“We will dance again”, ripetono in ogni circostanza i sopravvissuti al massacro del Nova Festival. E We will dance again intona ora George Alan O’Dowd, in arte Boy George, in un brano diffuso nelle scorse ore. «Tu dici genocidio, io dico guerra. Quando vieni attaccato, è proprio a questo che serve l’esercito. Diventa brutta la situazione? Puoi scommetterci, quando so che vuoi uccidere fino all’ultimo di noi…», canta l’ex frontman dei Culture Club. L’artista non va per il sottile, tacciando molti suoi colleghi di ipocrisia: «Non menzionate mai il 7 ottobre» e «condannate gli ebrei, con memoria selettiva; musicisti che reggono bandiere, che ripetono a pappagallo…». Però, sottolinea, «torneremo a ballare, vogliamo tornare a ballare, torneremo a ballare e non ci sarà la guerra». E se mai dovessi avere dubbi, insiste rivolto a un tu “collettivo”, «io sto con gli ebrei» e «non mi sento coraggioso, ho solo bisogno di comportarmi da essere umano». La canzone si conclude con una strofa in ebraico ed è stata salutata con messaggi di apprezzamento in Israele e nel mondo ebraico, al quale l’artista ha più volte espresso la propria solidarietà, ricordando anche i suoi concerti in Israele. «Ho molti amici ebrei e so che sono persone meravigliose, buone, gentili, intelligenti e amorevoli; quindi, aspettarsi che io mi rivolti contro i miei amici è una follia, e non succederà», aveva dichiarato in occasione dell’ultimo Eurovision, al quale ha partecipato come rappresentante di San Marino.
«Scelta del reggae non casuale»
«Ricordo Boy George come una figura eccentrica di quanto ero giovane. Ritrovarlo in queste veste, molto forte, lontano da un certo mainstream ideologico, è una piacevolissima sorpresa», commenta a Pagine Ebraiche il compositore, direttore d’orchestra e musicologo Francesco Lotoro, animatore del progetto della cittadella della musica concentrazionaria di Barletta. «Boy George ha preso su di sé una grande responsabile, sapendo di avere contro un mondo in letargo e appiattito su una vulgata. Lo sento, da ebreo, al nostro fianco. È un nome pesante che amplifica un messaggio». Lotoro svolge anche alcune riflessioni più specialistiche sul brano We will dance again: «È indicativa la scelta di ispirarsi a un reggae “alla Bob Marley”, perché il reggae è stato il codice musicale della protesta sociale di un periodo, con un messianesimo di fatto parallelo a quello ebraico. Ora Boy George svolge una lettura non afrocentrica, ma eurocentrica, rivolgendosi a un’Europa che non ha capito cosa fare da grande, l’Europa degli ignavi che si beve tutto dalla pancia». Per Lotoro, quello dell’artista britannico «è un messaggio rivolto anche a Israele e al mondo ebraico, con l’invito a mettere da parte una relativa “prudenza”, perché la prudenza è sì una virtù ma forse stiamo dando troppe chance a chi ci odia». A detta del pianista pugliese, «è arrivato il momento di non avere più paura ed è bello che ci scuota un cantante di quella fama: il reggae, d’altronde, è la musica della tristezza che si riscatta».
a.s.