Viaggio

In treno coi teffilin dopo la maturità

In treno coi teffilin dopo la maturità

Per molti studenti britannici la fine degli A-level coincide con il primo viaggio in libertà attraverso l’Europa. Per Ahron Asher Moss e i suoi amici, ebrei osservanti prossimi a trascorrere un anno in yeshivà non poteva essere una parentesi “senza regole” prima dell’età adulta.  Come ha raccontato lui stesso sul Jewish Chronicle è stata invece l’occasione per mettere alla prova la propria identità religiosa lontano da casa, conciliando un itinerario a basso costo con la casherut, le tefillot e lo Shabbat. La scelta è caduta su tre Paesi, in un percorso tra storia ebraica, paesaggi e una passione condivisa per gli stadi di calcio. Volare, racconta l’autore, si è rivelato persino più economico del tradizionale Interrail. La prima tappa, Milano, con la presenza di sinagoghe, ristoranti casher e strutture religiose ha reso il soggiorno relativamente semplice, nonostante la barriera linguistica. Pur senza conoscere l’italiano, e grazie all’accoglienza di Chabad, l’esperienza è stata di accoglienza e condivisione, anche se una volta usciti dalla sinagoga, il clima cambia bruscamente. La presenza di soldati armati a protezione del luogo di culto e della vicina casa di riposo ebraica colpisce. E un adesivo nei pressi di San Siro, la stella di David accostata ai colori del Napoli, è uno slogan usato con intento antisemita. Da Milano il gruppo raggiunge Como e attraversa a piedi il confine svizzero per salire sul treno verso Lugano, città priva di una comunità ebraica attiva, dove emergono alcune difficoltà pratiche. Lugano accolse ebrei italiani in fuga dal fascismo, così i ragazzi dirigono verso l’antica sinagoga, e il semplice bussare alla porta trasforma la serata: trascorsa a pregare, studiare e cantare insieme a un gruppo di studenti di yeshivà provenienti dall’altra parte del mondo. L’ultima tappa, Girona è legata alla figura del Ramban, e un tempo importante centro dell’ebraismo spagnolo. Oggi il quartiere ebraico conserva soprattutto la memoria del passato e passeggiando tra le vie notano le bandiere palestinesi e persino una svastica parzialmente cancellate. Sono pochissime le tracce della presenza ebraica. Il momento di maggiore tensione arriva quando sono indossano i tefillin e pregano in treno: temono reazioni ostili ma nulla accade. Poco dopo, nel negozio del Museo di storia ebraica, una commessa non ebrea li accoglie: «State tranquilli, qui siete al sicuro; potete togliervi il cappello». Un gesto che, nel racconto di Moss, riassume le molte sfumature incontrate lungo il viaggio: diffidenza e ospitalità, timore e solidarietà, memoria e vita quotidiana. Un itinerario europeo che finisce per rafforzare la pratica religiosa.

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