Venezia

Com’era il Ghetto fra Cinque e Seicento

Com’era il Ghetto fra Cinque e Seicento

Rabbini e medici, stampatori e viaggiatori. Ma anche esuli, marrani e conversos. Sono le storie, spesso intrecciate, di cui scrive Dario Calimani in Voci dal Ghetto di Venezia fra Cinquecento e Seicento (ed. Sillabe), uscito anche in inglese con il titolo Voices from the Ghetto of Venice. Calimani è un anglista, già docente universitario di Letteratura inglese e studioso tra gli altri delle opere di T.S. Eliot e William Shakespeare. Ma è anche un protagonista di lungo corso delle istituzioni ebraiche e in qualità di presidente della Comunità lagunare, che è tornato a guidare nel 2021, sta promuovendo il rinnovamento del museo ebraico e di alcuni spazi dell’antico quartiere in cui quelle “voci” hanno risuonato per secoli. Calimani le ascolta e valorizza con l’intento non di affrontare le singole storie personali quanto di fotografare varie istantanee di elementi diversi che l’esistenza «ha accostato casualmente fondendo tanti destini in un solo, unico destino».

La storia del Ghetto, istituito nel 1516 dalle autorità della Serenissima, il primo del genere d’Europa, non è d’altronde la storia di figure individuali emergenti da un contesto generale «ma è quel contesto stesso nei suoi singoli dettagli, nelle sue schegge di vita: arrivi e partenze, adesioni e abbandoni, successi e cadute, gioie e dolori».

Prima di entrare nel calderone culturale e identitario di decine di migliaia di vite che per quasi trecento anni furono stipate nel ghetto, dai tedeschi agli italiani, dai levantini ai portoghesi e spagnoli, l’autore introduce la Venezia ebraica “prima” del 1516 attraverso alcune testimonianze di pensatori, rabbini e viaggiatori. Appare ad esempio un breve e interessante testo del rabbino Ovadià ben Avraham da Bertinoro, celebre anche per un commento alla Mishnah la cui prima edizione apparve a Venezia nel 1549, relativo a un decreto del 1428 che impediva agli ebrei di raggiungere Gerusalemme partendo dalla Laguna «come ritorsione per l’allontanamento dei francescani dal Monte Sion, dove, secondo la tradizione cristiana, si era svolta l’ultima cena».

Ma ci sono anche vari stralci degli scritti dello storico, letterato e politico Marin Sanudo, più volte eletto nel Senato della Serenissima, che nei suoi diari annotò puntualmente «il laborioso percorso» attraverso il quale l’assemblea deliberativa veneziana (con gli organi collegati) deliberò di isolare gli ebrei in quell’area e le modalità adottate. Con Sanudo entriamo così nel Ghetto. È il 29 marzo del 1516 quando il cronista informa che «Fu posto, pèr li Consieri e parte di Savii, quali sarano notadi di soto, una parte, che tutti li zudei abitanti in questa terra debano andar ad abitar in Geto nuovo, et a quelle case sia pagà per essi hebrei il terzo più di fitto». Com’era la vita quotidiana nel Ghetto? Calimani propone prospettive molto stimolanti e “vive”: dalle disfide interne per il controllo della produzione del pane alle norme che regolavano alcune professioni, alla decisione presa nel 1622, «per oviar molti scandoli», di proibire il “mascheramento” di donne e ragazze dai dieci anni in su. Ci sono poi, tra le tante testimonianze analizzate e contestualizzate, una “Dichiarazione di difesa” in cui il rabbino, studioso e polemista Leon da Modena difende una donna di 77 anni accusata di stregoneria e cacciata da Venezia nel 1600, e i regolamenti con cui ciascuna “Scola” cercava di impedire che i suoi frequentatori andassero a pregare in sinagoghe di altre nazioni «per non perdere i contributi individuali che permettevano loro di mantenersi in attività». E c’è ancora la commovente poesia dedicata da Yehudà Abravanel al figlio, nel 1504, undici anni dopo l’azione spietata con cui i reali spagnoli speravano di trattenere al proprio servizio gli Abravanel convincendoli a convertirsi.

La poesia, spiega Calimani, «è il lamento straziante di un padre e del suo senso di colpa per aver mandato il figlio in Portogallo anziché tenerlo con sé». Ma è anche una raccomandazione al figlio, come se egli potesse leggerla, «affinché non interrompa la tradizione e si dedichi allo studio dei testi sacri, rimanendo fedele alla tradizione dei padri, come se Yehudà sapesse che il figlio stava conducendo una vita da marrano».

Si parla inoltre dell’alta letteratura prodotta anche in quelle difficili condizioni e naturalmente dell’epopea degli stampatori, ebrei e non. Nel secondo gruppo il nome più noto è quello di Daniel Bomberg, artefice di un’importante produzione di libri ebraici con l’ausilio di eruditi come fra’ Felice da Prato, un ebreo convertitosi al cristianesimo, e del talmudista Hiyya Meir ben David, Ya’akov ben Chayyim ibn Adoniyahu, poi convertitosi anch’egli al cristianesimo, di Elia Levita, Kalonymos ben David Kalonymos, Israel Adelkind. Calimani pubblica una interessante petizione di Felice da Prato in cui, nel 1515, chiede alla Serenissima «il diritto esclusivo» per le opere che pubblicherà con Bomberg e che i compositori e correttori di bozze «siano esentati dalla berretta gialla che ne metterebbe a rischio l’incolumità».

Il libro di Calimani, molto ricco dal punto di vista fotografico e documentale, si conclude con l’arrivo in città di Napoleone e con l’abbattimento e il rogo delle porte del Ghetto. Siamo nel 1797. Nell’occasione il “cittadino” Raffaele Vivante, appartenente a una famiglia di commercianti e armatori di origine corfiota, terrà un discorso davanti ai suoi correligionari, alla Guardia civica e ai soldati francesi, auspicando una riconciliazione universale. I festeggiamenti si concluderanno con una grande festa a casa sua, nel Ghetto Novissimo. L’emancipazione sarà sì «un processo inesorabile», rileva Calimani, ma certo «né immediata, né generale».

Voci dal Ghetto di Venezia fra Cinquecento e Seicento è il primo volume in versione italiana e inglese separata di una serie che intende raccogliere fonti primarie e documenti prodotti dalla cultura del ghetto di Venezia o in ogni caso ispirati alla vita del medesimo, sottolinea il curatore. Sono ora in lavorazione in edizione bilingue i Riti de gli Hebrei di Leon da Modena, una autobiografia di suo nipote Isaac Min Ha-Leviim e tre racconti sul ghetto di Israel Zangwill e di Rainer Maria Rilke.

Adam Smulevich

(Nell’immagine in alto: l’interno della Scola Grande Tedesca)

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