare d’accordo con Riad». Sulla condizione di Trump che lega il patto agli Accordi di Abramo Azizi è scettico: «Fatico a credere che sia davvero così. Se lo fosse, sarebbe un tradimento di quello che Bin Salman ha detto finora. Trump dice un sacco di cose». Sul rischio di proliferazione nucleare: «Capisco i timori, ma non penso l’Arabia Saudita abbia l’interesse a sviluppare un programma nucleare bellico: si tratterebbe di un azzardo che non vale la pena di correre».
«Una gara per stabilire chi è il cavallo forte nella regione»: così Yossi Kuperwasser, ex direttore dell’intelligence militare israeliana, descrive al Foglio lo scontro Usa-Iran. «Non è chiaro chi sia il cavallo forte in questo contesto. Entrambe le parti usano la forza per convincere l’altra. Una volta che questo sarà concordato, ci sarà una soluzione. Ma fino a quel momento l’escalation continuerà». Il fattore decisivo è la pazienza: «Di solito questi regimi fanatici ne hanno più delle democrazie perché possono soffrire di più e non devono rendere conto a nessuno».

Il ministro israeliano di estrema destra per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha guidato centinaia di ebrei nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, violando lo status quo decennale del sito. La visita è coincisa con Tisha B’Av, il giorno di digiuno ebraico che commemora la distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Per il Corriere, «una provocazione condannata duramente dalla presidenza palestinese, giordana ed egiziana».

Il 27 ottobre si voterà in Israele e Avvenire intervista Ehud Olmert, ex primo ministro israeliano e co-fondatore di Ladina, che sentenzia: «Netanyahu è finito». La sua base vale il 20% del Paese, «senza di lui il Likud potrebbe ridursi a 10 seggi o meno». Olmert scommette sulla vittoria dell’ex capo di stato maggiore, il centrista Gadi Eisenkot: «Gli israeliani lo percepiscono come l’opposto di Netanyahu. Non è arrogante, populista o appariscente». Un governo Eisenkot, prevede, congelerebbe l’espansione degli insediamenti, aprirebbe un dialogo con l’Autorità palestinese e coinvolgerebbe esponenti arabi nella maggioranza. «Non sono sionisti, ma sono cittadini leali», la valutazione di Olmert che sul futuro di Netanyahu, sotto processo in Israele, aggiunge: «Il modo più realistico per evitare il carcere sarebbe un patteggiamento, il ritiro dalla politica e una nuova vita, magari a Miami».

Il Sole 24 Ore cita un nuovo rapporto Oxfam secondo cui la ricostruzione di Gaza costerà 71,4 miliardi di dollari e «in meno di tre anni di guerra il livello di sviluppo umano è stato riportato indietro di 77 anni». Il rapporto prevede che entro dicembre il 67% della popolazione di Gaza soffrirà di fame acuta, mentre Save the Children stima che entro aprile 2027 oltre 74mila bambini sotto i cinque anni avranno bisogno di cure per malnutrizione acuta.

Si continua a discutere sui giornali della lettera firmata da docenti della Sapienza che chiede al futuro rettore un impegno «vincolante» contro le collaborazioni con gli atenei israeliani: le firme sono cresciute da qualche decina a 356 docenti, e con l’adesione di dottorandi, assegnisti e personale tecnico-amministrativo il totale ha superato quota 900. «Le patenti politico-culturali non andrebbero concepite né richieste né concesse né negate», commenta sul Messaggero Mario Ajello, che aggiunge un “però”: «Se una parte di chi insegna alla Sapienza si spinge a un’iniziativa così clamorosa e discutibile, vuol dire che dal punto di vista reputazionale questi anni hanno molto danneggiato lo Stato d’Israele, e ciò deriva dagli errori che sono stati commessi».

La dj francese Barbara Butch ha sporto denuncia contro la France Insoumise dopo che un centinaio di militanti filopalestinesi hanno interrotto il suo concerto a Grenoble lanciando oggetti e bottiglie, racconta Libero. «Sono ancora sotto choc. Non mi aspettavo una violenza del genere», ha dichiarato l’artista. La colpa, secondo i mélenchonisti, è di aver partecipato a un evento all’ambasciata francese in Israele e di aver firmato una petizione contro l’antisemitismo: i volantini distribuiti in città la ritraevano con le mani sporche di sangue come «artista complice di genocidio». «La sinistra mélenchonista, “appassionatamente antisemita”», scrive Libero, «non le perdona di essere ebrea e di amare Israele».

«Antisemitismo di destra e antisionismo di sinistra: la saldatura contro Israele», titola il Riformista, analizzando la convergenza tra le due correnti, a partire dalle parole del vicepresidente Usa JD Vance nel noto podcast di Joe Rogan, in cui ha accusato Israele di sabotare i negoziati con l’Iran: «So al di là di ogni ombra di dubbio che ci sono persone all’interno del governo israeliano che stanno cercando di allontanarci dai negoziati». Rod Dreher su The Free Press ha definito l’intervento un momento che riattiva narrazioni antisemite di «pugnalata alla schiena» da parte degli ebrei. L’antisemitismo «America First» della giovane destra Usa e il progressismo woke decolonialista «finiscono per rafforzarsi a vicenda nel delegittimare Israele», commenta il Riformista. «La convergenza dell’odio da destra e da sinistra non è un problema solo americano. È una minaccia sistemica».

Il Riformista recensisce Democrazie e culti della morte di Douglas Murray (Guerini e Associati): nato dai reportage in Israele dopo il 7 ottobre, il saggio indaga perché l’Occidente abbia reagito «con maggiore durezza alla risposta israeliana che al massacro che l’aveva provocata». La domanda finale è esistenziale: «Una democrazia può sopravvivere se non crede più nella legittimità della propria difesa?»

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