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Bokertov 28 luglio 2026

Bokertov 28 luglio 2026

Si terrà oggi a Washington l’atteso incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ai giornalisti che gli chiedevano ieri del suo rapporto con Netanyahu, Trump «ha detto che “ci sono piccole divergenze ma siamo piuttosto vicini” e ha definito “Bibi” Netanyahu un “grande” e un “premier di guerra” con cui ha fatto “grandi cose” in Iran» (Corriere della Sera). Dietro le dichiarazioni ufficiali «resta un’agenda fitta di incognite, dalla linea statunitense verso Teheran agli equilibri regionali, fino al rischio che una nuova escalation possa investire l’intero Medio Oriente e i mercati energetici» (La Stampa). Intanto, «il conflitto continua a estendersi lungo le sue periferie strategiche». Sul tavolo dell’incontro Trump-Netanyahu «ci sarà soprattutto il nucleare, con Netanyahu pronto a sfoderare informazioni di intelligence secondo cui l’Iran sta procedendo a passo spedito verso la ripresa del programma atomico» (Il Giornale).
Sempre dagli Usa è di queste ore la notizia che i familiari di circa trecento vittime dell’11 settembre hanno chiesto che il sindaco di New York, Zohran Mamdani, non partecipi alla cerimonia di commemorazione del 25° anniversario degli attacchi, accusandolo di giustificare il terrorismo islamico. Ne scrive il Corriere. La petizione, pubblicata online, critica Mamdani «per non aver condannato il movimento “globalizza l’intifada”».

Repubblica segnala la lettera firmata da 600 ex diplomatici e militari israeliani che chiedono agli Usa di mettere uno stop alle violenze in Cisgiordania. A detta dei firmatari, «se il terrorismo dei coloni ebrei proseguirà, le conseguenze potrebbero rivelarsi più catastrofiche delle atrocità di Hamas del 7 ottobre».«L’uccisione di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania? Non si tratta di una serie di episodi isolati, ma il risultato di una politica che consente l’uso letale della forza senza reale responsabilità», dice Yair Dvir, il portavoce dell’ong B’Tselem, a Domani. «I politici, anche quella parte che non sta con Netanyahu, hanno paura di affrontare i coloni. Questo vale anche per molti giornalisti», sostiene Amira Hass, firma di Haaretz (Repubblica).

«La prima volta che l’Iron Dome è riuscito a intercettare, qualcuno in Israele ha scritto che era un cattivo successo, perché avrebbe portato Israele a stare più dalla parte difensiva della guerra invece di essere più offensivo. C’è un fondo di verità in questo», riflette con il Foglio l’ex generale israeliano Yaakov Amidror. «Ma è come nel calcio. Alla fine si vince se si è forti sul lato offensivo. Ma non si può giocare senza la parte difensiva».

Su Avvenire, i parlamentari dem Graziano Delrio e Lia Quartapelle plaudono all’intesa tra Israele e Libano. «Gran parte della popolazione civile israeliana e libanese sostengono la pace, ma sembra non interessi a nessuno», ravvisano i due politici, auspicando l’unione delle forze in Parlamento «per appoggiare questo sforzo enorme, perché piccoli passi di pace non fanno notizia ma possono cambiare la storia».

«Una valanga di fango è stata rovesciata contro di me e contro la mia famiglia, frasi orribili, ma non abbiamo perso la serenità, continuo a fare il mio lavoro», dice Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Gerusalemme, in una intervista con il Tempo dopo le violente accuse per un servizio non gradito in alcuni ambienti. «Non parliamo di una legittima critica, che va sempre bene: è invece il contrario, è il prodotto avvelenato della cultura woke, l’ormai collaudata tecnica di cercare di tappare la bocca a chi la pensa in modo differente», spiega Brunori. Della vicenda scrive anche Libero, che titola: “Linciaggio rosso sul corrispondente della Rai in Israele”. Il Giornale parla in un altro articolo di odio e deliri diffusi a sinistra chiedendo che venga messa fine alla «pratica inquisitoria con cui si chiede agli ebrei italiani di prendere le distanze da Israele».

Dopo l’attentato di Berlino alcuni leader del movimento Lgbtq+ hanno espresso timori sull’alleanza con gruppi che non rispettano i diritti, informa il Giornale. «Non bisogna sminuire o svicolare sulla matrice dell’attentato senza nascondere il tema nel cassetto», afferma Raffaele Sabbadini, presidente di Keshet Italia. «Cari Lgbtq+ che ignorate l’Iran, quando sfilate contro Israele ricordatevi dell’attentato a Berlino», chiosa il Riformista.

Le cronache si soffermano anche sui fatti di Parigi, dove un uomo ha accoltellato tre donne scelte a caso sostenendo che «è stato Allah a ordinarmelo». Per adesso, riporta il Corriere, «la questione psichiatrica sembra prevalente rispetto alla pista terroristica, ma il confine tra i due fattori è spesso labile e da anni la Francia (come altri Paesi europei) si confronta con attentati condotti da persone squilibrate che invocano Allah o l’islam».

«Che pericolo rappresentano l’Isis, al-Qaeda e gruppi affini per l’Europa?», chiede il Corriere all’esperto di terrorismo islamico Jason Burke. «Non siamo, per fortuna, ai livelli di dieci anni fa, i giorni del Bataclan, della Manchester Arena o dell’HyperCasher. Ma l’ideologia resta e mantiene un’attrattiva su un gruppo marginale di giovani maschi musulmani con situazioni personali difficili. Oggi però l’attenzione delle autorità europee è concentrata sul terrorismo sponsorizzato dagli Stati», risponde Burke, chiarendo di riferirsi all’Iran.

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