La storia di Warder Cresson attraversa alcune delle grandi questioni dell’Ottocento americano: la libertà religiosa, il rapporto con Israele, la nascita del primo interesse statunitense per Gerusalemme e il confine, allora tutt’altro che scontato, tra dissenso spirituale e presunta follia. Come racconta rav Menachem Levine su Aish, Cresson – nato a Filadelfia nel 1798 in una facoltosa famiglia quacchera – trascorse la giovinezza occupandosi delle proprietà agricole di famiglia ma presto la ricerca religiosa divenne il centro della sua vita. Dopo avere preso le distanze dal suo mondo attraversò diverse esperienze confessionali, aderendo nell’arco di pochi anni a differenti movimenti cristiani senza però trovare le certezze che cercava.
L’incontro con la comunità ebraica di Filadelfia, e in particolare con il chazan Isaac Leeser, rappresentò una svolta: attraverso il confronto con i testi e con l’interpretazione ebraica della Bibbia, Cresson maturò un crescente interesse per l’ebraismo e per il ritorno del popolo ebraico nella propria terra storica, tema che in quegli anni cominciava ad affacciarsi anche nel dibattito politico e religioso americano. Nel 1844 partì per Gerusalemme, dopo essere stato nominato console statunitense, ma l’incarico gli venne revocato mentre era in viaggio verso la Palestina, a causa delle perplessità suscitate dalle sue convinzioni religiose.
Cresson proseguì la missione continuando a presentarsi come rappresentante degli Stati Uniti senza che né le autorità ottomane né quelle americane intervenissero per impedirglielo; a Gerusalemme il contatto diretto con la popolazione ebraica lo portò a denunciare con forza l’attività dei missionari cristiani, accusati di approfittare della povertà degli ebrei per favorirne la conversione, e portò avanti il proprio avvicinamento all’ebraismo. Nel 1848 si convertì, assunse il nome di Michael Boaz Israel ben Avraham e descrisse quel passaggio come l’approdo di una lunga ricerca spirituale: «Entrai nell’Alleanza santa e divenni ebreo».
Al suo ritorno negli Stati Uniti la moglie e altri familiari promossero un procedimento giudiziario volto a farlo dichiarare incapace di intendere e di volere, sostenendo che la conversione fosse la prova di uno squilibrio mentale. Una prima giuria accolse questa interpretazione, privandolo del controllo dei suoi beni, ma Cresson impugnò il verdetto dando origine a un processo destinato ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica americana. Nel corso di quasi tre anni oltre cento testimoni tra medici, giuristi, religiosi ed esponenti della comunità ebraica furono chiamati a pronunciarsi sul caso. Il punto centrale del dibattimento andava oltre la vicenda personale: la questione era se una scelta religiosa inconsueta potesse essere considerata, di per sé, un indice di infermità mentale. La difesa sostenne che si trattava di una prova concreta della libertà religiosa garantita dalla Costituzione americana e che nessun cittadino poteva essere dichiarato folle per avere abbracciato una fede diversa.
Nel 1851 Cresson ottenne la piena riabilitazione. Tornato definitivamente a Gerusalemme, si dedicò ai progetti di sviluppo agricolo dello Yishuv, convinto che una maggiore autosufficienza economica avrebbe ridotto la dipendenza degli ebrei dagli aiuti delle organizzazioni missionarie. Trascorse gli ultimi anni della propria vita come ebreo osservante inserito nella comunità sefardita della città.